#JUSTREAD – Focus su “FRIDAY BLACK” di Nana Kwame Adjei-Brenyah ✍️ 🇺🇸 👨🏿‍🦱

Dopo aver letto Friday Black, potente esordio letterario del giovane scrittore Nana Kwame Adjei-Brenyah (uno dei cinque autori under 35 del 2018 secondo la National Book Foundation), sulla bandiera americana brillano molte meno stelle: dodici, e non cinquanta, una per ogni racconto di questa raccolta; perché ogni storia è una parte di America, un micro Stato fatto di parole che sono Verbo. Sono racconti dogmatici, fondati su un pluralismo di genere che si ricollega alla vera religione a stelle e strisce: la libertà.

Il bianco della bandiera americana rappresenta la purezza e l’innocenza; il rosso la resistenza e il valore; il blu la vigilanza, la perseveranza e la giustizia.

È un’America diversa quella che Edizioni Sur permette al lettore italiano di visitare. Ecco, allora, la mappa degli Stati Uniti secondo Adjei-Brenyah.

  • I 5 della Finkelstein: Emmanuel, che cerca di non disturbare nessuno con il suo colore della pelle, viene coinvolto da un gruppo segreto di vendicatori neri, decisi a rifarsi per l’omicidio impunito di cinque ragazzini afroamericani;
  • Cose che diceva mia madre: semplicemente, le parole e i gesti che legano madre e figlio;
  • L’Era: nel prossimo futuro l’occasione della vita sarà l’ottimizzazione prenatale, per diventare dei vincenti e non degli «occhibassi», in un mondo che rinnega la bugia e l’imperfezione, dove tutti cercano il Bene, mix chimico che assicura felicità e successo; 
  • Lark Street: un ex futuro papà riceve la visita dei suoi due gemelli da poco abortiti, grondanti di sangue e risentimento;
  • L’ospedale dove: uno scrittore fallito che ha fatto un patto con il Dio dalle Dodici Lingue, per ricevere nuovi «occhi […] che non piangono» e il successo letterario, si ritrova ancora senza nessun importante premio tra le mani, ma con un padre ipocondriaco da portare al pronto soccorso;
  • Zimmer Land: un parco a tema di ultima generazione visto da un suo dei suoi dipendenti di colore, una valvola di sfogo sociale in cui i cittadini bianchi possono ancora quelli dalla parte giusta;
  • Il leone e il ragno: una vecchia favola raccontata da un genitore imperfetto, scomparso nel nulla, si intreccia con il presente (e la minaccia di un futuro mancato) di un diplomando che si è fatto padre per la sua famiglia; 
  • Sputi di luce: Lardoman, stanco degli abusi, spara in testa a una ragazza in biblioteca e poi muore. I loro fantasmi collaboreranno per salvare una vita;
  • Dopo il Lampo: un loop temporale costringe, ogni giorno, gli abitanti di una cittadina a venire cancellati dal mondo, ma la loro consapevolezza va di volta in volta accumulandosi; 
  • Venerdì NeroCome vendere un giaccone, secondo il Re dei GhiacciNel commercio al dettaglio: triade dell’universo del Prominent Mall, satira sul consumismo americano, con clienti-zombie alla ricerca di grandi affari e piccole storie quotidiane su commessi ormai più vuoti delle orde senza cervello del Black Friday.

Il viaggio nell’America di Adjei-Brenyah non è una fuga immaginaria. Ma un realismo altro. E no, non state perdendo la bussola: l’autore sfrutta proprio la finzione «per interrogare e rispondere a grandi, urgenti questioni» assolutamente vere e contemporanee, come sottolineato da George Saunders (Lincoln nel Bardo), patrono di Adjei-Brenyah, in un’intervista dello scorso anno al The New York Times.

George Saunders è stato insegnante di Scrittura creativa dell’autore durante il corso triennale del master in Fine Arts della Syracuse University College of Visual and Performing Arts.

Tant’è che tutte le storie che compongono la raccolta si svolgono in ambienti fortemente quotidiani, di una prosaicità quasi squallida, senza scenografie fantascientifiche o fantastiche: ci sono però delle interferenze che generano sovrapposizioni di neorealismo e spelacutive fiction, portando a distorsioni che destabilizzano le certezze del lettore. E poi disordini e contraddizioni continui che (e qui parte un’incalzante voce fuori campo: AVVERTENZE AI CONSUMATORI!) fanno sorride a trentadue denti e aggrottare la fronte, mandando in tilt la coscienza. La scrittura è invece sempre coerente, chiara e coincisa, va dritta al punto come uno spot pubblicitario.

Identità e razzismo: io negro, tu bianco? 👨🏾👨🏻‍🦳

Quando alla cassa chiedono: «Si ricorda se l’ha servita qualcuno in particolare?», i clienti dicono: «La ragazza con quei bei capelli», intendendo Florence. Quando intendono me, dicono: «Il ragazzo alto», se sono bianchi. Se sono neri dicono: «Il ragazzo nero».

Come vendere un giaccone, secondo il Re dei Ghiacci

Come ben notato da Andrea Sirna (ma forse lo conoscete meglio come Andrea Pennywise) nella sua recensione gemella, nonostante «l’intenzione (subito compresa e giustificata) di parlare soprattutto a un lettore di colore, […] il merito e la capacità [dell’autore] sono quelli di aver creato un racconto collettivo che parla anche e soprattutto al lettore italiano». 

La copertina dell’edizione americana di Friday Black, con il Leone e Anansi.

Perché Friday Black non è un’apologia della “razza”. Uno dei protagonisti assoluti del libro è sì quel Black Power ancora rimasto nei cuori degli afroamericani con «nerezza […] a un onnipotente 10,0», ma la chiara rappresentazione della violenza, subita o esercitata dai “fratelli”, è nera perché costante premessa al lutto: l’America dell’eguaglianza lancia grida di dolore sul letto di morte. E il problema delle/con le persone di colore è solo uno dei tanti di una nazione che, a ben vedere, di unito ha ben poco.

Ma nonostante le evidenti disparità che ancora oggi esistono tra i bianchi e i neri, Adjei-Brenyah mette in guardia dalle rivendicazioni facili i suoi lettori di colore e tra le righe sembra prendere le distanze dal movimento black nella versione separatista di Malcolm X e Stokely Carmichael; quanto ai lettori bianchi, racconta loro i problemi delle persone nere ma senza mai giustificarle quando sono loro a crearli, a loro stessi o agli altri.

Membri delle Black Panthers, storica organizzazione rivoluzionaria afroamericana, a un raduno al DeFremery Park di Oakland, in California, negli anni Sessanta.

Esistono solo lettori, per Adjei-Brenyah, senza distinzioni. Persone, tutte quante. Come i suoi personaggi: se di alcuni conosciamo il colore della pelle (perché il fulcro delle loro storie è la diversità, ad esempio in I 5 della Finkelstein Zimmer Land; o magari perché anche l’autore è nero quanto i personaggi che racconta e l’impressione è che ci sia qualcosa di autobiografico tra le pagine), di altri non conta in alcun modo l’etnia (ad esempio in Cose che diceva mia madreL’Era).

Del resto, in una società-lavatrice come quella statunitense, dominata da consumismo omologante e da violenza universale, nonostante tutte le etichette che la gente cuce e si cuce addosso, il concetto di identità non è così definito come si pretende che sia ed è facile ritrovarsi nel cestello un mix di colori e tradizioni.

Alle medie, dopo una visita allo zoo dove l’avevano accusato di aver rubato un panda di peluche dal gift shop, Emmanuel aveva bruciato sul vialetto di casa il suo ultimo paio di jeans larghi e sformati. Aveva guardato la stoffa arricciarsi e incenerirsi sotto i suoi occhi senza battere ciglio. Quando il padre era tornato a casa, Emmanuel immaginava che gli avrebbe fatto una bella ramanzina. Invece si era semplicemente fermato accanto a lui, in silenzio. «Questa è una cosa importante da imparare», gli aveva detto. Avevano guardato il fuoco insieme finché non si era mangiato da solo, spegnendosi. 

I 5 della Finkelstein
La cultura hip hop, di matrice afroamericana e latinos, dagli anni Novanta ha iniziato a essere oggetto di apprezzamento e ispirazione per i bianchi. Qui il rapper bianco più famoso del mondo, Eminem, che veste nello stile tipico dei rapper.

Non è possibile pensare nemmeno l’autore (scusate il gioco di parole!) in bianco o nero, perché Adjei-Brenyah è ghanese ed è americano: un Ghanaian-American.

Sono molti i “nativi stranieri” che cercano un equilibrio tra due (o più) identità, tra nazione ed etnia, seguendo la strada della mediazione indicata da Martin Luter King e il motto degli Stati Unitie pluribus unum, essere insieme pur mantenendo la ricchezza delle differenze (di gruppo e individuali).

La locuzione latina, attribuita a Virgilio, capeggia sullo stemma nazionale inscritto sul nastro trattenuto dal becco dell’aquila dalla testa bianca che domina lo scudo.

Per questo non esistono neri supereroi in Friday Black. C’è il nero arrogante (il Re dei Ghiacci della trilogia del Prominent Mall), il privo di scrupoli e l’ipocrita (Doug e Melanie di Zimmer Land), il vendicativo e violento (Boogie con la sua gang de I 5 della Finkelstein e Ama la Regina dei Coltelli di Dopo il Lampo); e c’è il nero appassionato (l’aspirante scrittore de L’ospedale dove), il giovanissimo e già responsabile (il protagonista senza nome de Il leone e il ragno), quello intelligentissimo (Ike, il fratello di Ama), il perfetto eroe da film (l’affascinante, sportivo e affabile Cato de Il leone e il ragno).

Individui, diversi ed equivalenti. Persone. Mai uguali, perché ognuna si è “accumulata” in maniera unica.

Accumulazione, così l’hanno definita. Questo processo di accumulazione era diverso da persona a persona.

Dopo il Lampo

E perché a volte sono gli altri a tirare i confini.

Alla fermata dell’autobus c’era un sacco di gente. Emmanuel sentì gli occhi che si voltavano verso di lui e le borsette che si spostavano dal lato opposto. […] Sentì la sua Nerezza balzare a un vibrante 8,0. La gente smise di parlare. Tutti cercavano di sembrare super cordiali ma al tempo stesso distanti, come se Emmanuel fosse una tigre o un elefante che ammiravano sotto un tendone. In mezzo alla folla gli si aprì un sentiero.

I 5 della Finkelstein

Tanto più quando a capo di uno dei Paesi più vasti e influenti del mondo c’è un uomo che fa, di disparità e paura, arma di propaganda. Perciò, in Friday Black, la razza ha il suo peso. Perché nonostante i molti racconti di genere fantastico (si va dal realismo magico al fantastique, dal distopico al weird, dal biopunk all’apocalittico, e ovviamente ci sono echi di afrofuturismo) è la realtà contemporanea la vera materia della narrazione.

Consiglio filmico: la cultura e la difficile situazione che molte persone di colore si trovano ad affrontare è raccontata con ironia e un’aria sospesa tra realismo (il soggetto è parzialmente autobiografico) e speculative fiction dal lungometraggio Supa Modo, frutto di un progetto che offre a giovani cineasti africani la possibilità di realizzare pellicole, portandole all’attenzione della comunità internazionale. Il film ha infatti debuttato al penultimo Festival di Berlino.

Perciò la raccolta di Adjei-Brenyah ha lo stesso spirito, attualissimo, di This is America, irriverente denuncia in musica agli Stati Uniti, cantata e scritta (anche) dal poliedrico Childish Gambino, nome d’arte di Donald Glover. Un pezzo forte, che è un colpo sparato a bruciapelo.

Anche Roxane Gay (autrice di Fame. Storia del mio corpoWorld of WakandaDonne difficili) associa This is America alla raccolta di Nana Kwame Adjei-Brenyah

Nell’impressionante videoclip diretto dal nippo-americano Hiro Murai, campione di visualizzazioni e vincitore di un Grammy Award, a circa cinquanta secondi dall’inizio del video musicale, Gambino, che si muove come la caricatura razzista Jim Crow, uccide con un proiettile alla nuca un uomo apparentemente estraneo alle sue faccende; poco dopo lancia una scarica di mitra su un gruppo gospel di colore (forse ispirato dal massacro di Charleston del 2015 ad opera di un suprematista bianco). 

Il brano è stato premiato anche come registrazione, canzone e collaborazione con un artista rap dell’anno 2019. Ad eccezione di Gambino, nessun artista hip-hop ha mai vinto le prime due categorie.

Qualcosa di simile succede nel primo racconto della raccolta di Adjei-Brenyah, I 5 della Finkelstein: la «nerezza» del protagonista e dei suoi “fratelli” neri grida vendetta per l’omicidio impunito di cinque ragazzini di colore da parte di un “vero americano” armato di motosega, colpendo con aggressioni violentissime e puramente casuali vittime bianche, innocenti.

Due giorni dopo la sentenza si era avuta notizia del primo caso. Una coppia bianca di una certa età, sia lui che lei oltre i sessant’anni, era stata aggredita da un gruppo di individui armati di mattoni e tubi arrugginiti che gli avevano sfondato la testa. […] Durante il doppio omicidio, il gruppo, o la gang, aveva cantato: «Mboya! Mboya! Tyler Kenneth Mboya», il nome del ragazzo più grande ucciso alla Finkelstein. Il giorno dopo si seppe di un caso simile. Tre scolarette bianche erano state ammazzate a colpi di punteruolo per il ghiaccio. Un uomo e una donna, entrambi neri, avevano perforato il cranio delle ragazzine come fosse una miniera di diamanti. Stando alle testimonianze, nel corso del massacro avevano ripetuto a cantilena: «Akua Harris, Akua Harris, Akua Harris».

I 5 della Finkelstein

E parlando di questo racconto è impossibile non tirare in ballo il romanzo Canto di Salomone del 1977: come nel libro di Toni Morrison, c’è un gruppo segreto (I Sette Giorni) che uccide per rappresaglia i bianchi, scegliendo a caso le vittime; ne fa parte Guitar, compagno d’infanzia del protagonista Milkman, che invece si mostra meno accanito contro il “nemico”. I due ricordano molto Emmanuel, che cerca sempre di tenere bassa la sua nerezza, e Boogie, «uno dei suoi migliori amici ai tempi della scuola» che lo vuole convincere a «nominare» (scegliere a chi farla pagare) con lui.

La pluripremiata autrice afroamericana in Italia è, di fatto, ghettizzata, per l’estraneità alla sua matrice culturale, sia da molti addetti ai lavori che dal pubblico.

«Bisogna che ci muoviamo tutti insieme. Adesso. L’hai visto. Lo sai benissimo che ormai di noi non gliene frega un cazzo. L’hanno dimostrato chiaro e tondo».
Emmanuel annuì.
«Bisogna che ci uniamo. Bisogna che apriamo ’sti cazzo di occhi. Io ho cominciato a nominare. Sto mettendo insieme una squadra. Tu ci stai?»

– Boogie a Emmanuel, I 5 della Finkelstein

Il discorso di Boogie all’amico echeggia molto anche lo scambio tra Ron Stallworth, primo ufficiale di polizia e detective afroamericano a Colorado Springs, e Stokely Carmichael, ex membro delle Black Panthers, nell’ultimo film di Spike Lee: l’acclamato BlacKkKlansman (2018).

 «Fratello, devo chiederti una cosa, pensi davvero che una guerra fra la razza nera e quella bianca sia inevitabile?»
«Beh, senti… Devi armarti, fratello, perché la rivoluzione è vicina. Prendi un fucile e fatti trovare pronto! Perché, credimi, sta arrivando!»

– scambio tra Ron Stallworth e Stokely Carmichael, BlacKkKlansman
Spike Lee, regista di colore tra i più famosi al mondo, è da sempre convinto che il cinema possa essere un medium etico. I suoi sono film impegnati, che parlano di identità e razzismo, di violenza e criminalità urbana, di povertà e della piaga delle droghe e di molti altri temi sociali e politici.

Boogie, la sua gang e gli altri vendicatori abitano e creano una nuova realtà da film blaxploitation, controverso sottogenere nato negli anni Settanta negli Stati Uniti: stereotipato (ma anche i film d’exploitation, le pellicole bianche da cui derivano, non puntavano sulle grandi caratterizzazioni!) se non proprio razzista; tuttavia si tratta dei primi (e forse unici) prodotti cinematografici pensati per un pubblico specificatamente nero, dove i personaggi di colore abbandonano i ruoli subordinati alla dominanza bianca per diventare protagonisti moderni, forti, orgogliosi della loro nerezza. Contestati dagli intellettuali di colore, certo hanno avuto il merito di diffondere la presenza afroamericana nel cinema e aiutato il grande pubblico a immaginare una coscienza di classe su misura popolare.

In questi film c’è spazio anche per le donne, intelligenti e toste quanto gli uomini: il modello per eccellenza è Pam Grier, che con le sue eroine ispira una nuova dignità femminile, finalmente immaginabile anche al di fuori delle mura domestiche, lontano dalle piccole scrivanie degli uffici e dai banconi dei negozi.

Coffy (1973), il film che ha dato fama a Pam Grier e una delle prime pellicole sulle forti donne afroamericane, mischia violenza e ironia, come i racconti di Friday Black.

L’infermiera Coffy, così come l’agente speciale Cleo di Cleopatra Jones. Licenza di uccidere (1973) e le altre eroine nere delle pellicole blaxploitation, potrebbe esprimere gli stessi pensieri indipendenti di Ama la Regina dei Coltelli del racconto Dopo il Lampo.

Io sono diventata forte, rapida, precisa. Sono diventata la Regina dei Coltelli. […] Uso il mio corpo meglio di chiunque altro. Salto come una campionessa olimpica. Batto un uomo grosso il doppio di me a mani nude. Quando ho un coltello in mano, sono praticamente la regina del mondo.

– Ama, Dopo il Lampo
Cleopatra Jonesè nato durante la seconda ondata femminista, che vide una forte partecipazione al movimento di donne di colore. È il film che ha ufficialmente aperto la stagione delle eroine afroamericane.

Non tutti, però, in Friday Black sono forti protagonisti delle loro stesse vite. La supremazia bianca porta anche la vergogna per la propria nerezza. Fa bruciare pantaloni larghi e indossare abiti da bianchi per essere più rispettabili (I 5 della Finkelstein), fa vendere l’anima accettando di venire stipendiati dal razzismo istituzionalizzato (Zimmer Land), mette in testa la diffidenza verso gli amici (Il leone e il ragno).

Di solito, quando andava al centro commerciale, Emmanuel indossava jeans non troppo larghi né stretti e una bella camicia col colletto. Sfoderava un sorrisone a trentadue denti e camminava molto piano, senza guardare mai un oggetto in vetrina per più di dodici secondi. Di solito, al centro commerciale, la nerezza di Emmanuel era un tranquillissimo 5,0. Di solito lo seguiva un agente solo.

I 5 della Finkelstein

E, fuori dalla raccolta di Adjei-Brenyah, fa desiderare a tante persone di colore, soprattutto ragazze, di essere un po’ meno colorate

Anche nell’ironico e a tratti grottesco BlacKkKlansman si affronta il tema del tipico aspetto delle persone di colore. Qui un’intervista alla protagonista femminile Laura Harrier, che parla della percezione della bellezza nera (dal minuto 1:33).

C’è un gran giro d’affari sui cosmetici sbiancanti in America (Latina e Stati Uniti), Asia e persino in Africa, dove la depigmentazione sta diventando un problema sanitario oltre che sociale. E nel 2011 è uscito Dark Girls, un documentario sulle donne con la pelle scura, che vivono ogni giorno, con grande sofferenza, il loro colore, lontano da quella carnagione candida che domina la cultura occidentale.

Dark Girls è disponibile in America su Amazon Prime Video e su Netflix. Qui il trailer.

Una preoccupazione che, in realtà, non sembra essere unicamente femminile: l’oscuro ma ancora amatissimo Michael Jackson è il più famoso nero “diventato bianco” grazie al trucco pesante, ai trattamenti schiarenti e alla chirurgia estetica.

Di recente sta però emergendo una nuova teoria: il Re del Pop avrebbe semplicemente combattuto le malattie della pelle di cui soffriva in segreto.

Quando la violenza è giustizia e la giustizia violenta ⚖️🔫

Sentenza Finkelstein: dopo ventotto minuti di camera di consiglio, una giuria di pari aveva assolto George Wilson Dunn da tutte le imputazioni […]. Era stato incriminato con l’accusa di aver tagliato la testa con una motosega a cinque bambini neri davanti alla biblioteca Finkelstein di Valley Ridge, in South Carolina. La corte aveva deliberato che, dal momento che i bambini se ne stavano fondamentalmente a ciondolare lì davanti e non erano dentro la biblioteca a leggere come ci si può aspettare dai membri produttivi della società, era ragionevole che Dunn si fosse sentito minacciato da quei cinque giovani neri ed era dunque nel pieno dei suoi diritti quando aveva protetto sé stesso, i DVD presi in prestito dalla biblioteca e i suoi figli andando a prendere nel cassone della Ford F-150 la sua motosega Hawtech PRO lunga 45 centimetri con motore da 48 cm3.

I 5 della Finkelstein

La giustizia, nei racconti di Adjei-Brenyah, è grottesca e assolutamente ingiusta. Di una surrealtà iperreale.  

George Wilson Dunn, un pacato signore bianco «di mezza età, sorridente, con una motosega che gli ringhia[…] in mano», che è quasi «un’arma sacra o uno scettro che gli ha donato Dio,» non è più fictional di uno dei serial killer a piede libero della storia americana.

Al lettore di Friday Black, George Wilson Dunn sembrerà credibile quanto per l’affezionato spettatore di telefilm come Law & OrderC.S.I. lo sono i criminali protagonisti dei diversi episodi (e che a volte, per l’appunto, la fanno franca). Sopra, una foto del cast della prima stagione di CSI – Scena del crimine.

Negli Stati Uniti i serial killer sono delle star. Popolano gli schermi. La musica li omaggia, e lo stesso fa il mondo dell’arte e della cultura. Si scrivono libri, disegnano fumetti e mettono sul mercato i più impensabili gadget a tema, disponibili per ogni portafoglio.

Goodbye Pongo del 2018, promossa dalla galleria d’arte indie Lethal Amounts di Los Angeles, è stata l’ultima delle mostre statunitensi sulle opere di John Wayne Gacy, il Killer Clown, l’assassino che ha influenzato Stephen King nella creazione del pagliaccio-demone It.

In un Paese in un cui esiste la sacra «libertà di credere», perché se un uomo «crede in qualcosa, in qualunque cosa, l’importante è quello», anche credere nella violenza allora è un pieno diritto. 

«Il fatto è questo: George Wilson Dunn è un cittadino americano. E i cittadini americani hanno il diritto di proteggersi», dice l’avvocato difensore con una voce melodiosa, suadente. «Voi avete dei figli? Ci sono delle persone che amate? L’accusa ha cercato di ficcarvi in testa a martellate parole spaventose come “legge” e “omicidio” e “sociopatico”». L’indice e il medio dell’avvocato difensore solcano l’aria ripetutamente a indicare delle virgolette. «Io sono qui a dirvi che non c’entrano nulla con questo caso. Qui si tratta del diritto di un cittadino americano ad amare e proteggere la propria vita e quella della sua bellissima figlioletta e del suo giovane figlio maschio. E allora vi chiedo: voi chi amate di più, la presunta “legge” o i vostri figli?»

I 5 della Finkelstein

Gli Stati Uniti di Friday Black, di un’ultraviolenza quasi estetizzante, kubrickiana, dove i bravi americani desiderano l’ultimo modello di arma da fuoco e pregano il cielo per un felice ritorno ai vecchi e cari valori del tempo dei fondatori, quasi nostalgici della terra fordiana dove ognuno ha il «sacrosanto diritto di proteggere la sua incolumità» con una pallottola, sono meno distopici di quanto potrebbero sembrare.

L’ultimo singolo di Madonna, God Control, è una presa di posizione contro le armi. Il videoclip, estetizzante, opera del regista e batterista danese Jonas Åkerlund, omaggia le vittime della strage di Orlando: nel 2016, al night club Pulse rimasero uccise 49 persone e ferite oltre 58, facendo dell’evento uno degli atti terroristici, dopo quello del 2011, con il più alto numero di morti.

Così La notte del giudizio (in originale The Purge) del 2013, primo capitolo del fortunato franchise omonimo, non è ambientato in un lontano futuro, ma solamente a pochi anni di distanza: è il 2022 e da qualche anno il Governo è in mano ai Nuovi padri fondatori, che hanno istituito uno sfogo di pubblica utilità per tutti gli americani; dodici ore annuali in cui ogni atto criminale, normalmente condannato, è lecito e gli autori non verranno puniti nemmeno allo scadere del tempo concesso.

Nei quattro capitoli della serie cinematografica (l’ultimo, del 2018, è il prequel La prima notte del giudizio) il parossismo americano, dispensato da un’autorità dall’aria trumpiana, va a colpire la proprietà e i legami interpersonali, la sicurezza e la dignità del singolo. Ovviamente sono le minoranze e i poveri a risentire di più del Giorno dello sfogo.

Una soluzione istituzionale, pensata per contenere la violenza sociale e ottenere un (presunto) effetto catartico, riequilibrante, è presente anche in Black Friday nel riuscitissimo racconto Zimmer Land: un parco riequilibrante in cui i veri americani possono liberare le pulsioni contro i diversi. Come nella saga de La notte del giudizio, la mente dietro al progetto è bianca: Heland Zimmer, cliché dell’élite salvatrice, con un vecchio «lavoro a Wall Street» lasciato «per fare l’assistente sociale ad Albany», preoccupato per «la situazione degli adolescenti a rischio e […] per gli ex tossici». E Zimmerland è «il passo successivo, a fronte dei continui sviluppi dell’interconnessione sociale e della promozione del welfare».

Zimmer Land – Missione aziendale :

1) Creare uno spazio sicuro in cui fare esperienza di problem-solving, giustizia e procedure giudiziarie. 

2) Fornire ai visitatori strumenti di autoanalisi in situazioni estreme appositamente pianificate. 

3) Far divertire i clienti di tutte le età.

– Zimmer Land

La violenza come rimedio salutare, senza trascurare l’aspetto ludico.

«Be’, secondo me dovremmo offrire più scelte nella fase preparatoria, in modo che quella dell’arma da fuoco non sembri l’unica» – mi fermo, cercando la parola che penso vorrebbero sentire – «divertente. Al momento, mi sembra che lo scenario sia un po’ ripetitivo. Potrebbe diventare molto più dinamico. Prima della parte del faccia a faccia tra visitatore e attore, ci sono tutta una serie di opportunità interessanti a livello di problem-solving».

«Ok, ho capito, Isaiah», dice Doug. «Ma mi sembra che vuoi prendere la cosa che più di tutte rende lo scenario divertente e ridurla al minimo. Il punto è ritrovarsi calati all’improvviso in una certa situazione e fare una scelta difficile. Come si fa a vedere all’opera la vera giustizia senza prendere decisioni di vita o di morte? Insomma, senza un po’ di fuochi d’artificio. È impossibile. Te lo dico io. […] È esattamente quel tipo di sensazione che andiamo cercando. Non possiamo farne a meno […]».

– lo scambio tra il protagonista, l’impiegato di colore Isaiah, all’unico dirigente nero, Zimmer Land

Come nella serie Westworld. Dove tutto è concesso della HBO, principalmente basata sul film omonimo del 1973 (in Italia noto comeIl mondo dei robot), il parco offre diversi scenari per le differenti esigenze di ogni visitatore, in diritto di fare qualunque cosa desideri agli attori che tuttavia, in quanto attrazioni del parco, non muoiono davvero e sono protetti da «vecchie versioni degli esoscheletri da battaglia che usano i marines».

Tra i grandi nomi legati alla produzione della serie, al momento di tre stagioni: Jonathan Nolan (fratello del più noto Christopher, con cui ha collaborato per The PrestigeeIl cavaliere oscuro), J.J. Abrams (Mission: Impossible IIISuper 8diversi Star Trek) e Bryan Burk (AliasLostFringe).

L’unica speranza, per i fruitori e i dipendenti di Westworld e di Zimmer Land, resta una presa di coscienza.

Quel giorno faccio dieci uscite. Otto volte su dieci vengo ammazzato. La notte sogno di morire. Ucciso da un proiettile. È un sogno che faccio spesso. Ma stavolta, dopo morto, sento l’anima che mi si stacca dal corpo. Abbassa gli occhi, guarda il corpo e dice: «Sono qui». La gente parla di «vendersi l’anima» come se fosse facile. Ma l’anima è tua e non te la puoi vendere. Anche se ci provi resta sempre lì, in attesa che ti ricordi della sua esistenza.

– Isaiah, Zimmer Land
Nella serie Westworld, Dolores è una dei personaggi presenti nel parco a tema selvaggio West che iniziano a percepire le ricordanze, uno spettro di memoria che porta le attrazioni a intuire le esperienze (traumatiche) vissute ad ogni ciclo.

Capitalismo e consumismo: la società dei sopravvissuti (che vincono) 💵🥇

«Tutti ai vostri reparti!», grida Angela.
Si sentono ululare esseri umani famelici. La nostra saracinesca stride e sferraglia quando la scuotono e la tirano, infilando fra le sbarre le dita sudicie che sembrano vermi. Io sono seduto sul tetto di un piccolo gabbiotto di plastica dura. Tengo le gambe penzoloni vicino alle finestre, dentro sono appese le giacche di pile. In mano ho l’attrezzo per prenderle, un’asta di metallo lunga due metri e mezzo con un becco di plastica all’estremità per staccare le stampelle dagli stand più alti. La uso anche per respingere a bastonate le orde del venerdì. È il mio quarto Black Friday.

Venerdì nero

Se l’America è la terra benedetta da Dio, dove i sogni (anzi, i desideri) si avverano, il centro commerciale Prominent Mall di Adjei-Brenyah è la «cattedrale del consumismo», per dirla alla George A. Romero.

Se Karl Marx sosteneva che la religione è l’oppio dei popoli è perché non è vissuto oltre la seconda rivoluzione industriale: a dare «illusoria felicità» di cui parla nella sua Critica alla filosofia hegeliana non sono più le promesse trascendentali, ma il consumo la fede culturale maggiormente praticata, quella che crea più facilmente adepti. 

Perché la shopping-mania nei racconti di Adjei-Brenyah è soprattutto soddisfazione, conforto, comunione. È retail therapy. E non solo una cosa da femmine, alla I Love Shopping. È il PROZAC® dell’intera Generazione X, quella da rimedio let’s go to the mall.

La follia della dipendenza regolare da shopping, senza l’attesa forzata dei saldi del Black Friday, protagonista della commedia romantica I Love Shopping (in originale, Confessions of a Shopaholic) del 2009, adattamento dei primi libri di Sophie Kinsella.

Mio figlio. Mi vuole bene soprattutto a Natale. Le vacanze le fa con me. Io e lui. Vuole una cosa. Una cosa sola. La madre si rifiuta. Tocca a me. Ho bisogno di sentirmi un Padre!

– la richiesta disperata di un uomo per uno SleekPack della PoleFace® azzurro taglia M, Venerdì nero
In Italia, Mallrats è uscito con il titolo di Generazione X. I suoi personaggi sono i testimonial dei bisogni pop degli Stati Uniti.

I clienti della trilogia del Prominent Mall (Venerdì neroCome vendere un giaccone, secondo il Re dei GhiacciNel commercio al dettaglio) hanno l’aria di essere gli ex compagni di Brodie Bruce e T.S. Quint del film cult Mallrats (1995) di Kevin Smith, che già da ragazzi credevano nei centri commerciali: e così l’amore per sé stessi e la famiglia si misura in numero di piumini acquistati, possibilmente in coordinato; in una camicetta extra (tanto per i fortunati che comprano «i giacconi delle migliori marche c’è una gift card in omaggio, è parte della campagna sconti invernale»); o nel «quaranta pollici ad alta definizione» della gamma Stuy che è accessibile solo dopo il Giorno del ringraziamento.

Perché finito di rendere grazie, bisogna farsi sotto. Del resto pagare è «una sottospecie del pregare» (come scrive Walter Siti nell’interessante Pagare o non Pagare) e tutti amano i centri commerciali: lo ripete bene Let’s Go to the Mall, canzone scritta per la popolare sitcom E alla fine arriva mamma.

Everybody loves the mall! 
Everybody come and play (Yeah!)
Throw every last care away (I love my hoop earrings!)
Let’s go to the mall today!

Let’s Go to the Mall
Hit song fittizia cantata da una giovane Robin Sparkles, nome d’arte del personaggio Robin Scherbatsky di E alla fine arriva mamma.

Ma questi sono i veri Stati Uniti d’America, non si tratta di una sitcom, e i paradisi dello shopping diventano set di scontri infernali, dove si combatte a colpi di lingue affilate come lame (quando ancora si parla e non ci si esprime a ragli, grugniti, ringhi, ululati, sibili) e strisciate di carte di credito, fruscii di mazzette verdi.

«Noi? NOI!», dice la donna col foulard grigio. […] La bambina col giaccone rosa le sta alle calcagna. Ha il viso pieno di lividi ma non sta piangendo.
«Non posso. Lo Stuy!», dice il marito della tipa col foulard grigio.
[…]
«Coglione!», inveisce la moglie. Poi si volta di nuovo a fissarmi. «PoleFace®. Rosa», dice, indicando la figlia. «SleekPack antracite», continua, indicando la propria faccia.

– clienti del Re dei Ghiacci, Venerdì nero

Con il cervello mangiato da un feticismo prosaicissimo, è facile confondere valore d’uso e di scambio.

Nella prima sezione de Il capitale, Marx parla del feticismo della merce e del «bisogno di oggetti d’uso di altri».

Il «potente Re dei Ghiacci» di Adjei-Brenyah, commesso di colore abbastanza giovane «da non trovare automaticamente deprimente il fatto di lavorare […] a vita» come addetto alle vendite, si ritrova allora a essere una specie di prete feticista e linguista (okyeame) del Prominent Mall…

[…] so parlare il Black Friday. O quantomeno lo capisco. Non lo parlo fluentemente, ma lo mastico. Ho dentro qualcosa di loro. Sento le persone, le taglie, il modello, la marca e il motivo. Anche se quelli non fanno altro che schiumare dalla bocca.

– il Re dei Ghiacci, Venerdì nero

Figura chiave «al reparto invernale», proprio come un elemento importante per la sua tribù, riceve gli omaggi della comunità: premi in merce e commissioni al 2,5% del venduto dall’azienda, se le cose vanno bene; inchini e «due fette col salame piccante e un tè freddo» dal responsabile regionale (anzi, district manager); cenni d’approvazione della store manager; applausi dai colleghi per la conquista della classifica dei dipendenti.

Il Black Friday prende ciascuno in maniera diversa. Nelle famiglie crea un sacco di problemi. Non sempre gli altri riescono a sentire quello che sento io.

– il Re dei Ghiacci, Venerdì nero

Il Re dei Ghiacci può essere sentire e capire il culto perché contagiato

È il mio quarto Black Friday. Il primo anno, un tipo del Connecticut mi ha dato un morso sul tricipite strappandomi la carne. La bava scottava. Ho lasciato per dieci minuti il reparto per farmi ricucire. Adesso sul braccio sinistro ho un sorriso tutto dentellato. Una falce, un semicerchio, la mia cicatrice fortunata del Venerdì.

– il Re dei Ghiacci, Venerdì nero

Il Black Friday è l’apocalisse zombie dei centri commerciali.

Negli altri periodi, se qualcuno muore, almeno arriva una squadra delle pulizie a coprirlo con un telo. L’altr’anno, il morbo del Venerdì nero ha fatto 129 vittime.

– il Re dei Ghiacci, Venerdì nero

Gli acquirenti sono insaziabili, violenti, letali. E se pensate che, beh, alla fine si tratti solo di fiction, che non è vero perché che nessuno perda la testa (o qualche altro pezzo) durante le imperdibili occasioni del venerdì dopo il Ringraziamento, vi consigliamo di visitare il sito Black Friday Death Count.

Il Re dei Ghiacci e con lui Richard, Angela, Florence, Duo, Michel, Lance, Wendy figurerebbero bene come cast romeriano: se siete appassionati di cinema non potete non aver pensato, a questo punto, di aver assaggiato qualcosa del racconto Venerdì nero nella poetica del già citato Romero, il creatore dello zombi moderno.

L’angoscia nei racconti di Adjei-Brenyah, come nei film di Romero, è forte perché non viene da un altrove sconosciuto come nel più puro weird (tant’è che in Friday Black si può parlare anche di horror). L’orrore fa parte del nostro stesso mondo: siamo noi, e i nostri simili, i veri mostri.

Un po’ come succede nel suo film Zombi (1978), i protagonisti si ritrovano intrappolati in un centro commerciale, lottando per la sopravvivenza. Il posto (il realmente esistente Monroeville Mall!) però continua a richiamare i non-morti. E tanto nel racconto quanto nel film, consapevole è l’associazione tra gli zombi e i consumatori che hanno subito il lavaggio del cervello.

Foto dal backstage del film. Tutte le riprese interne vennero girate di notte e dovettero fermarsi durante le festività natalizie, causa presenza di decorazioni.

«Ma perché ritornano in un grande magazzino?»

«Dev’essere l’istinto… Il ricordo di quello che erano abituati a fare. Era un posto importate quando erano vivi.»

– i sopravvissuti di fronti alle orde di zombie-clienti, Zombi
La locandina del film, in originale Dawn of the Dead. Si tratta del secondo film della saga sui morti viventi del regista statunitense.

Poco importa se i vivi (ma per quanto ancora?) si trovano in un centro commerciale a causa della fine del mondo o se, come Florence, mamma senza scelta dell’universo del Prominent Mall, devono guadagnarsi la proverbiale pagnotta da portare a casa. O anche solo prender quel che basta per permettersi di andare da BurgerLand e ordinare «due hamburger da un dollaro, patatine piccole e una bibita».

Non è facile trovare lavoro. E a casa ho un angioletto che ha bisogno di me, quindi lavoro per lei. E sono anche brava, a convincere la gente a comprare roba.

– Florence, Nel commercio al dettaglio

Tutti cercano di andare avanti, tutti hanno fame. E a ben pensarci non sono tanto distanti dagli zombi stessi.

All’ultimo Black Friday ho venduto quasi diciottomila dollari di giacconi, pile e jeans tutto da solo. Per il negozio è stato un record. C’era anche un concorso. Chi vendeva più di tutti riceveva un capo PoleFace® in omaggio. Io ho preso un giaccone a mia madre. Non era la taglia giusta. Non se lo mette quasi mai. Richard mi ha offerto una pizza intera. Non l’ho divisa con nessun collega. Una fetta l’ho mangiata mentre aspettavo l’autobus. Mi sono tenuto il cartone unto in grembo per tutto il viaggio. Fintanto che non sbrigavano le pratiche per il giaccone, era quello il premio per la mia giornata campale.

– il Re dei Ghiacci, Venerdì nero
Il gruppo protagonista di Zombi: la giornalista Jane, il pilota Stephen, i membri della squadra SWAT Peter e Roger.

«Vedessi quanta roba abbiamo preso, Jane… Un sacco di roba. Questo posto è fantastico! Dico sul serio, è perfetto! C’è roba di tutti i generi.»

– Stephen, Zombi

Le creature bramose di Adjei-Brenyah, insomma, non sono quelle alla The Walking Dead (che infatti non piacevano al papà degli zombi): così seri e didascalici, i non-morti moderni, post Romero, non hanno davvero nulla dentro. Da monito sociale a figure mainstream, non più medium satirico, ma trendy e vuoti eroi dell’intrattenimento di massa. Privi di qualsiasi connotazione umana, non cercano l’aggregazione sociale (per quanto distorta) ma solo carne di cui nutrirsi.

In Adjei-Brenyah e Romeo, al collasso della società attuale nuove forme di civiltà prendono vita.

Come in Io sono leggenda dello scrittore statunitense Richard Matheson, infatti una delle fonti di ispirazione di Romero. I clienti del Black Friday hanno solo altri modi di esprimersi e desideri rispetto alla «vecchia razza».

Buona parte dei clienti non riesce a esprimersi con parole vere: il morbo del Venerdì nero gli ha già mangiato quasi tutto il cervello. Eppure, si assomigliano un po’ tutti. […] Afferro due giacche di pile taglia M senza che nessuno me le abbia chieste perché so già che qualcuno ne vuole una.

– il Re dei Ghiacci, Venerdì nero
Il primo adattamento cinematografico del romanzo di Matheson è il film L’ultimo uomo sulla Terra (1964) con l’iconico Vincent Price, il più recente è Io sono leggenda (2007) con Will Smith.

Ancora, tra Romero e Adjei-Brenyah non solo zombie (e importante notare che nessuno dei due utilizza la parola “zombies”). In Friday Black c’è la stessa macabra vena satirica delle opere romeriane ed entrambi non bastonano (magari con una di quelle pinze che si allungano, per prendere gli oggetti dagli scaffali più alti!) solo il consumismo.

Regista e scrittore ci raccontano che a imputridire sono anche i valori positivi: la diversità (quale reale ricchezza!) e la famiglia (rifugio più adatto, in teoria, di una sfilza di negozi). Questi due artisti condividono la medesima volontà e non fanno sconti a nessuno.

«Volevo che sembrassero immagini della classica crisi americana.»

– Romero al Telegraph

Modern Family: ottimizzazioni prenatali con OptiVita® e feti parlanti, vacanze invernali a Denver e tacchini ripieni 👨‍👩‍👧‍👦👶🏽

«Per non parlare del fatto che farti nascere non-modificato è stato un errore, e che sei vivo solo per l’irrazionalità di tua madre causata dalla gravidanza», dice mio padre. Mia madre guarda me, poi lui, e poi annuisce. «È vero; è vero», dice.»

– Ben, L’Era

Vi ricordate delle famiglie cult d’America? Dalla fine degli anni Settanta iniziarono anche a colorarsi: i primi afroamericani più benvoluti del Paese furono i Jefferson; poi arrivarono i Robinson nel 1984 (che restano ancora i più amati nel cuore del pubblico, secondo una recente classifica stilata dalla rivista settimanale Tv Guide); nel 1989 i Winslow di Otto sotto un tetto; nel 1990 i Banks di Willy, il principe di Bel-Air; negli anni Duemila i Kyle di Tutto in famiglia e i Rock di Tutti odiano Chris.

Il titolo originale della popolare sitcom è The Cosby Show, dal vero protagonista della serie: l’attore, musicista, comico e autore Bill Cosby. Anche il cognome della famiglia è un altro: Huxtable, meno facile da pronunciare per il pubblico italiano e quindi prontamente cambiato.

In molte di queste famiglie, tra grasse risate e scrosci preregistrati di applausi, si affrontavano anche turbamenti amorosi, gravidanze adolescenziali e problemi di droga, si ricercava la propria identità e, fuori dal nido, ci si confrontava con un mondo non sempre benevolo. Alla fine, però, si riusciva a superare tutto.

Perché quella era solo la televisione dei vecchi tempi. Quando, per dirla con le parole del racconto vagamente mirroniano L’Era, «tutti mentivano» e non erano tempi da «veritieri, orgogliosi e intelligenti».

Nell’America vera di Adjei-Brenyah non esistono famiglie per sempre felici. Quelle che si mettono sedute a tavola con la voglia di parlare (Venerdì nero) e dopo fare shopping insieme (Come vendere un giaccone, secondo il Re dei Ghiacci), che accettano felici ogni nuovo membro della famiglia (Lark Street) senza volerlo programmare secondo i suoi desideri (L’Era), con i genitori che portano al cinema i figli (Il leone e il ragno), che non si farebbero mai del male né lo farebbero a loro (Dopo il Lampo).

Quest’anno la mia famiglia non ha veramente festeggiato il Giorno del Ringraziamento – il che è stato un sollievo, se non fosse che ho perso l’occasione di mangiare il ripieno del tacchino. Mi ero offerto di contribuire per la spesa. Mia madre aveva perso il lavoro. Io prendo 8,50 dollari l’ora, ma ho messo qualcosa da parte. Mamma, papà, io, mia sorella. Ma alla fine abbiamo lasciato perdere perché di fatto non ci stiamo più molto simpatici. È stato uno degli effetti delle ristrettezze economiche. Un tempo giocavamo insieme. Ora i miei urlano per questioni di soldi, e quando non fanno quello ce ne stiamo in silenzio.

– il Re dei Ghiacci, Venerdì nero

La sera prima la mia ragazza, Jaclyn, aveva preso una serie di pillole che le avevano fatto uscire Jackie Gunner e Jamie Lou [i figli mai nati] dalla pancia. Quando avevamo scoperto che era una delle possibili alternative, il metodo da praticare direttamente a casa ci era sembrato il migliore. Pensavamo che sarebbe stato più umano. Gli opuscoli ci avevano detto – le avevano detto – di infilarsi quattro pillole fra le labbra e le gengive. In quel modo si sarebbero sciolte, e i principi attivi le sarebbero entrati nel sangue senza passare per lo stomaco. Avrebbe avuto degli attacchi di vomito. Su questo l’opuscolo era stato chiarissimo.

Lark Street
Un’orrifica ondata anti-abortista sta attraversando gli Stati Uniti, supportata dalla politica pro-life del suo presidente, Donald Trump.

Quando Marlene è stata ottimizzata, tutti i suoi punti caratteriali si sono legati a un unico paradigma e lei è diventata una mono-para: una persona strutturata intorno a una cosa sola. Ci sono paradigmi caratteriali di tutti i tipi, ad esempio l’intelligenza, la coscienziosità, l’estroversione. La OptiVita® mette in commercio vari pacchetti caratteriali. I miei genitori erano persone abbastanza affermate da potersi permettere un pacchetto standard di sette punti, spalmabili su un certo numero di paradigmi. Era questo che volevano, che Marlene diventasse una persona […] di successo. Ma tutti e sette i punti che avrebbero potuto concorrere a farla diventare un insieme di cose diverse si sono raccolti sotto un unico paradigma. L’ambizione. […] Quando Marlene aveva sei anni e io ero ancora un sacchetto di merda frignante, i miei genitori l’hanno dovuta convincere che avere un fratello minore l’avrebbe di fatto aiutata a diventare una brava insegnante, perché con me poteva esercitarsi nel trasferimento di informazioni. Dopo averla sorpresa a tentare di soffocarmi con un cuscino, le hanno anche detto che, non-ottimizzato com’ero, non avrei mai potuto competere con lei nella vita o nel loro cuore. Adesso è un aneddoto che raccontano ridendoci sopra. Dopo Marlene, i miei hanno deciso che non valeva la pena di ottimizzarmi, era troppo rischioso.

– Ben, L’Era
Le premesse del racconto L’Era ricordano molto quelle del film di fantascienza Gattaca (1998) di Andrew Niccol, interpretato da Ethan Hawke, Uma Thurman e Jude Law.

«Papà», dico. Poi mi si avventa contro con quel coltello da macellaio. Mentre il suo braccio mi si avvicina al collo ho il tempo di formulare alcuni veri pensieri. Potrei aprire il marsupio e prendere il coltello di mamma prima che la lama mi raggiunga. Ma non lo faccio. Invece penso: Finirà mai tutto questo?

– Ama la Regina dei Coltelli, Dopo il Lampo

Oggi, che il mondo inizia a capire quanto dovrebbe essere «veritiera la vita», anche lo schermo, specchio e finestra della società, sembra pian piano propinare meno favole in stile «occhibassi» (le persone «completamente in balia dell’emotività» del racconto L’Era), smettendo di raccontare che le famiglie possono essere felici «senza nessun motivo»: i padri moderni sono dei frustrati sensibili alle grazie delle compagne di scuola delle loro figlie (American Beauty); le madri sono imperfette, stanche ma ancora desiderose di trasgressioni (Desperate HousewivesBad Moms); i nonni più cool sono vecchi pervertiti che vogliono ragazze dell’età dei nipoti (Nonno scatenato); i figli di oggi non riescono proprio a capirsi con i genitori (Donnie Darko) e gli adulti sono spesso più disfunzionali dei giovani (su tutte, la famiglia campionessa di premi e guai di Shameless).

American Beauty (1999), scritto da Alan Ball e diretto da Sam Mendes, ha vinto sei Bafta, cinque Oscar e tre Golden Globe.

Ma nonostante tutte queste imperfezioni (e il tasso di fertilità delle donne americane che scende, l’incesto tra le categorie porno più visualizzate, i nuclei familiari diventano che sempre più raminghi, costretti a spostarsi continuamente, con radici che si fanno sottili come capelli), Adjei-Brenyah non spara a zero sulle famiglie.

Perché nei suoi racconti leggiamo di genitori incoraggianti, che amano in modo semplice come loro stessi sono semplici, che hanno preso un lavoro squallido che fa buttare «dal quarto piano in pausa pranzo» come è successo a Lucy, «la cassiera da Taco Town» (e ad altri commessi prima di lei) solo per mantenere i loro cari.

Quando i suoi genitori rientrarono a casa, Emmanuel li salutò con un sorriso. Cenarono insieme […] anche se Emmanuel quasi non aprì bocca. Alla fine, il padre gli disse che era orgoglioso di lui comunque andasse il colloquio, e gli consigliò di mettersi la cravatta e non parlare troppo in fretta. «Andrai benissimo», disse.

– I 5 della Finkelstein

C’era una cosa, più di tutte, che a mia madre piaceva dirmi: «Io non sono tua amica». Diceva spesso: «Tu sei il mio primogenito, il mio unico figlio maschio», per raccomandarmi di non morire. […] Un’altra cosa che diceva spesso mia madre: «Sei la cosa più bella che mi sia mai capitata».

Le cose che diceva mia madre

Il punto è che anche in un lavoro che non conta nulla come questo bisogna trovare il modo di pensare che si sta veramente aiutando qualcuno, altrimenti si rischia di fare la fine di Lucy. […] Quella sera ho preso in braccio Nalia e mi sono addormentata con lei sul divano. Quando ci siamo svegliate insieme, la mattina dopo, i suoi versi e il suo pianto mi hanno fatto dimenticare un po’ del senso di schifo che avevo provato per tutta la notte.

– Florence, Nel commercio al dettaglio

Leggiamo di figli che vogliono fare felici i genitori, che perdonano, che si prendono cura dei loro vecchi (fino a vendersi a un Mefistofele della scrittura).

Presto avrò un piumino da cinquecento dollari con cui dimostrare a mia madre che le vorrò per sempre bene. Quando immagino che faccia farà nel vederselo davanti, il cuore mi accelera.

– il Re dei Ghiacci, Venerdì nero

Ricomparve una settimana prima della consegna dei diplomi. Tre mesi e mezzo più tardi del previsto. Tre mesi senza nessun tipo di contatto. […] Lo vidi prima che mi vedesse lui. […] Lui mi notò. Per un attimo ebbi le vertigini. Lui sventolò freneticamente le braccia. Cominciò ad accelerare il passo, come se si fosse appena accorto di essere in ritardo. […] Mi chiamò due volte anche se era chiaro che l’avevo già visto. Mi raggiunse. Mi mise una mano sulla spalla.
«Papà», dissi. Pensai: Se c’è da mangiare in frigo è merito mio. Sono andato al ballo di fine anno. Pensavo che te ne fossi andato per sempre, e sono sopravvissuto.
Pensai: Grazie. Non so perché.

Il leone e il ragno

Il Dio dalle Dodici Lingue mi aveva promesso che avrei migliorato la mia vita e quella di mio padre. Che sarei riuscito a usare il potere che mi aveva dato per cambiare le cose. Ma non importava cosa avrei fatto, se mio padre non fosse stato lì a vedere che l’avevo fatto.

L’ospedale dove

Famiglie reali, che esistono oltre la carta stampata. Forse anche Adjei-Brenyah ha stretto un patto con il Dio dalle Dodici Lingue. Perché ciò che scrive è (diventa) vero come la vita fuori da una raccolta di racconti. Verrebbe quasi da chiedergli se, per favore, non potrebbe pensare a una bella utopia per il prossimo libro.

Un ritratto del giovane scrittore ventisettenne, che con Friday Black si è guadagnato nomine al The Andrew Carnegie Medals for Excellence in Fiction and Nonfiction e al Dylan Thomas Prize, vincendo il PEN/Jean Stein Book Award.

– Ornella 🐱 

Titolo: Friday Black

Autore: Nana Kwame Adjei-Brenyah

Editore: Edizioni Sur (collana BIGSUR)

Traduzione: Martina Testa

Pagine: 200

Anno (Italia): 2019

ISBN: 9788869981609

Prezzo: 16,50 €

Ebook: 9,99 €

Un pensiero riguardo “#JUSTREAD – Focus su “FRIDAY BLACK” di Nana Kwame Adjei-Brenyah ✍️ 🇺🇸 👨🏿‍🦱

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