#TRADOTTIDANOI – “The Flowers” di Alice Walker 💻📝

Buonasera a tutti, amici lettori! Anche #TRADOTTIDANOI, la rubrica mensile dove traduciamo piccole gemme in lingua straniera, fa il suo esordio sul nostro blog. Restando in tema scrittrici e natura, per questo appuntamento vi portiamo un breve racconto su un’innocenza che finisce assieme all’estate, in un bosco in piena fioritura, nell’America del profondo Sud: The Flowers, tratto dalla raccolta In Love and Trouble: Stories of Black Women di Alice Walker, poetessa, scrittrice e attivista, vincitrice del premio Pulizter e del National Book Award per il romanzo Il colore viola del 1982. Buona lettura…!


The Flowers

A Myop sembrava, mentre saltellava agile dal pollaio al porcile fino all’affumicatoio, che le giornate non fossero mai state tanto belle. C’era una frenesia nell’aria che le arricciava il naso. La raccolta del granturco e del cotone, delle arachidi e delle zucche estive, rendeva ogni giorno una sorpresa dorata che le faceva correre lievi fremiti eccitati su per le mandibole. 

Myop portava un bastone corto, nodoso. Menò colpi a casaccio alle galline che le piacevano, e si inventò il ritmo di una canzone sulla staccionata che circondava il porcile. Si sentiva leggera e serena sotto il sole caldo. Aveva dieci anni, e nulla esisteva per lei tranne la sua canzone, il bastone stretto nella mano marrone scuro, e il tat-de-ta-ta-ta di accompagnamento. 

Voltando le spalle alle assi arrugginite della baracca da mezzadri della sua famiglia, Myop seguì la recinzione finché non confluì nel ruscello originato dalla fonte. Nei pressi della fonte, dove la sua famiglia prendeva l’acqua buona da bere, crescevano felci e fiori selvatici. Dei maiali grufolavano lungo le sponde poco profonde. Myop guardò le minuscole bollicine bianche squarciare la sottile squama nera di suolo e l’acqua che si alzava silenziosa e scorreva giù per il torrente. 

Aveva esplorato i boschi dietro la casa un sacco di volte. Spesso, a fine autunno, sua madre la portava a raccogliere le nocciole tra le foglie cadute. Oggi decise lei la strada, zampettando qua e là, prestando giusto attenzione ai serpenti. Trovò, oltre a parecchie felci e foglie comuni ma graziose, una bracciata di strani fiori blu dalle creste lisce come il velluto e un cespuglio dolcispume[1]pieno di boccioli marroni e profumatissimi. 

Verso mezzogiorno, le braccia cariche dei germogli delle sue scoperte, era a un miglio o più da casa. Si era spesso spinta altrettanto lontano, ma la stranezza del luogo rendeva questa diversa dalle sue solite battute di caccia. L’atmosfera le pareva tetra nella piccola insenatura dove si ritrovava. L’aria era umida, il silenzio fitto e profondo. 

Myop fece per tornare indietro verso la casa, verso la pace della mattinata. Fu allora che lo calpestò dritto negli occhi. Il tallone le si incastrò nel promontorio tra fronte e naso, e lei allungò la mano lesta, senza timore, per liberarsi. Solo quando vide il sorriso nudo di lui diede un gridolino di sorpresa. 

Era stato un uomo alto. Dai piedi al collo occupava un sacco di spazio. La sua testa gli giaceva accanto. Quando scansò le foglie e gli strati di terra e detriti Myop vide che aveva avuto denti larghi e bianchi, tutti spezzati o rotti, dita lunghe, e ossa molto grandi. Tutti i suoi abiti erano marciti tranne qualche filo di denim blu della salopette. Le fibbie della tuta erano diventate verdi.

Myop osservò il luogo con interesse. Molto vicino a dove gli aveva calpestato la testa c’era una rosa selvatica di colore rosa. Mentre era intenta a raccoglierla per aggiungerla al suo fascio notò un cumulo rialzato, un cerchio, attorno alla radice della rosa. Erano i resti muffiti di un cappio, un pezzo di corda da aratro ridotta a brandelli, che ora si confondeva benevolmente col terreno. Attorno al ramo sporgente di una grande quercia dall’ampia chioma era stretto un altro pezzo. Sfilacciato, marcito, sbiancato e logoro – quasi impalpabile – ma si avvitava senza sosta nella brezza. Myop posò i fiori a terra. 

E l’estate ebbe fine. 


[1]    “Sweet suds bush” nel testo originale. Si tratta probabilmente di un nome vernacolare utilizzato dagli schiavi liberati e dai loro discendenti. Una plausibile identificazione della pianta è il calicanto; un’altra è il cotoneaster.

– Lucrezia 🐵

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