#JUSTREAD – Recensione di “Racconti dal Dakota” di Hamlin Garland 🌾⛰🏚

No, non vi siete confusi: oggi è martedì, ma eccezionalmente il blog ospita una programmazione speciale: ebbene sì, finalmente riusciamo a portare una recensione su queste pagine (digitali). E cominciamo con un’occasione particolare.

La copertina di Racconti dal Dakota di Hamlin Garland, edito D Editore (2019) per la collana Strade Maestre: tutte le illustrazioni presenti sono realizzate dalla bravissima Martina Marzadori.

Memori del nostro profondo apprezzamento per Racconti dal Mississippi, precedente raccolta di racconti dello scrittore americano Hamlin Garland, da loro riportato in Italia dopo un’assenza di cinquantatré anni, gli amici di D Editore ci hanno invitate a partecipare al #DAKOTATOUR organizzato per la seconda fatica a tema Garland: Racconti dal Dakota, al suo recentissimo esordio nel nostro panorama editoriale. Un invito che non potevamo rifiutare.

Spetta dunque a noi l’onore di accompagnarvi nell’Ovest americano di Garland: campi sterminati e terra dura, dove la vita scorre al ritmo di una natura che è madre e matrigna e la fatica consuma anni e ossa; tra fango e lacrime, però, germoglia anche qualche timido un seme di speranza. I sei racconti che compongono la raccolta non sono altro che frammenti di questo Ovest – anzi, West – mobile e mutevole come le nubi in cielo.

Immagine originalmente creata per la prima raccolta edita D Editore, Racconti dal Mississippi.

Il vento soffiava gelido da ovest. Il sole si alzò rapidamente, dissolse, lasciando a una sconfinata distesa di cielo il compito di sovrastare una pianura quasi egualmente maestosa. C’era un fascino struggente nell’aria, un odore di terra fresca, una vastità e uno splendore che esaltava i pellegrini in un modo che nessuna parola è in grado di descrivere.

­– Hamlin Garland, Il Moccasin Ranch

Proprio nel racconto Il Moccasin Ranch seguiamo le peripezie dei coloni che si avviano verso Occidente, con l’intenzione di addomesticare una terra selvaggia e viva, tanto impossibile da imbrigliare quanto lo sono i sentimenti umani; ridiamo invece, con una punta di amarezza, per le disavventure amorose de Il raccoglitore di panna; diventiamo testimoni di un gesto di profonda umanità compiuto da una donna agiata nei confronti di una meno fortunata in Una bella giornata; ghignamo, e un po’ ci commuoviamo, assistendo ai battibecchi di una vecchia coppia sposata, Sandra e Raimondo del selvaggio West, in Zio Ethan Ripley; affrontiamo lo shock culturale al fianco del protagonista de I corvi di Dio, che ha lasciato la città per curarsi nella campagna della sua infanzia e se ne sente inizialmente rifiutato; infine, impariamo ad ammirare una donna coraggiosa, onesta e grande lavoratrice, ne La moglie di un buon uomo.

Anche solo dopo questo breve excursus, è impossibile non notare una certa varietà di atmosfere; varietà che stupisce meno una volta a conoscenza della storia editoriale di Main Traveled Roads, titolo originale della raccolta. Esordio “ufficiale” di Garland sulla scena letteraria, la sua serie di Strade Maestre, composta da due libri in totale, raccoglie opere brevi spesso inizialmente pubblicate su riviste: nella sua edizione del 1891, per i tipi dell’Arena Publishing Company e sottotitolata Six Mississippi Valley Stories, la prima raccolta consta di sei racconti (che in Italia si trovano nella precedente opera di Garland edita D Editore); più tardi se ne aggiungeranno altri e quelli originali saranno sottoposti a un continuo, sottile labor limae, tanto che la forma definitiva sarà raggiunta solo nel 1930. Tre delle storie presenti in Racconti dal Dakota (Il raccoglitore di panna, Una bella giornata e Zio Ethan Ripley) saranno incorporate nell’edizione del 1899, pubblicata dalla Macmillian Company, mentre I corvi di Dio e La moglie di un buon uomo appariranno solo nel 1922; Il Moccasin Ranch, racconto lungo del 1909, è originariamente inserito nel sequel Other Main Travele Roads, dell’anno successivo.

In sostanza, una fatica che attraversa quattro decadi di vita dell’autore (non a caso resta uno dei suoi lavori più celebri). Ciononostante, un legame tiene unite queste piccole gemme sul filo degli anni: il nobile intento di ritrarre la vita rurale secondo verità; aspirazione che lo annovera tra i maggiori esponenti del Regionalismo americano, influenzato da Realismo e Naturalismo, al fianco di grandi nomi quali l’Edgar Lee Masters di L’antologia di Spoon River e Sherwood Anderson (e curiosamente i tre, tutti provenienti da piccole cittadine del Mid West, a un certo punto vivono a Chicago, centro nevralgico del movimento).

Garland si autodefinisce un “veritist”, una sorta di naturalista zolliano che lascia da parte incesto, bestiality e simili comportamenti degenerati che in Zola sono cifra stilistica. Sostiene, Garland, che si possa essere tanto veritieri nel descrivere un uomo o una donna normale quanto nel narrare casi di rapporti tra consanguinei, adulterio o omicidio. Il suo scopo è dare una testimonianza realistica di una impressione personale corroborata e corretta da fatti oggettivi.

Sono cresciuto in una fattoria e sono deciso a dare alle stampe una volta per tutte la sostanziale bruttezza di questa vita. Posso testimoniarlo e intendo dire tutta la verità.

– Hamlin Garland nel semiautobiografico romanzo A Son of the Middle Boarder

L’autore sposa e fa propria la teoria dell’impressionista Vernon – secondo la quale, inizialmente, l’arte rappresenta, poi impara a riprodurre la vita e infine, riconosciute tali riproduzioni come menzognere, tenta di rappresentare la sensibilità dell’artista individuale – e la applica nelle descrizioni della solitudine, della miseria, della disperazione e della frustrazione insita nella condizione contadina.

Con un occhio di riguardo alle sofferenze delle donne, a cui persino il semplice piacere di uscire di casa è spesso negato: così è per Blanche, sposa del colono Burke, ostacolata dalla furia degli elementi nel primo racconto; per Nina, figlia di genitori rigidi e ricchi che pretendono si spacchi la schiena nei campi solo per tradizione ne Il raccoglitore di panna; per Delia, lavoratrice e madre spossata protagonista di Una bella giornata; e, in misura minore, anche per Nell, moglie del banchiere in La moglie di un buon uomo, che anela alla possibilità di realizzarsi fuori dalle mura domestiche. Ciascuna si adatta come può, ma una di loro non vi riesce affatto, tanto da lasciarsi scivolare a un passo dalla follia.

Questo è l’inferno in cui mi hai trascinata! Questo è il clima di cui ti sei vantato, questa è la tua bella casa, questa grotta! Non posso più restare qui, mio Dio, se solo fossi rimasta a casa». Si alzò, camminando avanti e indietro, con lo scialle che le penzolava addosso. «Se solo ci avessi pensato meglio, non saremmo mai venuti in questa terra dimenticata da Dio.

– Il personaggio di Blanche Burke ne Il Moccasin Ranch

L’approccio di Garland, dunque, non ha nulla del bucolico tanto apprezzato dai coevi. Il suo West non è una terra libera e ricca. È luogo di insidie naturali, di fatica e insieme di noia, dove solo quelli dalla fibra forte possono sopravvivere.

Ma alla fine, lo stato fece la sua comparsa, e così la prateria iniziò a spopolarsi. Alcune delle ragazze se ne andarono, senza mai più tornare.

– Hamlin Garland, Il Moccasin Ranch
Nel racconto d’esordio della raccolta, Il Moccasin Ranch, troviamo una donna, Blanche Burke, che nasconde la propria infelicità quotidiana al marito.

Le eco di darwinismo sono piuttosto evidenti; e del resto, il mondo di Garland è in evoluzione, ed è compito della letteratura adattarsi alle esigenze umane in continuo cambiamento: agli sterminati panorami rurali sempre di più si affiancano cittadine frastagliate di case, taverne ed empori, che ampio spazio si ritagliano in Racconti dal Dakota.

Non tutti i racconti contenuti in questo libro concentrano la loro attenzione sulla vita agreste, sebbene resti uno dei temi dominanti. Questo perché un nuovo tema ha catturato la mia attenzione, ossia quello dell’incessante avanzare delle città. Un avanzare che si nutre proprio delle campagne, portando a galla delle differenze che hanno poco a che fare con questioni puramente paesaggistiche. La vita nei villaggi è meno austera nei colori perché, anche se il lavoro resta duro, per lo meno non si è soli nella sofferenza. Non solo: la vita di città offre opportunità uniche ai nostri contemporanei.

– Hamlin Garland, prefazione dell’autore

I paesini di campagna, con i loro pochi, piccoli comfort che possono offrire (dettagliate sono le descrizioni dei disagi affrontati dalle donne per avere nuovi bene di prima necessità, soprattutto in inverno, o della lentezza delle comunicazioni coi grandi centri) si avviano lentamente a mutare, diventando cittadine. Con conseguenze più o meno funeste.

In La moglie di un buon uomo sarà la fondazione di una banca, con i rovesci di finanziari propri della speculazione, a gettare nel caos i paesani e a mettere l’amico contro l’amico. Colpevole solamente di eccessiva fiducia, c’è chi si ritrova rovinato, i risparmi di una vita volatilizzati per le decisioni azzardate di un banchiere sfortunato. In Zio Ethan Ripley l’invasione della città prende toni più umoristici: un forestiero propone al vecchio Ethan un affare d’oro, che finirà per esporlo al pubblico ludibrio e alle lamentele della moglie. C’è qualcosa di tristemente moderno nel modo in cui lo straniero, furbo e smaliziato, riesce a raggirare il contadino; ricorda tanto quelle truffe ai danni di anziani di cui si sente periodicamente parlare al telegiornale: allora come sempre, sono i più vulnerabili a cadere per primi.

Jim torna a casa da Nell, la sua sposa, con una notizia da darle. Scena dal racconto La moglie di un buon uomo.

C’è poi chi dalla città rifugge, solo per trovarsi in un (apparente) inferno provinciale: ne I corvi di Dio, una coppia torna coi figli al paese natale di lui; se i componenti più giovani della famigliola riescono immediatamente ad adattarsi al cambiamento di panorama, marito e moglie faticano a lasciarsi dietro gli atteggiamenti cittadini, col risultato di alienarsi ancor di più le simpatie di chi li circonda.

Al contrario, c’è chi abbandona, per non tornare mai più, la campagna esposta a una natura capricciosa e mutevole,

incurante dei sentimenti umani [che] si esprimeva con la più terribile potenza, capace del più crudele degli omicidi, per poi mostrare, pochi istanti dopo, il più dolce dei suoi volti.

Hamlin Garland, Il Moccasin Ranch

L’autore, che tanto rovescia non solo delle proprie impressioni ma anche della propria storia personale nei suoi scritti, è stato l’uno e l’altro di questi personaggi. Nato in una fattoria vicino a West Salem nel Wisconsin nel 1860, il padre Richard Garland del Maine, severo e opprimente, costringe più volte la famiglia a trasferirsi sempre più a ovest, spesso in abitazioni fatiscenti inseguendo una vita migliore; la madre, Charlotte McClintock, è ben più tenera verso i figli, ma con spirito di rassegnata sopportazione si piega alla volontà del marito. La distanza che lo separa dal genitore per aspirazioni e indole accende in lui la ribellione verso l’esistenza rurale, di cui non dimentica mai la durezza; si stacca dalla famiglia per stabilirsi nel 1884 a Boston, centro intellettuale del Paese, dove si dedica allo studio da autodidatta nella biblioteca del posto: legge assiduamente la poesia di Walt Whitman, di cui fa proprie le tematiche di fraternità dei lavoratori e amore per la patria, studia Charles Darwin e l’evoluzionismo.

Come artista, però, l’anno fatidico è il 1887: un viaggio nel West, dopo tre anni a Est, gli provoca quello shock culturale che si ritrova così tanti dei suoi personaggi, spesso forestieri che si approcciano alla campagna per la prima volta, o che vi ritornano dopo lungo tempo. L’ammirazione per la bellezza selvaggia dei luoghi, evidenziata dal forte contrasto con gli ordinati panorami della città, si unisce a uno sguardo lucido su sventure e miserie delle esistenze che vi sono immerse. Nasce spontaneo in lui il senso di colpa per aver abbandonato la famiglia in un simile squallore, soprattutto l’amatissima madre; allo stesso tempo, è consapevole di non poter far nulla, per loro, di essere destinato a prendere un’altra via.

Proprio durante questa visita comincia a prendere assidui appunti e a buttare giù dettagliate osservazioni della realtà che lo circonda; l’incontro con William Dean Howells, scrittore, critico e campione del realismo letterario, intimo amico di Mark Twain e Henry James, come anche di Garland, gli dà un ulteriore sprone a perseguire la carriera artistica, decisione che diventa definitiva nel 1888, quando Garland torna a trovare la madre rimasta semiparalizzata dopo un infarto.

Ne conseguono quelli che sono considerati i primi ritratti veritieri, nella letteratura americana, del contadino oppresso tanto dalla vita nei campi quanto da mutui e tassazioni ingiuste. C’è qualcosa di reale nelle aspirazioni frustrate del colono Burke, nell’ingorda innocenza di Ethan Ripley, nella rabbia dei risparmiatori truffati di Bluff Siding, che non si trova altrove, all’epoca. Ma la missione artistica di Garland non è semplicemente quella di portare alla luce le ombre della campagna; attraverso la scrittura, vuole cambiare le carte in tavola per i suoi abitanti, ma anche per sé stesso: dignità umana per i primi, dignità artistica per sé. Riconoscimento che otterrà nel 1921, vincendo il Pulitzer per il romanzo A Daughter of the Middle Border, permeato delle stesse atmosfere delle sue raccolte.

Successo e fallimento: un contrasto caro all’autore, declinato nei racconti tanto dal punto di vista economico quanto da quello sentimentale. Raramente amore e denaro vanno di pari passo; in effetti, Garland si impegna a smascherare l’apparente romanticismo degli scenari naturali accostandolo a esistenze interiori tormentate, a matrimoni che si piegano o si spezzano di fronte alle difficoltà della vita. Eppure, alcuni forti legami resistono: guidati dalla convenienza, come nel caso de Il raccoglitore di panna, o da un affetto duro come una roccia neri racconti Zio Ethan Ripley e Una bella giornata, o, ancora, che mutano e a si adattano ai rovesci di fortuna come ne La moglie di un buon uomo.

La scelta è lasciata al singolo. Prigionieri di un mondo dalle sfumature deterministiche, gli uomini e le donne del Mid West garlandiano prendono decisioni. Affrettate, poco accorte, sagge, disonorevoli: nella narrazione, il succedersi delle stagioni, con i lunghi inverni chiusi in casa e le interminabili estati di raccolto, prova dell’immutabilità della natura, è accostato a brevi ma capitali momenti di libero arbitrio, a volte persino in contrasto con le leggi umane.

Nel primo racconto, il personaggio di Bailey è intimo testimone di eventi profondamente contrari alla propria morale e che da osservatore esterno avrebbe condannato. Ma conoscendo fatti e persone coinvolte, il seme del dubbio germoglia e fiorisce dentro di lui; riflessivo e misurato, arriva a mettere in dubbio il codice etico scritto nella pietra del proprio animo per aprirsi a un ventaglio di nuove, complesse possibilità. Imboccherà dunque il sentiero più difficile: rinunciare a intervenire e farsi da parte.

Non riesco a giustificare ciò che stai facendo, Jim, ma immagino che la decisione spetti alla madre. È lei che deve essere felice, che tu lo sia o meno. Dunque, se lei pensa che sia meglio fuggire via con te, non avrò nulla da aggiungere.

– Bailey parla all’amico fraterno Jim in Il Moccasin Ranch

Scelta opposta a quella di Nell, la moglie del banchiere truffatore di La moglie di un buon uomo: messa di fronte alla possibilità di evadere l’ira dei risparmiatori, decide invece di agire, rimboccarsi le maniche e rimediare ai torti inflitti dal marito, che invece è a un passo dal lasciarsi sopraffare dalla codardia.

L’unico modo di aggiustare le cose non è solo pagare, ma è pagare tuo quello che dobbiamo. Non voglio che si dica che i miei figli vivano grazie al sudore della gente comune. Diavolo, non voglio che la gente dica che io vivo del sudore degli altri. Se non li pagherai tu, quei debiti, troverò il modo di farlo io. Ho riflettuto bene su tuo. Se non te la senti di restare ad affrontare la situazione e non paghi quella gente, non ti riconoscerò più come mio marito. Ti ho amato e stimato, Jim, e ti ho considerato un uomo d’onore. Vederti pronto a scappare e lasciarmi in pasto ai tuoi debitori è stato un colpo tremendo. Ma ho riflettuto e ho deciso: sarò io a farmi carico dell’onore della nostra famiglia .

– Hamlin Garland, La moglie di un buon uomo

Anche Nina di Il raccoglitore di panna prende in mano la propria vita a dispetto della volontà dei genitori: la sua è una lodevole disubbidienza, una «passiva rivoluzione sentimentale». Ma grandi scelte si nascondono anche nei piccoli gesti: accade a Delia, invitata in casa della benestante e generosa signora Hall, e allora le fatiche di settimane intere vengono ripagate dalla civiltà del poter affidare alle cure altrui quel figlio cui dedica la maggior parte delle sue giornate, riuscendo a trovare il tempo per far riposare piedi e schiena.

«Sembrate stanca, signora Markham. Non volete entrare un momento? Sono la signora Hall».

La signora Markham si voltò con un cipiglio in viso e una parola cattiva già pronta tra le labbra, ma qualcosa nel dolce volto ovale dell’altra donna la fece tacere e le spianò la fronte.

«Vi ringrazio, ma ormai è ora che torni a casa. Sto proprio cercando il signor Markham, mio marito.»

«Oh, entrate un momento; il bambino è di cattivo umore ed è stanco. Vi prego.»

– Hamlin Garland, Una bella giornata

Prese di posizione anticonvenzionali sono disseminate per tutta la narrazione. Gentilezze giungono immeritate, spinte dall’insospettabile pietas umana dei più semplici in I corvi di Dio, quando uno scrittore malato e proprio malgrado contagiato dallo snobismo della città viene salvato dalle cure di chi allontanato da sé col proprio ingiustificato disprezzo:

Oh, Robert, sono tutti così buoni! Ci nutrono come fossimo i corvi di Dio.

– Hamlin Garland, I corvi di Dio

Sono molti i tipi umani nella raccolta, ma non tutti immacolati: c’è Claude, il raccoglitore di panna egoista e sciupafemmine che decide di accasarsi (anche) per convenienza; c’è il truffatore che vende intrugli agli sciocchi; l’avventuriero che si innamora della donna sposata; il banchiere Jim che specula sulla pelle degli altri, pronto a scappare lontano lasciandosi dietro la devastazione causata e la folla di violenti che vogliono entrargli il casa e aggredirlo. Eppure, quasi nessuno è privo di una dimensione psicologica che ci porta ad apprezzarne le debolezze del cuore e della carne, persino a fare il tifo per una possibile redenzione.

Claude, ambulante sicuro di sé e ambizioso, che accetta del dolce dalle mani dell’innocente e timida Nina sotto lo sguardo stizzito dell’altezzosa Lucindy. Il racconto di riferimento è Il raccoglitore di panna.

E, in effetti, i sapienti parallelismi tra i movimenti della natura (di cui parte integrante sono persino gli animali) e i moti dell’animo umano sono quanto di più apprezzabile Garland riesce a portarci con la sua scrittura. Il confine tra uomo e animale e tra uomo ed elementi si rivela labile, il rapporto simbiotico. Particolarmente nel primo racconto, dove la crescente disillusione dei coloni che come cicale si trovano impreparati all’arrivo di un rigido inverno verso un West che è quasi un Eden di rinascita destinato alla corruzione, va di pari passo con la disaffezione di una moglie verso un marito che pure la adora; l’irrigidirsi delle stagioni corrisponde all’inaridirsi dei sentimenti, inesorabile come il manto di ghiaccio che isola tutto e tutti dal resto del mondo.

La tempesta, sempre più forte, sembrava dover annunciare l’avvento del giorno del giudizio, un giudizio spietato dove l’ululato del vento era il modo con cui la natura rideva esultante della sua caduta.

– Hamlin Garland, Il Moccasin Ranch

Battaglie interiori e sentimentali si scatenano sul piano domestico, regno delle donne che Garland così bene riesce a ritrarre, ciascuna con una sua personalità distinta: la fragile Blanche, l’indomita Nell, la timida Nina, l’inaffondabile signora Ripley, la pratica Estelle, la disillusa Delia, la generosa signora Hall, la snob ravveduta moglie di Robert Bloom. Gli eventi ci rivelano di ciascuna lati insospettabili persino a loro stesse: debolezza e sottomissione, ma anche tanta forza, tenacia e spirito di adattamento. Sono donne ispirate alla madre di Garland, sempre vicina al suo cuore. Per un approfondimento sul tema, vi rimando all’articolo scritto da Giusi di Libridimarmo.

Aveva sperimentato le vette più alte di un’esaltazione emotiva capace di farle superare i momenti più difficili, ma ora, quegli stessi sentimenti gravavano su di lei fino a schiacciarla nel più profondo degli abissi, acquatta in un umido anfratto da cui aveva paura di uscire.

– Hamlin Garland, Il Moccasin Ranch

E dove ci sono donne, ci sono uomini; e ci sono famiglie, dalle più classiche a quella formata da nonni e nipote orfano. Dove ci sono famiglie ci sono matrimoni; e dove ci sono matrimoni c’è adulterio, difficoltà, litigi, delusioni, sensi di colpa. Non famiglie alla Mulino Bianco, ma nuclei posti sotto stress da carichi di lavoro inumani, dove parole grosse volano e sentimenti vengono feriti, proprio come accade nella vita vera. Claude, che non riesce a guadagnare abbastanza per mettere su casa e sistemarsi, potrebbe essere un laureato del giorno d’oggi; Nell, che mette su un business con accorta perizia e si allontana da un marito che pensava di conoscere quanto sé stessa, una delle imprenditrici che sempre più si mettono alla prova, spronate dal bisogno materiale e spirituale di crearsi una fonte di guadagno. I commenti sugli stranieri o sulle costellazioni di immigrati che formano il melting pot delle campagne del Dakota suonano familiari alle nostre orecchie.

Così come la mancanza di impiego e lo sprone a migrare sempre più a ovest alla ricerca di fortuna; la crescita dei piccoli centri che rubano braccia alle campagne; la competitività in ufficio; lo shock culturale di tornare alla terra d’origine; la distanza invalicabile tra il denaro cartaceo e i capitali “virtuali” smossi dalle banche, che ricalca l’abisso tra il lavoro manuale e quello di ingegno, spesso basato su colpi di fortuna; l’impulso di fuggire dalle responsabilità; il terrore di esser messi in ridicolo di fronte al vicinato; l’orrenda prospettiva di perdere una persona cara o i propri risparmi, lasciando indigenti non solo noi stessi ma anche chi amiamo.

Un pessimismo cosmico addolcito, però, dalla speranza. Di un futuro migliore, in un mondo in evoluzione, in una natura che sa essere anche benigna e, in ogni caso, offre spettacolari panorami.

In sostanza, Hamlin Garland è un autore che ha ancora tanto da dirci, sull’America di fine Ottocento e inizio Novecento ma anche sul mondo contemporaneo; e su sé stesso, ma anche su noi stessi. È un lodevole sforzo, quello compiuto da D Editore, di riportarlo all’attenzione dei lettori, dopo tanti anni.

La prima raccolta di Hamlin Garland pubblicata dalla casa editrice, nel 2017, Racconti dal Mississippi.

Concludo qui la mia recensione, ringraziando ancora la casa editrice per averci dato l’opportunità di partecipare al blogtour e vi invito a leggere gli interventi precedenti e a non perdervi la tappa finale. Alla prossima!

– Lucrezia 🐵

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...