#MARTEDÌCLASSICI – Anne Lister, gentiluomo dello Yorkshire. 🏳️‍🌈 Parte 4: memorie di una ragazza (poco) per bene 🙍😈

Benvenuti al quarto e ultimo appuntamento col #MARTEDÌCLASSICI di questo giugno LGBTQ (eccezionalmente di lunedì: domani saremo alle prese con la tappa del blogtour dedicata alla raccolta Racconti dal Dakota di Hamlin Garland)! Siamo arrivati così alla fine del nostro viaggio al fianco di Anne Lister, la «prima lesbica moderna», gentildonna, alpinista e autrice di un diario intimo, contributo straordinario alla storia dell’omosessualità, tanto da essere inserito dall’UNESCO nel Memory of the World Register.

Nelle scorse puntate” vi abbiamo raccontato le tappe salienti della vita e della crescita di Anne (la prima relazione importante con la compagna di stanza di collegio; l’incontro col grande amore della sua vita, Mariana Belcombe; la passione per i viaggi, per la politica e per la dimora dei suoi antenati; il “matrimonio” con l’ereditiera Ann Walker; infine la morte prematura a soli quarantanove anni).

Protagonista assoluto di oggi è lo scritto intimo che ha riportato in superficie il suo nome più di un secolo di silenzio: i ventiquattro volumi in formato in-quarto che compongono un diario iniziato nel 1806 e terminato poche settimane prima del settembre 1840, quando, durante un viaggio nel Caucaso, Anne soccombe a una febbre scatenata forse dalla puntura di un insetto. Spetta alla moglie Ann occuparsi del rientro in patria del corpo, un’operazione che la impegna per sette mesi; ma non è solamente la salma dell’amata che riporta nel nativo Yorkshire: le memorie di Anne percorrono con lei il tortuoso sentiero verso Shibden Hall, dove la vedova si stabilisce fino all’anno successivo quando, dichiarata mentalmente instabile, ne viene allontanata con la forza. Ma non prima di nascondere certe carte personali della moglie, in modo che nessuno possa trovarle…

La storica Helena Whitbread sul tragico destino di Anne Walker.

Morta Ann, nel 1854 la tenuta torna nelle mani della famiglia Lister. È John Lister, un lontano parente originario del Galles, a trasferirsi con la famiglia lì, ereditando terreni, casa e tutto ciò che contiene. Suo figlio, anche lui di nome John, è il primo a interessarsi all’antenata: in famiglia, Anne pare caduta in un decoroso dimenticatoio, ma il suo discendente, un antiquario, è particolarmente interessato all’influenza della figura sui dintorni. Ed è proprio lui a scoprire i diari lì dove la povera Ann li ha lasciati, su degli scaffali nascosti da un pannello di quercia, nella biblioteca di Shibden Hall.

La “mappa” per orientarsi nel diario di Anne.

I segni che ricoprono le pagine lo perplimono non poco: non soltanto le parole sono vergate in scarabocchi a malapena intellegibili, ma diverse sezioni (circa un sesto dei più di quattro milioni di parole compongono il diario) sono un vero e proprio susseguirsi di simboli apparentemente senza senso. La chiave del mistero rappresentato dal codice di Anne, la sua “crypthand”, come la definiva lei, gli sfuggirà per anni. Nella risoluzione dell’enigma lo assiste un amico intimo, Arthur Burrell, maestro di scuola. Presi in prestito alcuni dei volumi, racconta lui stesso, una notte riesce infine a individuare i simboli che stanno per le lettere “h” ed “e”. Inaspettato aiuto gli giunge da un bigliettino ritrovato per caso, vergato dalla mano di Anne: «In God is my…», seguito da una parola in codice: Arthur ipotizza che il termine misterioso sia “hope”, speranza. Una volta compiuto il primo passo verso l’uscita dal labirinto, gli uomini non impiegano che qualche ora per decifrare il resto; col sorgere del sole, la natura dei rapporti di Anne con le sue numerose amicizie femminili è ormai rivelata.

Immaginate la reazione dei due, messi di fronte ai dettagliati, espliciti resoconti delle attività amorose e sessuali di una donna che rivolgeva le proprie attenzioni esclusivamente ad altre esponenti del gentil sesso (e «quasi nessuna le sfuggiva», commenta Arthur in preda all’orrore). Immediatamente, la portata della scoperta li riempie di sgomento. Freschi nella loro memoria sono i celebri procedimenti giudiziari subiti da Oscar Wilde nel 1895, il secondo dei quali lo ha visto imputato per sodomia; se le relazioni omosessuali tra donne non sono ufficialmente atti criminosi, la portata della scandalo sarebbe comunque distruttiva per la famiglia Lister. Per questa ragione Arthur implora l’amico di dare alle fiamme tanto i diari dell’antenata e di fare lo stesso con la chiave del codice da loro realizzata. Ma qualcosa frena John dall’accontentare la supplica, apparentemente più che ragionevole: rimetterà i diari al loro posto, concede, e non farà parola della loro esistenza con nessuno. Arthur rimane dubbioso, ma cosa può fare se non onorare i desideri dell’amico? I diari tornano dietro al pannello di quercia, protetti da un silenzio che durerà altri quarant’anni.

John Lister e Arthur Burrell, i primi a decifare, negli anni Novanta dell’Ottocento, il diario di Anne.

Nel 1933, John Lister muore portando nella tomba i suoi segreti; qualche anno più tardi, Shibden Hall diviene pubblica proprietà del comune di appartenenza. L’importanza dell’eredità non sfugge al bibliotecario del luogo, Edward Green, che ottiene il permesso di catalogare il patrimonio letterario conservato nell’edificio. Nel caos di lettere, carte e manoscritti, è la figlia Muriel a ritrovare i diari: spenderà i successivi due anni a datare e studiare gli scritti, tentando di decodificare il codice di Anne, ma senza successo. Il padre Edward le viene in aiuto: non solo rintraccia Arthur Burrell a Londra, ma riesce a ottenere da lui la copia della decodificazione del codice.

 Ecco Shibden Hall, un tempo proprietà di Anne. © Tim Green aka atoach

Il testimone passa negli anni Cinquanta a Phyllis Ramsden e Vivien Ingham, che ottengono il permesso di prendere in prestito i volumi del diario due alla volta e una copia del codice decodificato: ne risulta una cronologia delle attività di Anne, che però viene sistematicamente epurata da ogni dettaglio scabroso fino alla decade successiva.

Anne pare destinata a tenersi i suoi segreti, ma una svolta inaspettata è dietro l’angolo. È il 1982: nella biblioteca di Halifax, la cinquantaduenne insegnante Helena Whitbread fissa il susseguirsi di strani simboli proiettati dal lettore di microfilm, in qualche caso intervallati da parole in inglese. Da poco laureatasi in Storia, la donna è a caccia di un soggetto interessante per un potenziale libro. Intrigata da ciò che ha scoperto in quei dimenticai microfilm, chiede informazioni al personale della biblioteca e, come in una sorta di staffetta, stavolta è a lei che viene fornita una copia del codice decodificato da Arthur. Così armata della chiave per conoscere la storia di Anne, prende in prestito il diario del 1817, e una volta a casa inizia un lavoro di studio e trascrizione che durerà quarant’anni.

Un primo piano di Helena Whitbread.

Mi ha conquistato. Cosa stava nascondendo?

– Helena Whitbread sulla prima impressione sul diario

C’è un detto in inglese: la terza volta è quella giusta. Ed è proprio così: le fatiche di Helena producono ben due volumi che raccolgono le sue trascrizioni di parte del diario (prima I Know My Own Heart: The Diaries of Anne Lister 1791-1840 e poi No Priest But Love: Excerpts from the Diaries of Anne Lister, 1824-1826), ma soprattutto consentono l’ingresso in un mondo fino ad ora precluso per gli storici della sessualità: quello delle relazioni amorose e sessuali tra donne.

La prima edizione del libro di Whitbread, paperback, di quattrocento pagine, per la New York University Press.

In particolare I Know My Own Heart, dedicato al rapporto tra Anne e Marianna Belcombe, entra tanto nei dettagli della loro intimità da far nascere accuse di falso storico, poi smentite dalla mole di documenti che corroborano la veridicità del testo. Oltre a trattare dettagliatamente un tema lasciato sotto un velo di riserbo, quello della sessualità femminile, le memorie di Anne scuotono fino alle fondamenta la precedente concezione dell’omosessualità femminile, rivelando soprattutto che, contrariamente a quanto si pensava, fosse già allora un’evenienza piuttosto diffusa, che coinvolge un’intera comunità e va ben oltre romantiche amicizie fatte di dita intrecciate e fiori pressati.

Nel 2019, anche grazie alla popolarità raggiunta dalla serie televisiva, la Virago Press ha fatto uscire nuove edizioni dei lavori di Helena Whitbread: The Secret Diaries of miss Anne Lister e il suo seguito, No Priest but Love.

Anne ci lascia una voluminosa documentazione con cui è difficile lavorare, ma ci racconta così tanto della vita delle lesbiche nell’Ottocento.

– Dr Caroline Gonda, Cambridge University

Ancora oggi, i diari sono oggetto di grande interesse tra gli studiosi: l’eredità di Helena è stata raccolta da Jill Liddington, storica dell’università di Leeds, che si è concentrata su un periodo più tardo della vita di Anne nel suo Female Fortune: Land, Gender and Authority: the Anne Lister diaries 1833-36. Nel 2011 i diari, ormai considerati parte di una trilogia insieme a quelli di Caroline Walker e Elizabeth Wadsworth, che coprono lo stesso periodo da diversi punti di vista, sono stati dichiarati preziosa testimonianza storica sulla vita delle lesbiche nell’Ottocento, e sono stati annoverati nel Memory of the World Programme dell’UNESCO, accanto a colonne portanti della diaristica come Pepys e Evelyn.

La serie targata HBO, Gentleman Jack, è ispirata alle più recenti decodificazioni del diario di Anne.

Intanto, agli esperti del West Yorkshire Archives Service è stato affidato il compito di restaurare i volumi originali, mentre lo sforzo di decodificare e trascrivere nella loro interezza le sezioni in codice a tutt’oggi non si è ancora fermato.

Abbiamo già accennato negli scorsi articoli che i diari, ventiquattro volumi più resoconti separati dei suoi numerosi viaggi, constano tra i quattro e i cinque milioni di parole (Anne riusciva a scrivere fino a duemila parole al giorno!) e coprono un periodi di trentaquattro anni, dal 1806, quando lei ha quindici anni, al 1840; ora, è arrivato il momento di osservare più da vicino la famosa crypthand, il codice ideato da Anne e dalla sua prima amante (Eliza Raine) per poter comunicare in tranquillità.

Il codice propriamente detto che, lo ricordiamo, copre di un sesto della produzione di Anne, unisce numeri a lettere greche, simboli matematici e dello zodiaco; ma a complicare la vita di chi si accinga a decodificarlo, si aggiungono l’uso di simboli a margine e di eufemismi sessuali. E del resto, sono proprio gli episodi più intimi a necessitarne l’uso.

Il fascino nel diario sta proprio nella sua apparente inoffensività: a leggere i passaggi in inglese, difficilmente se ne sospetterebbe la natura scabrosa sotto la superficie. I volumi paiono in tutto e per tutto il giornale intimo di una signorina per bene, dedita allo studio, amante delle lunghe passeggiate e delle serate galanti spese a sorseggiare fiumi di tè con una flotta di amiche altolocate. Pensieri sul tempo, sulle feste comandate, sulla sua situazione finanziaria (soprattutto, un palese imbarazzo per le scarse sostanze della sua famiglia), sulle sue ambizioni di imprenditrice, si uniscono a dettagliatissimi racconti di vita quotidiana: dall’ora in cui si alza la mattina a quanto tempo ha dormito la notte precedente; le lettere ricevute, il clima, il tempo impiegato per arrivare in città a piedi, cosa ha mangiato a cena. Nonostante lo spirito fuori dal comune di chi scrive (unito a un certo snobismo e una buona dose di arroganza) e la penna frizzante, nulla fa presagire gli episodi celati dal codice.

I passaggi in inglese non mancano di menzionare le sue amicizie con la signorina di turno, ma a leggerli si direbbero rapporti platonici, solo in alcuni casi appena ambigui. Persino la natura della relazione col suo grande amore, Mariana (M- nel diario) non diviene chiara fino a che Helena non decifra l’entrata del 12 dicembre 1817, che descrive come Anne, scivolata nella camera dell’altra durante la sua luna di miele, si spoglia e si mette a letto con lei.

In meno di sette minuti la porta era aperta e tutto tra noi era sistemato.

– Anne, nel diario

In originale, la frase contiene uno degli eufemismi (ovviamente sessuali) che più frequentemente ricorrono negli scritti di Anne: nel diario, il termine kiss”, cioè bacio, sta invece a significare un atto sessuale completo (un parallelismo col francese baiser); interpretazione corroborata dal fatto che le mestruazioni sono menzionate come una ragione per non “baciare”. Anne è talmente maniacale da registrare persino l’ora e gli orgasmi per ogni “bacio”, compresi quelli multipli.

L’eufemismo per un rapporto sessuale tra donne è invece “connection with the ladies”, mentre una relazione più prettamente sentimentale è “going to Italy”; “queer”, invece, è l’organo sessuale femminile, forse dal significato di “inferiore” che la parola assume nell’inglese di metà XVI secolo (in tempi più recenti, il termine ha più a che fare con un orientamento diverso da quello eterosessuale in tono dispregiativo, anche se la comunità LGBTQ se ne è riappropriata associandogli sfumature positive). Altri simboli con significato prettamente sessuale sono delle “q” arricciate, che stanno a indicare un’esperienza sessuale in generale.

Particolarmente interessante è invece la presenza di croci a margine, che indicano esperienze di masturbazione. “Incurred into a +”, leggiamo spesso, dove “incurred” rivela tutto il sottotesto peccaminoso che qualifica l’atto. Anche “will do yourself harm” l’eufemismo utilizzato da una delle sue fiamme, Mrs Barlow, sembra esprimere un simile sentimento.

La preoccupazione di Anne è soprattutto religiosa, il che a prima vista può risultare sorprendente in una donna tanto ostinatamente anticonvenzionale. La verità è che Anne è profondamente devota (alla luce di ciò, diviene molto più comprensibile la sua ostinazione nel voler “regolarmente” sposare Ann Walker piuttosto che semplicemente dividere lo stesso tetto). Questo fatto però non mina in nessun modo la propria auto-accettazione. Non mette mai da parte gli impulsi o la natura, ritenendoli, per quanto inusuali e trasgressivi, volontà di Dio, tanto quanto il suo aspetto fisico o le sue qualità intellettuali. Nel descrivere l’intimità con altre donne, più che la vergogna, enfatizza il piacere derivato dall’atto. Ed è forse questo a rendere i suoi scritti così rivoluzionari, quando ancora oggi molti, che vivono le sue stesse difficoltà, faticano ad accettarsi tanto quanto ad essere accettati.

Non posso vivere senza una compagnia femminile, senza qualcuno che susciti il mio interesse.

– Anne, nel diario

Semmai, Anne è intrigata dalla propria “oddity”, stranezza. Da questa curiosità scaturisce il suo appassionato studio dell’anatomia (una volta, a Parigi, disseziona una donna per “divertimento”) nonché delle teorie del tempo circa le origini dell’omosessualità, verso le quali rimane però scettica (ad esempio, secondo lei le donne lesbiche non sarebbero in realtà degli ermafroditi). La totale assenza di anomalie visibili sul proprio corpo pare rassicurarla, come scienziata e come donna di fede.

Ad esempio, nonostante nel diario racconti di aver sognato, una volta, di avere un pene e di sollazzarsi con la sua ultima conquista in un gabinetto a Langton, prima di colazione, è generalmente avversa all’uso di peni artificiali, come rende ben chiaro a Mrs Barlow: una simile pratica sarebbe incompatibile con la concezione assolutamente naturale che ha di se stessa e del piacere che ricava dall’atto sessuale.

Le domande di Anne rimangono purtroppo senza risposta. Se da un lato ciò non le rende più difficile accettarsi per quello che è, dall’altro questo forse spiega la compulsione alla scrittura, alla confessione, alla totale onestà che emerge dalle infinite pagine dei suoi diari. Forse, Anne è in cerca di una parola che possa finalmente definirla agli occhi degli altri, che finalmente le permetta di presentarsi al mondo con qualcosa esso sembra pretendere da lei: un’etichetta.

Mi dà sollievo sfogare i miei pensieri su carta.

– Anne, nel diario

Un termine dalla connotazione quasi sempre negativa, “etichetta”: al giorno d’oggi siamo incoraggiati a seguire i nostri desideri più profondi dando poca importanza al pensiero altrui, senza lasciarci ingabbiare da stereotipi che non ci rappresentano (spesso sinonimo di etichetta in tal senso, per l’appunto). Ma, nel bene e nel male, l’essere umano è un animale sociale e il contatto con gli altri è un bisogno insito della sua natura… proprio come quel senso di appartenenza che, se portato alle estreme conseguenze, ci spinge a un’omologazione brutale. Tutto quanto esca dalla norma suscita innata curiosità, spesso diffidenza; peggio ancora, se non abbiamo un nome per definire ciò che ci ritroviamo davanti. E Anne, forse, questo lo percepisce. Lo comprende negli sguardi degli uomini, che ben più delle donne sembrano esserle ostili.

Anche nella serie televisiva molti uomini cercano di “rimettere a posto” l’anticonvenzionale Anne.

Se il gentil sesso è generalmente confuso da lei ma intrigato dalla sua sensualità quasi predatoria, gli uomini, forti di un’esperienza più variegata del mondo, spesso sospettano la precisa entità della sua diversità. Anne, instancabile camminatrice e allergica alla noia, si reca di frequente in città per affari o per passare tempo; e questo nonostante sia spesso soggetta al ludibrio pubblico, con gente che addirittura le grida dietro se sia una femmina oppure un maschio. Una volta, un uomo le domanda, a voce molto alta: «Ti si drizza il cazzo?»; mentre un altro episodio la vede, mentre è in cammino verso Shibden da Halifax, completamente al buio perché le strade mancano ancora di illuminazione, inseguita e aggredita da uno sconosciuto che tenta di infilarle le mani sotto la gonna. Lei si difende colpendolo con l’ombrello fino a metterlo in fuga, come riporta soddisfatta nel diario.

Anne oggetto di sguardi curiosi per strada. Illustrazione realizzata, come quella in copertina, da Fran Murphy.

Quanto ad Anne, in generale pare ricambiare cordialmente. Rispetta, sì, gli artigiani, che conoscono il loro mestiere e si sporcano le mani, mentre mostra una vera e propria avversione verso coloro che hanno avuto accesso a un’educazione, magari a Oxford o a Cambridge; medici ed esponenti del clero sono i suoi bersagli preferiti: a muoverla non è solo l’invidia per non aver potuto frequentare istituzioni precluse alle donne, ma il senso di superiorità che, da donna erudita (porta avanti per tutta la vita un approfondito studio dell’aritmetica, della geologia, della geografia e altre materie scientifiche), avverte verso la maggior parte di loro.

Anne si muove in una dimensione a metà tra quella femminile e quella maschile. Lo ammette lei stessa, scrivendo nel diario: «Ahimè, non sono né uomo né donna per la società. Come farò?». Un sentimento di estraneità che finisce per tradursi in una ferma presa di distanza dai modelli muliebri del tempo. Anne gioca sulla propria eccentricità e, nei limiti del possibile, sbatte in faccia al mondo la propria diversità.

E lo fa a partire dall’abbigliamento: se il bianco è il tipico colore che, nella società inglese del tempo, denota le signorine non ancora sposate, Anne compie la scelta di vestirsi quasi completamente di nero, cappotto e stivali compresi, come a rendere noto a tutti che non solo lei non è sul mercato matrimoniale convenzionalmente inteso, ma che non ha nulla a che spartire con le altre donne.

Gentleman Jack mostra l’abbigliamento in nero di Anne.

E per tutta la vita resta una figura, seppure coi suoi lati spiacevoli, formidabile: nata e vissuta in un mondo per lei privo di modelli di riferimento, diviene lei stessa un emblema di auto-accettazione e sfida alle convenzioni che, per nostra fortuna, ci ha lasciato di sé una testimonianza preziosa e insostituibile.

Sono decisa a non lasciar passare la mia vita senza un qualche tipo di diario intimo da poter rileggere in futuro, magari con un sorriso.

– Anne, nel diario

E con questo, siamo arrivati alla fine del nostro viaggio in compagnia di Anne e dei suoi scritti. Grazie per aver letto e speriamo di avervi allietato nelle ultime settimane raccontandovi questa storia storia di diversità e coraggio. Al prossimo martedì, sempre qui, col nuovo tema di luglio!

– Lucrezia 🐵

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