#TRADOTTIDANOI – “The Tale of the Shoe” di Emma Donoghue 💻📝

Buon pomeriggio a tutti, amici lettori! Torna quest’oggi #TRADOTTIDANOI, la rubrica mensile dove traduciamo piccole gemme in lingua straniera. Questo mese di #GIUGNOARCOBALENO è la volta di una rivisitazione LGBTQ di un pilastro della nostra infanzia, la fiaba di Cenerentola: The Tale of the Shoe, firmata dalla poliedrica Emma Donoghue. Scrittrice per il teatro, per la televisione, di romanzi nonché storica letteraria, il suo libro Stanza, letto, armadio, specchio è stata finalista al Booker Prize del 2010, e da esso è stato tratto il film Room nel 2015; mentre nel 2018 il suo romanzo Il prodigio (The Wonder) è uscito in Italia per Neri Pozza. Le sue opere trattano spesso di crescita e scoperta della sessualità; non fa eccezione la raccolta di storie brevi Kissing The Witch (1997), aperta proprio da questo racconto. Buona lettura!


The Tale of the Shoe

Finché non arrivò lei tutto era gelido.

Dopo la morte di mia madre, il letto di piume mi sembrava duro come un pavimento di pietra. Ogni parola che mi usciva di bocca si trascinava zoppicando come un rospo. Qualunque cosa indossassi adesso si tramutava in un sacco e mi irritava la pelle. Sentivo bussare nel cranio, e continuavo a correre alla porta, ma non c’era mai nessuno. I giorni passavano come polvere spazzolata dalle dita.

Lavavo e spazzavo a terra perché non c’era altro da fare. Rastrellavo il focolare con le dita e strofinavo il pavimento fino a farmi sanguinare le ginocchia. Contavo chicchi di riso e separavo i fagioli marroni da quelli neri.

Nessuno mi obbligava a fare ciò che facevo, nessuno mi rimproverava, nessuno mi puniva tranne me stessa. Lo stridio delle voci era tutto dentro di me. Fai questo, fai quello, pigro ammasso di immondizia. Conoscevano ogni domanda e risposta, le voci nella mia testa. Certi giorni mi domandavano perché fossi ancora viva. Io tendevo l’orecchio per sentire mia madre, ma non mi riusciva in mezzo al loro frastuono.

Quando tutto ciò che si poteva fare era fatto per la giornata, le voci si affievolivano. Mi inginocchiavo sul focolare e fissavo i tizzoni scarlatti finché non mi si offuscava la vista. Cercavo di immaginare un futuro, suppongo. Certe notti mi dicevo piangi, e poi mi carezzavo i capelli da sola finché non mi addormentavo.

Una volta, tra tutte le volte che corsi alla porta senza che ci fosse nessuno, non c’era comunque nessuno, tranne che la sconosciuta era alle mie spalle. Pensai per un momento che dovesse esser venuta dal fuoco. I suoi occhi avevano fiamme nel centro, e le sue sopracciglia erano inargentate di cenere.

La sconosciuta disse che dovevo avere male alla schiena, e che la pulizia del pavimento poteva attendere. Mi condusse in giardino e mi mostrò un albero di nocciole che non avevo mai visto. Inizia a porle delle domande, ma lei mi posò ditino sulla bocca perché potessimo ascoltare una colomba mormorare sul ramo più alto.

Venne fuori che aveva conosciuto mia madre, quando era viva. Disse che quello era l’albero di mia madre.

Come posso anche solo lontanamente descrivere le trasformazioni? Con un turbinio, la vecchia, polverosa me fu rimessa a nuovo. La donna mi inguainò le membra di velluto blu. Danzavo su punte di vetro trasparente.

E poi, dato che glielo domandai, mi condusse al ballo. Non è forse quello che ogni ragazza dovrebbe chiedere?

La sua carrozza mi portò fino alla scalinata del palazzo. Sapevo esattamente come ci si aspettava che mi comportassi. Sorrisi graziosa come non mai mentre le porte si spalancavano per annunciarmi. Rifiutai un canapé e tenni la pancia in dentro. Sotto migliaia di candelabri di cristallo danzai con dieci anziani gentiluomini che non avevano nulla da dire, ma non lasciavano che ciò li scoraggiasse. Rispondevo solamente Ma certo e Oh sì, e Credete?.

A dieci minuti alla mezzanotte scesi dalle scale e lei mi portò via. Ne hai avuto abbastanza? mi chiese, togliendomi i capelli dal lungo guanto.

Ma avrebbe potuto essere mia madre, e io ero una ragazza che doveva costruirsi la sua fortuna. Le voci stavano cominciando a blaterare. Ognuna mi diceva di fare una cosa diversa. Riportatemi domani sera, dissi.

Così comparve di nuovo proprio mentre la zuppa bolliva, e prese un cucchiaio d’argento dalla tasca per imboccarmi. Le nostre dita disegnavano immagini nelle ceneri del focolare, forme confuse di uccelli e isole. Mi mostrò la scintilla nei miei occhi, quanto la mia gonna potesse allargarsi, come ballare il valzer senza che mi girasse la testa. Adesso ero agile nel raso verde; mia madre in persona non mi avrebbe riconosciuta.

Quella notte al ballo mi gettai nella mischia. Ridacchiai scioccamente alle battute del vecchio re; accettai una sola ala di pollo e la sbocconcellai con grazia. Danzai tre volte col principe, la cui mano esitava sulla mia bassa schiena. Mi chiese il mio colore preferito, ma non me ne venne in mente nessuno. Mi chiese il mio nome, ma per un momento non riuscii a ricordarlo.

A cinque minuti alla mezzanotte quando i piedi cominciavano a dolermi attesi sul gradino più basso e lei venne a prendermi. Nel tragitto verso casa posai la testa sulla sua spalla stretta e lei mi mise una mano a coppa sull’orecchio. Ne hai avuto abbastanza? domandò

Ma non c’era bisogno di dar retta ai latrati delle voci per conoscere il finale della storia: il mio futuro stava per diventare realtà. Riportatemi domani sera, dissi.

Così venne di nuovo a prendermi, proprio quando i piccoli rumori dei topi mi stavano dando ai nervi, e mi disse che erano i cocchieri che ci avrebbero accompagnato in pompa magna. Sostenne che il suo mignolo era una bacchetta magica, che poteva compiere cose straordinarie. Riusciva sempre a farmi ridere.

Quella notte la mia nuova pelle era seta rossa, tremante nella brezza. Il principe indugiava al mio braccio come una foglia d’autunno pronta a cadere. I musici suonavano sempre la stessa canzone. Danzai come una ballerina meccanica e sorrisi fino ad avere il viso distorto. Ingoiai un po’ tutto di ciò che mi venne offerto, poi mi sporsi dal balcone e vomitai.

Ebbi appena il tempo di pulirmi la bocca che il principe venne a chiedermi la mano.

Mi condusse fuori sulla scalinata, sotto la mezza luna, tutto molto fiabesco. I lunghi baffi cominciavano a fremergli; sembrava un attore su un palco scricchiolante. Non appena le parole cominciarono a colargli di bocca, formarono una nuvola in cui potei vedere il futuro.

Lo sentivo appena. Le voci urlavano. Sì sì sì dì di sì prima di perdere l’occasione, pezzo di nullità.

Schiusi i denti ma non ne uscì alcun suono. Non c’era nulla che non andasse in quest’uomo; ciò che chiedeva era bianco e morbido, accogliente come la nebbia. Ma proprio allora la campana della mezzanotte prese a scandire la lunga processione degli anni, sontuoso giorno a palazzo dopo notte senza luna. E balzai all’indietro giù per le scale, abbandonando una scarpetta.

I cespugli mi lacerarono l’abito fino a ridurlo nei miei vecchi stracci. C’era assoluto silenzio sul prato. Lei mi aspettava nell’ombra. Non mi domandò se ne avessi avuto abbastanza.

Non avevo capito nulla. Come potevo non aver notato che era bella? Devo aver lasciato cadere tutte le parole tra i cespugli. Allungai una mano.

Potei sentire la sorpresa nel suo respiro. E la scarpetta? mi domandò.

Mi stava facendo venire le vesciche, le dissi.

E il principe? domandò.

Troverà qualcuno a cui stia bene, se cercherà a sufficienza.

E io? domandò a voce molto bassa. Potrei essere tua madre.

Il suo dito tracciava parole sulla mia nuca.

Non sei mia madre, dissi. E sono abbastanza grande da saperlo.

Gettai l’altra scarpetta tra i rovi, dove rimase appesa, scintillando.

A quel punto mi portò a casa, o io la portai a casa, o entrambe fummo condotte a ciò che più vi assomigliava.

– Lucrezia 🐵

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