#MARTEDÌCLASSICI – Zuffe letterarie. ✍️ Parte 1: tutti odiano Jane Austen 🌷📖

Benvenuti al primo appuntamento di luglio con il #MARTEDÌCLASSICI, la nostra rubrica dedicata ai pilastri della letteratura! Ormai è estate inoltrata, stagione di fuoco in cui gli animi si fanno accesi; e per questa ragione, dedicheremo luglio e agosto a faide e vendette letterarie, rapporti di amore e odio tra grandi del passato che proprio non si potevano vedere.

Sì, perché se oggi giorno è quasi sacrilegio muovere critiche ai giganti di ieri, non bisogna tornare indietro di troppi anni per scoprire che gli intoccabili non sono sempre stati tali: opere indimenticabili hanno ricevuto critiche da letterati altrettanto illustri, e nemmeno i più insospettabili sono al sicuro.

E chi parrebbe essere più immune da frecciatine avvelenate e lingue biforcute dell’incontrastata regina dell’arguzia inglese, l’affascinante miss Jane Austen di Steventon? Celebre per l’umorismo affilato che non risparmia nemmeno alle eroine protagoniste dei suoi romanzi, il suo lavoro più quotato, Orgoglio e Pregiudizio, è ormai un imprescindibile della storia letteraria; ma non è stato sempre così.

Due immagini di una prima edizione del capolavoro austeniano, messa all’asta lo scorso anno, per la gioia di (molto) facoltosi fan della scrittrice.

Ricapitoliamo: dopo una lunga gestazione, i diritti di Orgoglio e pregiudizio (inizialmente intitolato Prime impressioni) vengono venduti per 110 sterline nel 1812; l’opera fa sua comparsa nel panorama editoriale coevo il 28 gennaio dell’anno successivo. Pubblicato anonimo, diviene presto di moda nei circoli aristocratici, gli arbitri elegantiae del loro tempo, ma è lontano dall’essere il bestseller che è destinato a diventare; senza contare che al tempo, il genere romanzo è agli occhi dei critici ancora puro intrattenimento; nonostante l’appassionata difesa di Emma da parte del formidabile sir Walter Scott apparsa anonimamente nel Quarterly Review, ci vorranno ancora cinquant’anni prima che Jane Austen si trasformi nel mito che conosciamo e amiamo (o amiamo odiare).

Busto di sir Walter Scott, opera dell’artista Francis Legatt Chantrey, alla Boston Athenæum.

Nonostante tra il 1832 e il 1833 Richard Bentley, nella sua Standard Novel series, riesumi la produzione della Austen, l’autrice sembra navigare in acque troppo tranquille per i gusti dell’epoca, con le sue ambientazioni provinciali e le trame per nulla avventurose: gli scrittori in sono altri, soprattutto gli universalmente amati Charles Dickens e George Eliot. I lettori di Orgoglio e pregiudizio sono pochi e scelti: per quanto continuamente in ristampa, c’è qualcosa, in Jane Austen, di insopportabilmente radical chic che la allontana dal grande pubblico.

Jane Austen autrice da radical chic? Qui un ammiccante poster del film Becoming Jane del 2007 con Anne Hathaway e James McAvoy.

Soltanto nel 1869, con la pubblicazione della prima biografia significativa firmata dal nipote di Jane, James Edward Austen-Leigh, dal titolo A Memoir of Jane, gli amanti della lettura sembrano finalmente vincere la loro diffidenza verso l’autrice, con conseguenze che ben conosciamo: i suoi lavori hanno ispirato libri, film, opere di teatro e musicali (più o meno di successo, più o meno meritato), e che il suo nome sia ormai di casa ai quattro angoli del mondo è una verità universalmente riconosciuta.

In tempi moderni, la devozione di critica e pubblico è sfociata in un vero e proprio movimento, che la critica Claudia Johnson definisce “Janeitism”: un entusiasmo che sfiora l’idolatria verso tutto ciò che Jane è stata ed è, tanto da prendere, secondo la studiosa austeniana Deidre Lynch, le sfumature di una setta.

Austenland è insieme critica (molto bonaria) e prodotto di questa mania «universalmente riconosciuta» per la scrittrice inglese.

Pensate quindi alla faccia di un janeitista (magari lo siete anche voi!) nello scoprire quante e quali figure, magari non altrettanto venerate ma comunque autori del cuore di molti, hanno stroncato l’autrice e il suo Orgoglio e pregiudizio senza alcuna pietà: Charlotte Brontë, Mark Twain, D.H. Lawrence sono solo alcuni di questi nomi insospettabili.

A leggere le critiche caustiche rivolte alla povera Jane e alla sua punta di diamante, è facile immaginarseli riuniti attorno a un tavolo, a discuterne tutti insieme davanti a una bella tazza di tè (freddo, vista l’afa) e malevolenza. Magari, perché no, nelle vesti di giudici di qualche fantomatico concorso letterario per narrativa edita. Anzi, immaginiamolo proprio: Jane, non esordiente ma ancora lontana dalla celebrità, ha sottoposto il suo ultimo romanzo pubblicato; a giudicarla, scrittori di calibro ma con gusti decisamente diversi dai suoi…

Jane Austen, a casa, in ipotetica attesa di sapere se il suo romanzo supererà la selezione «a insindacabile giudizio» della giuria. Still dal famoso adattamento di Joe Wright.

Prima le signore, allora: a prendere la parola è Madame de Staël, scrittrice francese di origini svizzere contemporanea di Jane (muoiono anche nello stesso anno). Una tipa ostica, in una relazione complicata con la Francia, da cui riesce a farsi esiliare per la sua collaborazione intellettuale con Constant, filosofo ostile a Napoleone Bonaparte. Letterata viaggiatrice, amante del nuovo e del moderno, non riesce a farsi andare giù l’impostazione classica del romanzo austeniano. Verdetto finale: Orgoglio e pregiudizio è un’opera «volgare».

Alcune delle opere di di Madame de Staël, in edizioni francesi. © Headquarters Paris

Ben più diplomatico è l’amatissimo Primo ministro inglese Winston Churchill. Appassionato di cultura classica, fervente studioso autodidatta, e prolifico scrittore di fiction e non-fiction (sotto pseudonimo, ovviamente), lui è venuto preparato: il romanzo l’ha già letto durante la Seconda guerra mondiale, e ammette di avervi trovato un qualche conforto. Ma, forse perché ne ha viste di cotte e di crude, nella sua lunga carriera di soldato e politico, gli viene spontaneo protestare.

Che vite calme aveva quella gente! Senza preoccupazioni per la Rivoluzione francese, o per la vera e propria lotta che furono le Guerre Napoleoniche. Solo buone maniere che controllano naturali impulsi il più possibile […].

– il giudizio di Winston Churchill

E del resto, nei romanzi di Jane Austen, i soldati sembrano esserci solo per la divisa!

Certo, Sir Winston Leonard Spencer Churchill si aspetterebbe ben altri temi, più impegnati, dal testo in esame.

Ecco che dal coro si leva un’altra voce: silenzio, parla Charlotte Brontë. Anche l’autrice di Jane Eyre ha molto da dire sull’argomento.

Come fa a piacervi tanto miss Austen? La cosa mi lascia perplessa. […] Mi sono procurata il libro e l’ho studiato. E cosa ho trovato? Un accurato dagherrotipo di una faccia comune; un giardino ben recintato, ben coltivato con siepi e fiori delicati – ma nessun colpo d’occhio di una fisionomia brillante, vivida; niente aperta campagna; niente aria fresca; nessuna fredda collina; nessun grazioso ruscello.

– le rimostranze di Charlotte Brontë

Immaginiamocela con le guance arrossate, il collo teso in avanti mentre continua la sua tirata: «Non mi piacerebbe affatto vivere con le sue gentildonne e i suoi gentiluomini nelle loro case eleganti ma così chiuse». E da donna passionale e schietta com’è, tanto simile alla sua, di Jane, la diretta istitutrice, potrebbe esimersi dal dare giudizi più personali?

Jane Austen [è] una perfetta, assennata gentildonna, ma una donna alquanto priva di sensibilità (ma non di ragionevolezza). Se questa è eresia, non posso farci nulla.

– ancora Charlotte Brontë

No, le abbottonate eroine austeniane non fanno proprio per lei: troppo poco sentimento, troppa privacy è concessa loro.

Le sorelle Brontë ritratte dal loro fratello Branwell. Charlotte è la donna più isolata, sulla destra, accanto a dove era ben visibile, prima della ripittura, proprio la figura di Branwell.

E del resto, non è la sola a pensarlo: D.H. Lawrence, scandaloso autore di L’amante di lady Chatterley l’autore più censurato del suo tempo, di Jane proprio non sopporta la chiusura, lo snobismo dell’Inghilterra che dipinge; e del resto, è figlio di un minatore e di una donna acculturata: sa bene quanto «un curioso legame di sangue tiene insieme le classi sociali. I signorotti saranno anche arroganti, violenti, prepotenti ed ingiusti, eppure in qualche maniera [sono] uniti alla gente comune, parte dello stesso sistema circolatorio. […] Ed ecco che nella perfida Jane Austen, tutto questo è svanito. Questa zitella raffigura la “personalità” invece del carattere, l’acuta consapevolezza della distanza invece della comunione, ed è, a mio modo di sentire, inglese nel senso malvagio, meschino, arrogante della parola […]». Anche lui, del resto, è uno di sangue bello caldo.

Nessuna travolgente passione erotica per la Jane di Orgoglio e pregiudizio. Di altra pasta è la Constance creata da D.H. Lawrence. Un fotogramma da L’amante di lady Chatterley del 1981, per la regia di Just Jaeckin.

Per Ralph Waldo Emerson, il scrittore, saggista, poeta e filosofo americano più sottovalutato in assoluto (almeno secondo il collega Harvard Stanley Cavell), il problema sta nell’ossessione generale per denaro e matrimonio. Il padre del trascendentalismo, dei dettami della società che corrompono la natura umana se ne intende. E la società inglese al centro di Orgoglio e pregiudizio, tra tutte, non pare essere la sua preferita.

Non riesco proprio a comprendere perché alla gente vadano così a genio i romanzi di miss Austen, che a me paiono volgari nel tono, sterili nell’invenzione artistica, imprigionati nelle tremende convenzioni della società inglese, privi di genio, di spirito o di conoscenza del mondo. Non c’è mai stata vita tanto pallida e di ristrette vedute… Il suicidio è una scelta ben più rispettabile.

– le forti opinioni di Ralph Waldo Emerson

Pensate che il filosofo sia stato un filo troppo severo? Sarà che è americano: i giudizi d’oltreoceano non sono granché gentili con la nostra eterna signorina inglese, forse perché manca un po’ troppo di democrazia per i loro gusti. All’inizio del Ventesimo secolo, l’America si divide su Jane Austen: il partito capitanato da William Dean Howells (che abbiamo già incontrato in questo appuntamento dedicato ad Hamlin Garland: il mondo letterario è piccolo), che con una serie di saggi introduce e canonizza la figura di Jane negli Stati Uniti, si oppone al nemico giurato della letteratura inglese, il famigerato padre degli avventurosi Tom Sawyer e Huckleberry Finn: Mark Twain. Indovinate quale dei due è giudice nel nostro concorso letterario?

Lo sguardo ombreggiato, causa sopracciglia, di Mark Twain, deciso a stroncare la candidatura di Jane Austen a questo ipotetico concorso letterario.

Ricordato per la sua impareggiabile umiltà («Continuiamo a perdere tutti i più grandi scrittori al mondo. Chaucer è morto, è morto anche Shakespeare, e così pure Milton. E nemmeno io mi sento tanto bene.») e per l’impressionante paio di sopracciglia, nonché per essere il «primo vero scrittore americano» a detta di Faulkner, l’umorista, aforista e docente Mark Twain è la nemesi incarnata di ogni janeista.

Se la quieta Virginia Woolf diplomaticamente ammette che: «qualunque cosa “Bloomsbury” pensi di Jane Austen, non è per nulla tra le mie preferite. Darei tutto ciò che abbia mai scritto per la metà di quanto scritto dalle Brontë, se la ragione non mi spingesse a riconoscere che sia una grande artista», il nostro Twain ammette chiaro e tondo che «i libri di Jane Austen [nome che, a sentire Howells, Twain più che pronunciare, sputa fuori dalle labbra] non sono presenti in questa biblioteca. Questa sola mancanza renderebbe ragionevolmente valida una biblioteca in cui non vi fosse nemmeno un libro». Immaginiamo un sorriso fremere sotto i suoi baffoni mentre afferma convinto: «I suoi libri mi esasperano al punto tale che non posso nascondere la furia», e aggiunge: «Dopo averlo posato, semplicemente non riesci a riprenderlo in mano». A suo dire, non lo aprirebbe neanche se lo pagassero. Ma questo non è del tutto vero: perché ammette che gli piace rileggerlo solo per poterlo odiare di più.

Ogni volta che inizio devo fermarmi. Ogni volta che leggo Orgoglio e Pregiudizio, voglio dissotterrarla e picchiarla sul cranio con la sua stessa tibia.

– l’odio di Mark Twain per Jane Austen

Povera Jane: Howells racconta che, quando Twain si ammala, piuttosto che compatirlo, lo minaccia di andargli a leggere Orgoglio e Pregiudizio, se non si rimetterà presto.

Difficile dire cosa Twain sopporti della scrittura della Austen, di certo non gli vanno a genio le atmosfere.

Ogni volta che inizio Orgoglio e Pregiudizio […], mi sento come un barista che entra nel Regno dei Cieli. Intendo dire che mi sento come probabilmente, quasi certamente si sentirebbe lui. Sono sicuro di sapere quali sarebbero le sue sensazioni, i suoi commenti tra sé e sé».

– Mark Twain

Non gli piacerebbero proprio, questi presbiteriani che Jane fa sfilare nei suoi romanzi: «Non vorrebbe stare in loro compagnia; non gli piacerebbe il loro portamento, il loro stile, i loro modi; i loro discorsi lo manderebbero in bestia», dice.

E nemmeno i personaggi.

Mi fa detestare tutti i suoi personaggi, senza riserve. È questa la sua intenzione? Impossibile da credere. Il suo scopo è forse far detestare i suoi personaggi al lettore fino a metà libro e farglieli piacere per il resto dei capitoli? Potrebbe essere.

– Mark Twain

E borbotta, molto piano: «Sarebbe vera arte. Varrebbe la pena di leggerla». Però proprio non ce la fa a darle il beneficio del dubbio: se i critici hanno così da beatificarla per le sue caratterizzazioni, Twain controbatte: «Dicono che disegni i suoi personaggi differenziandoli profondamente e con tocco sicuro. Penso sia vero, purché i personaggi che sta disegnando siano odiosi». E non si risparmia un ultimo ghigno sollevato.

Dopo tutta questa veemenza, viene da domandarsi se il buon Twain sotto sotto non si riveda nell’autrice che tanto ama odiare: forse perché, proprio come il suo barista, comprende che c’è qualcosa che di lei gli sfugge, una raffinatezza che non arriva a capire? O magari, sotto tutto lo sdegno, vi è la consapevolezza di avere con lei qualcosa in comune? Dopotutto, entrambi scrittori comici, tutti e due hanno fede nel potere dello humor e del romanzo per rivelare verità profonde dell’umana natura.

Quale che sia la risposta, il tè è ormai prosciugato, i dadi sono tratti e l’assemblea si scioglie. Non pare mettersi bene, per la povera Jane che, ignara, non può fare altro che attendere il responso.

E ora, immaginiamo siano trascorsi i mesi di rito. Miss Austen si sta godendo una passeggiata nei vasti giardini di Chawton House, nell’Hampshire, oppure è indaffarata nell’orto, tra piante di piselli, pomodori fioriti e fragole verdi, quando riceve la lettera che aspetta da tempo. Figuriamocela mentre strofina i palmi liberandoli dalla polvere e, con un gesto nervoso, quasi strappa la busta dalle mani di chi gliela porge. Un lieve tremore di dita, mentre scarta il responso, le sopracciglia aggrottate e un velo di delusione attorno alle labbra.

Jane, nella nostra ricostruzione immaginaria, dopo aver letto il responso dei giudici. Still da Pride and Prejudice del 2005.

Ma poi, riprende compostezza. Un sospiro, un sorriso. E probabilmente, i suoi pensieri non sarebbero molto distanti dalle parole realmente rivolte per lettera a un prelato che le consiglia di cambiare il suo stile: «Mio caro signore, siete oltremodo cortese nell’offrirmi i vostri suggerimenti [ma] non potrei seriamente accingermi a scrivere per nessun altro fine che per salvarmi la vita; e se fosse essenziale che io continuassi a farlo senza che possa mai abbandonarmi a una risata a spese mie e altrui, sono certa che sarei bloccata prima ancora di finire il primo capitolo».

Infine, a tutti loro (ma forse specialmente all’accanito Twain) direbbe: «No, devo rimanere fedele al mio stile e continuare a fare a modo mio». E farebbe bene.

Arrivati alla fine della nostra piccola fantasia, per oggi vi salutiamo e vi diamo appuntamento con la rubrica per la settimana prossima, con un’altra zuffa letteraria. Grazie per esser stati al nostro scherzo!

– Lucrezia 🐵

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