#JUSTREAD – Recensione di “The White Family” di Maggie Gee ✍️ 👪 👨🏿‍🦱

La prima volta che ho sentito parlare di Maggie Gee è stata all’ultima Salone del Libro di Torino. Attraccata in un raro momento di pausa nel porto sicuro che è lo stand di Edizioni Spartaco, è stato Giovanni Russo, fondamentale collaboratore della casa editrice campana, a mostrarmi una copia di uno dei loro gioielli, The White Family di Maggie Gee, e a dirmi: «Leggilo perché questo è roba forte» con tanta convinzione da mettermi la pulce nell’orecchio.

Maggie Gee, una delle sole sei donne tra i venti promettenti giovani scrittori inglesi segnalati dalla rivista «Granta» nel 1983, è stata anche la prima presidente donna della Royal Society of Literature dal 2004 al 2008. Ha pubblicato dodici romanzi (di cui tre pubblicati da Edizioni Spartaco), una raccolta di racconti e un memoir.

Piena di curiosità, tornata a casa ho fatto qualche ricerca: scritto alla fine degli anni Novanta, è stato pubblicato nel 2002 ed è arrivato finalista all’Orange Prize l’anno successivo e nominato all’International Impac Dublin Literary Award. Promettente, ho pensato. Così mi sono procurata la copia in lingua inglese: un librone ben più sostanzioso degli ultimi letti, più agili, eppure scivolato via e poi dentro, sotto la pelle. E lì è rimasto. Così, ho domandato alla casa editrice una copia in italiano, che sono stati così gentili da inviarmi. Spoiler: la versione tradotta da Giovanni Giri non ha nulla da invidiare all’originale (ma ve ne parlerò meglio in seguito, in un focus sulla traduzione letteraria).

L’edizione paperback in lingua inglese, pubblicata nel 2008 dall’indipendente Saqi, la casa editrice con cui il romanzo ha esordito e specializzata in libri sul Medio Oriente e il Nord Africa.

È un mattino di primavera alla fine degli anni Novanta: una pazza giornata di marzo «di ghiaccio e di fuoco» all’Albion Park di Hillesden Rise, quartiere fittizio di Londra. Fratello di sangue della biblioteca e dell’ospedale del posto, il parco è un Eden centenario (non privo di serpenti tutti suoi) che ha ben resistito agli attacchi della modernità che sempre più rapidamente fagocita la zona: vialetti alberati di platani convergono fino a una squisita fontanella in pietra, modellata come una cattedrale gotica in miniatura; non lontano, la casa del custode, un edificio in stile vittoriano a due piani, dalle grandi finestre eleganti. E tutto attorno un paesaggio quasi idilliaco.

Violacciocche, primule, viole invernali, ogni specie nella sua aiuola separata, con qualche violenta vampata di tulipani e narcisi, dritti come soldati, a sorvegliare il vialetto. […] Sopra la collina […] il campo giochi dei bambini, tinte crude di giallo e rosso, sullo sfondo del recinto lontano, e, vicino a questo, colline brune di pacciame […] e poi, oltre il parco, il cimitero, che si allungava come una foresta pietrificata, acri di bianco e crema silenziosi, e ancora, dietro, le luccicanti file di tetti che piastrellavano la terra fino all’orizzonte indistinto, ingrigendo sino a comparire, divenendo invisibili, offuscandosi in una coltre di fumi.

Sul prato, una figura infagottata in un pesante cappotto militare muove qualche passo marziale e poi si accascia al suolo, un soldato colpito in battaglia: è Alfred White, che di Albion Park è custode e guardiano, lui stesso un’istituzione. E con lui, crolla ogni certezza del suo piccolo mondo imperfetto.

Londra città multiculturale: qui l’installazione House of Flags a Parliament Square, omaggio dello studio AY Architects alle diversità di tutti i Paesi partecipanti alle Olimpiadi (e ai giochi paralimpici) del 2012. © Karen Roe

Inchiodato in ospedale per accertamenti, la sua figura distesa è l’astro un po’ spento attorno a cui ruotano gli astri della sua vita. May, la devota moglie che gli sta accanto da quarant’anni. E i loro tre figli dai nomi da star del cinema: il maggiore Darren, abbronzato giramondo e giornalista di fama, “l’amico del popolo”; la figlia Shirley, bionda, bella, imponente, una vedova dal passato complicato; lo skinhead Dirk, la cui personalità sgradevole pare trasparire nel viso picassiano. E poi c’è Thomas, amico d’infanzia di Darren, bibliotecario di giorno e scrittore inconcludente di notte. Thomas, che è stato il primo a soccorrere Alfred riverso a terra, a dare la notizia a casa White assieme alle autorità. Thomas, che servirà da collante in una famiglia spaccata da vecchi risentimenti e segreti piccoli, grandi, inconfessabili.

Segreti di cui, chiaramente, percepiamo l’esistenza ma non veniamo a conoscenza se non al momento giusto, spesso quando la guardia si abbassa, e ci siamo già affezionati a questo o quel personaggio.

L’autrice parla del romanzo. Intervista ospitata sul sito Meet the Author.

The White Family è un libro per un lettore attento, e non solo per la vastità della materia narrata. Ogni capitolo, ciascuno dal punto di vista di uno dei protagonisti (flussi di coscienza tanto in prima quanto in terza persona, tanto al presente quanto al passato, che scivolano l’uno nell’altro tanto fluidamente che a malapena ce ne rendiamo conto), è disseminato di minuscoli indizi (un rapido pensiero, breve battuta, persino le iniziali di un nome) che andranno a formare un quadro più ampio con l’avanzare della narrazione; al punto tale che, rileggendo, ci si rende conto che nei primi passaggi c’era già tutto quanto necessitavamo sapere.

In questo romanzo corale, nessuno dei personaggi è ciò che sembra, e molto pochi sembrano ciò che sono. Se in principio è Thomas a prestarci i suoi occhi, lo sguardo che getta su quei conoscenti di lunga data non è privo di giudizi e pregiudizi. Ma neanche lui conosce l’intera storia. Soli testimoni degli eventi passati sono i muri della graziosa villetta che Alfred e May un tempo condividevano coi loro figli, ma che è ormai un nido semivuoto.

Nel mondo di Maggie Gee, ci lasciamo alle spalle il conforto e lo sconforto domestico e ci trasferiamo in luoghi-nonluoghi, dove un intrico di esistenze si incrocia, intimità passeggere si formano e si dissolvono, incapaci di mettere radici. La dimensione “comunitaria” del romanzo è tale che la maggior parte dei suoi protagonisti svolge una funzione di pubblica utilità: il bibliotecario, la maestra, l’infermiere, il professore, il guardiano del parco, il giornalaio…

Eppure, seduti in sale d’aspetto, all’ufficio postale, al parco, in ospedale, al cinema, i personaggi si mettono a nudo l’uno con l’altro più o meno intenzionalmente fino a levarsi la pelle, quando in casa paiono ingabbiati in pensieri e ricordi.

Le famiglie dovevano essere così, tutte unite, quando c’era un problema.

– May White

Soprattutto a casa White: col capofamiglia in ospedale e la moglie al suo capezzale, la villa si svuota. E mai vedremo la famiglia White riunita sotto il tetto che li ha visti crescere: come tessere di un puzzle sparpagliate, si muovono per Hillsden incontrandosi raramente al capezzale del padre afflitto da un subdolo male. A letto o in piedi, è Alfred il punto di riferimento, il centro attorno a cui ruotano moglie, figli, persino Thomas, che per lui prova un’ammirazione che sfocia nell’idealizzazione.

E il padre di Darren, Alfred, era il guardiano del parco… Era e lo è ancora. È ancora al suo posto. C’è un che di epico in questo; quasi cinquant’anni di servizio… Alfred White che difende la fortezza. […] Il padre di Darren. Alfred White, il guardiano del parco.

– Thomas Lovell

Ma Alfred non è la sola divinità destinata a cadere: tanti i miti che tramonteranno, andando avanti nella narrazione. Ma nessuno quanto lui: Alfred White. Un uomo che non si spezza nonostante l’età, un soldato in cappotto militare e stivali, lavoratore instancabile, marito innamorato e devoto.

Ed è May, da quarant’anni al suo fianco, la più leale guardiana sua e della loro dimora. Tenera, romantica May, che si sente smarrita senza un libro nella borsa, che è una pessima cuoca ma sempre così gentile con tutti, che ama passare serate in compagnia dei suoi Alfred (White, il marito, e Tennyson, il poeta) nel suo grazioso salotto, a condividere intimi silenzi nelle familiari metriche vittoriane. Nessuno più di lei è colpita dalla sua assenza, il crollo di un pilastro del suo tempio familiare. Ora, deve dividerlo con dottori e infermiere, in un luogo dalle regole astruse che si è intromesso nella loro esistenza.

Avanti, avanti. Oltre la soglia. Nello spaventoso nuovo luogo che all’improvviso faceva parte della loro vita insieme… Parte della loro nuova vita da separati. Un luogo dove lui deve andare da solo, un luogo dove lei può soltanto andare a trovarlo. […] Un’ondata di sollievo: era sempre là. Come la testa su una moneta da sei penny, che non si rovinava mai… ma diventava più piccola, in qualche modo, mentre il mondo si ingrandiva.

– May White

Per gli White, il mondo si ingrandisce. A dismisura. Un mondo per cui anche Alfred ha combattuto in guerra, fatto di ospedali, biblioteche, chiese, uffici postali, negozietti di quartiere ormai condannati al fallimento dall’avvento del sistema di produzione di massa: luoghi fatti per stare insieme, come il parco che Alfred, come l’ultimo soldato rimasto sul bastione, difende da tutta la vita.

Abbiamo combattuto l’ultima guerra per avere luoghi come questo. Ospedali, parchi, scuole. Non campi di concentramento, come facevano gli altri. Un ospedale era un luogo da condividere. Dove tutti potevano entrare nell’ora della sofferenza. La luce era fastidiosa, ma splendeva per tutti.

– May White

Chi sono, questi tutti? Siamo finalmente giunti al nocciolo del problema: non tutti i “tutti” sono uguali. A dividere gli White non sono solo vecchi rancori, ma una ferita eternamente aperta, il leit motif che attraversa tutto il romanzo: il timore del diverso, dell’intruso, dell’estraneo, e soprattutto di chi la propria estraneità se la porta impressa nella pelle.

Donne di diversa etnia a Portobello Road. © Che-burashka

È il razzismo, in tutte le sue declinazioni, e la discriminazione che permeano Hillesden Rise, quartiere in espansione, ma anche Londra, città multietnica dove le scuole pullulano di bambini di ogni colore dello spettro mentre gli avventori di musei e biblioteche sono di un bianco schiacciante; e i pensieri dei personaggi, nessuno escluso: non solamente Alfred, che ha servito in Palestina e non riesce a liberarsi dei ricordi; o Dirk, che ha raccolto gli insegnamenti paterni sugli stranieri e li ha portati alle estreme conseguenze; ma persino in quelli di Shirley, che ha sposato e perduto l’amore della sua vita, Kojo, un uomo di colore, e sta tentando di rifarsi la vita con Elroy, di origini giamaicane.

Non sapevo nulla dell’Africa quando l’ho conosciuto, pensavo che tutti i neri fossero africani. Mio padre, naturalmente, odiava le persone di colore e li chiamava «negri», così lo facevo anch’io, e non ho mai capito che «negro» fosse un insulto fino a quando non ho conosciuto Kojo e lui mi ha chiesto di non dirlo. […] Era un altro mondo, con un altro modo di pensare.

– Shirley White

Persino i pensieri di May, che si ritiene una donna di larghe vedute; persino di Darren, “l’amico del popolo”; persino di Thomas, abituato al contatto con individui di ogni tipo:

Era davvero minaccioso? Si chiede dopo Thomas. Si può dire che volesse minacciarlo? No, era solo alto. E nero, naturalmente, anche questo conta.

– Thomas Lovell

Più interessante ancora, persino in Elroy, che ha la pelle scura e parla con l’accento straniero ereditato dalla madre, e nel raffinato, erudito Kojo, che si è lasciato l’Africa e i suoi pregiudizi alle spalle per un nuovo inizio in Inghilterra.

Non solo bianchi contro neri, ma anche neri contro bianchi, neri contro neri: il pregiudizio non ha colore né etnia. In verità, è più simile a una predisposizione genetica. Una violenza ereditata, un morbo che contamina l’aria, la cultura. È un sentimento innato, l’odio? O è un’eredità dei nostri padri che ci portiamo dentro?

Ma bisognava per forza disprezzare qualcun altro? […] Davvero volevano guerre e battaglie? Shirley ne aveva avuto abbastanza. E contro chi volevano combattere? Gli atei? I musulmani?

– Shirley White

Sono brava gente, gli White. Be’, forse non Dirk. Dirk coi capelli a spazzola, che si ubriaca e fa tardi la sera, che si riempie di insulti pensieri e bocca; Dirk che odia le donne e i «negri», che fantastica di diventare ricco, di rendere suo padre fiero di lui, di riconquistare Shirley, che tanto l’adorava da piccolo, di dimostrare a sua madre di non essere stato un errore…

Donne e neri. Erano ovunque. Non gli erano mai piaciute le donne. Tranne sua sorella, fino a che non era andata via di testa, finché non era diventata matta. Perché Shirley un tempo era stata sua, una volta lo faceva sentire un po’ speciale, ma poi si era ribellata alla sua stessa carne e al suo stesso sangue. Ormai odiava la sua famiglia. Tranne papà. Carne e sangue. Erano materia umana. Erano niente.

– Dirk White
Alcuni skinhead inglesi. © johnny durham

È così facile lasciarsi schiacciare: dagli stranieri che ti levano la terra da sotto i piedi; dai ricordi di un passato glorioso ormai apparentemente svanito per sempre; dall’inesorabile caducità della vita, che consuma i corpi finché il cimitero oltre Albion Park non spalanca accoglienti braccia di marmo. Ed è difficile dire cosa sia più terrorizzante, se l’idea di andare, o quella di restare.

La malattia e la vecchiaia non affliggono solo il corpo, ma anche la mente, e la mentalità: in un mondo che avanza così veloce, che si spalanca al nuovo, è facile sentirsi mancare il terreno sotto i piedi. Vale per i vecchi, Alfred, sentinella del passato (il nome del parco, “Albion”, non è casuale: Albione è l’antico nome della Gran Bretagna), e May, che vedono sparire i loro punti di riferimento nel quartiere uno dopo l’altro; vale per il giornalaio George, costretto a vendere l’attività agli odiati pakistani; vale per Dirk, che a venticinque anni è agli occhi di sua madre e del mondo un fallito, incapace di trovare una nicchia tutta per sé; e per Shirley, trentasette anni una ferita sul cuore e due aborti alle spalle.

Lei è appena arrivata e non vede l’ora di andarsene. La vita è così, tutta di corsa, e poi finisce. […] La nostra ragazza d’oro. Presto sarà troppo vecchia per avere figli… ma come possono i nostri figli essere troppo vecchi per qualcosa?

– May White

Il grembo di Shirley, troppo vecchio per accogliere la vita, è come lo stagno del parco, dove i girini si cuociono nell’acqua senza mai diventare adulti, trafitti dalla potenza dei raggi uva. Del resto, i luoghi popolati dai personaggi sono lo specchio di loro stessi e della società in cui vivono (una società che è anche la nostra, a distanza di quasi vent’anni dalla pubblicazione del libro): il nuovo che si innesta barbaramente sul vecchio, un vecchio che resiste come sotto una teca crepata.

I vecchi tempi. I bei vecchi tempi. Quando ero bambino i neri non c’erano. Era una parte di Londra come le altre. Eravamo tutti uguali. Tutti uniti.

– Alfred White
La Londra della famiglia White è una città che già corre a tutta velocità verso il futuro e disorienta i suoi “vecchi, cari abitanti”. © AJ_UK

“Nuovo” fa rima con “altro”. E il colore della pelle non è che una delle declinazioni del diverso: il sesso biologico, l’orientamento sessuale, il credo religioso, l’affiliazione politica. Ciascuno è un valido pretesto per respingersi. Persino se l’altro condivide i tuoi spazi, la tua carne, il tuo sangue, certe barriere rimangono insuperabili: Alfred impara a conoscere le sue infermiere, tra cui donne di colore; e se le prende in simpatia, devono essere eccezioni alla regola; Dirk impara a conoscere Kojo e soffre terribilmente per la sua morte; anche lui era diverso dagli altri. Elroy ama il fratello minore Winston, ma se sapesse chi sia davvero, non lo accetterebbe; May vorrebbe dei nipoti, non importa di che colore; ma all’idea che Shirley porti con sé il fidanzato in ospedale dal padre, inorridisce.

Eppure, quella stessa forza che ci obbliga a respingerci, ci spinge ad avvicinarci.

È questo il motivo per cui veniamo qui, per stare insieme. Potremmo pregare, dopotutto, da soli a casa. Ma il paradiso non può essere pieno di case separate.

– Shirley White

In questa primavera autunnale, quando le esistenze sembrano appassire in una stanza di ospedale, c’è ancora battito: ci sono cuori che pulsano di dolore, paura, odio, speranza, sollievo, rassegnazione. C’è movimento. C’è vita. C’è il sesso, guardato in faccia senza paura, nelle sue sfaccettature. Sesso, che è vita (e morte). E c’è l’amore, sempre, intrinsecamente imperfetto, patologicamente crudele ma irrinunciabile: per le persone, per i luoghi, per la scrittura. Nulla è mai semplice, se non è nel passato.

Era finita, Hillesden Rise era finita, finita, e May sentì di nuovo sgorgare le lacrime e capì che stava piangendo per se stessa, per Alfred e per la sciocca, giovane coppia che erano stati un tempo. Ci piaceva stare qui. Era il nostro… El Dorado. Una volta avevamo tutto quello che ci serviva.

– May White

E a volte, è complicato persino lì: certi ricordi sono dolcissimi quanto altri sono intollerabili. Ma tutti sono frammenti circoscritti, e allo stesso tempo eterni, riaffiorano nella mente umana, nei comportamenti, nei luoghi condivisi o sulla carta stampata:

«La scrittura è un modo per tenere insieme le persone. […] Puoi parlare alle persone anche dopo la morte. La scrittura è una specie di viaggio nel tempo».

– Thomas Lovell

Perché, in fin dei conti, nessun distacco, nello spazio, nel tempo e nel cuore, è davvero incolmabile. E niente davvero si ferma. Non c’è nessun finale. Niente muore: rinasce.

– Lucrezia 🐵

Titolo: The White Family

Autore: Maggie Gee

Editore: Edizioni Spartaco (collana Dissensi)

Traduzione: Giovanni Giri

Pagine: 395

ISBN: 9788887583946

Prezzo: 16.50 €

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