#JUSTREAD – “La ragazza che levita” di Barbara Comyns ✍️ 👧🏼 ✈️

La ragazza che levita (titolo originale The Vet’s Daughter) è considerato il tardo capolavoro di Barbara Comyns: quando viene dato alle stampe nel 1959, l’autrice, ormai cinquantenne, è solamente al suo quarto romanzo.

Scrittrice abbastanza sfortunata in vita (con alle spalle un’infanzia dura, dirà che persino l’amore le ha solo portato dolore e povertà) e nella morte (caduta in un oblio sonnacchioso), la sua storia non è stata una luccicante fiaba ma (letteralmente!) fantastiche sono le storie che scrive. Difficili, con elementi autobiografici, strane, sì, però meravigliose. E La ragazza che levita non fa eccezione.

Un’autrice da (ri)scoprire: nella prefazione dell’ultima edizione in lingua inglese, della Virago Press, la scrittrice Jane Gardam la racconta così: «Quando ho incontrato Barbara […] per il tè quel giorno nella sua allegra casa a Twickenham, il sole stava tramontando attraverso tutte le sue finestre luminose. Non c’era certamente nulla che suggerisse il macabro. Era allegra e accogliente, […] vestita di colori chiari e i suoi allegri dipinti […] erano appesi per tutto il corridoio».

Periodo edoardiano, Battersea. Alice è la figlia adolescente di un veterinario, crudele in famiglia quanto nel lavoro: baffi mefistofelici, flatulente e puzzolente di cavolo come la loro vecchia, sudicia casa infestata da animali per lo più infelici, morti o destinati a morire (perché presto venduti al vivisezionista). Ha un’amica sordomuta, una madre dolce e malata («se fosse stata un cane, mio padre l’avrebbe senza dubbio abbattuta») e troppe gabbie di gatti da pulire.

La giornata era quasi giunta al termine ed era stata come la maggior parte dei giorni che riuscivo a ricordare: tutti adombrati da mio padre […]. C’erano dei momenti di pace, e a volte il sole splendeva, là fuori. Così trascorrevano i giorni.

È la stessa Alice a raccontare il suo mondo grottescamente strampalato con una logica tipica del realismo magico, che, ancor prima di palesarsi al lettore con accadimenti chiaramente sovrannaturali, abita lo spirito della protagonista.

E come nella migliore tradizione letteraria gotica, ampiamente omaggiata (da Jane EyreGrandi speranze) ma declinata in maniera originale dall’autrice, Alice, anti-eroina di una personalissima, e forse unica, new wave del genere, rimane orfana di madre.

Mrs. Peebles, la «vecchia mezza pazza» che accoglie Alice nella propria casa fatiscente, annerita da un vecchio incendio, ricorda un po’ la Miss Havisham di Charles Dickens.

La sua situazione peggiora rapidamente. E anche il disagio del lettore, sempre più preso dalla sfortunata serie di eventi che si dipanano davanti ai suoi occhi, finisce per soffocare tra molte domande sulla natura del romanzo e su quella umana. Domande a cui, forse, non c’è risposta. Per esempio…

Ragazza magica o maledetta?

Solo a un certo punto la protagonista scoprirà di essere in grado di levitare. Ma non si tratta di un dono.

Dunque era vero: avevo fluttuato, o levitato, o qualunque cosa fosse.

La levitazione è per la Comyns il “mezzo magico” con cui manifestare il disagio della protagonista, il significante-metafora della sindrome traumatica che la affligge. Qualcosa di non chiaro, che ha in principio la consistenza di un sogno: lo «svolazzare per aria» di Alice è infatti legato al dormire, alla perdita di coscienza e quindi allo staccarsi da sé.

Poi mi ricordai di come avessi fluttuato fino al soffitto e rotto la lampada a gas. Possibile fosse accaduto? Qualcosa di simile era accaduto la mia prima notte sull’isola, ma quella volta non mi era sembrato di volare così in alto – forse perché avevo riso. Era forse qualcosa che capitava alle persone quando dormivano in letti diversi dal loro?

Quando la Comyns scrive il romanzo non c’è ancora una adeguata sensibilità circa le reazioni post-traumatiche delle vittime di abusi. Allora il sovrannaturale è l’espediente fantastico per narrare il reale.

In questo La ragazza che levita è discendente di un grande classico della tradizione gotica, Dracula. Perché come la Comyns, Bram Stoker parla dell’antietica isteria dei suoi personaggi e, ovviamente, sono le donne a soffrirne maggiormente: Lucy, vittima del sonnambulismo; Mina e la sua connessione con la mente del conte; le stesse mogli del principe-vampiro, ormai perdute. Tutte vittime colpevoli, future figure freudiane legate ai traumi propri del loro sesso.

Il capolavoro di Bram Stoker, uno degli ultimi grandi romanzi gotici ma quello con il maggior numero di adattamenti, è stato portato nel 1992 da Francis Ford Coppola con il titolo Bram Stoker’s Dracula.

La levitazione di Alice non è però uno scudo con cui difendersi dal mondo, perché la diversità genera solo stigma sociale.

Era piuttosto evidente che alcune persone fluttuavano – non tutte, magari tante quante erano mancine, forse – ma era una bizzarria e di certo non una cosa di cui pavoneggiarsi, quanto qualcosa da tenere per sé e di cui fare pratica quando non c’era nessuno in giro.

Chissà, la fluttuazione «tanto bizzarra» della protagonista potrebbe essere anche un poltergeist: manifestazione energetica ritenuta spesso opera di creature sovrannaturali, ma che per la parapsicologia non è che esternazione umana del dolore o di altre emozioni negative di soggetti particolarmente predisposti. E le giovani donne, con i loro sbalzi ormonali (soprattutto se hanno una storia difficile sulle spalle!), sembrano ideali aspiranti al ruolo di neo-streghe (vi ricordate Carrie di Stephen King?).

Il male è maschio?

Essere donna è stato difficile per la Comyns. E poiché per questa scrittrice il vissuto è terra fertile per i rampicanti della fantasia (sulla sua famiglia scrive che il padre è un «uomo impaziente e violento» e la madre «ha vissuto la vita di un’invalida»), ugualmente difficile è per la sua protagonista essere donna.

Talvolta la vita che conducevo mi sembrava talmente inutile e triste che immaginavo di vivere in un altro mondo.

Alice, fanciulla in ostaggio nell’oscuro regno del patriarcato, non è però la sola oppressa dalla forma fisica e unica del potere: il maschio. Essere insieme divino e luciferino, che crea il mondo in cui le donne abitano, un giardino recintato, e le salva o le condanna a seconda dei suoi bisogni o desideri.

Mi appellai a Dio e a mio padre, ma […] non c’era via di fuga.

The Clapham Wonderè il musical basato sul romanzo, scritto e diretto da Sandy Wilson (The Boy Friend). Esordito nel 1978 a Canterbury, al Marlow Theatre, Canterbury, non è però mai arrivato a Londra ed è stato dimenticato.

La resistenza diventa l’unica risposta femminile possibile. 

Può essere feroce come quella di Rosa Fisher (la nuova compagna del padre della protagonista), fatta di sfruttamento e autostrumentalizzazione; o è il martirio docile e silenzioso della madre di Alice, che si affanna a essere una moglie servizievole per non venir picchiata; c’è la resistenza matura di Mrs. Churchill (la governante di casa Rowlands) guidata da arguzia e disincantata esperienza; e quell’acerba della protagonista, con sogni e speranze ancora verdi e piccole disubbidienze che aiutano a sopportare giorno dopo giorno.

In vetrina troneggiava una torta che era sette torte in una, tutta decorata di bianco e grigio con colombe e fiori e scarpine argentate; e io pensai: «Se solo gli uomini fossero come gli eroi dei libri, sarebbe delizioso sposarsi e avere una torta così!».

Ma se è il maschio ad avere la meglio anche nelle tragedie della vita quotidiana, allora è impossibile non trovare sgradito l’intero genere.

Mrs. Churchill si affezionò molto a mia madre e sembrava voler bene anche a me e agli animali; ma non le piacevano gli uomini. «Non sprecarci un solo pensiero!» soleva dire con grande disprezzo.

Così sono uomini con «brutti denti e orride facce sotto i loro berretti di tessuto» a cercare di sedurre le giovani a passeggio mentre altri provano ad approfittare di colleghe e ragazze viste di sfuggita grazie alle conoscenze comuni: come il facchino «sfacciato» del magazzino dove è impiegata Lucy, l’unica amica di Alice, intento a guardare «sotto le gonne delle ragazze quando salgono le scale»; Cuthbert, il capo cameriere dai «capelli neri e unti» che adesca la protagonista; Mr. Gowley, «un uomo sinistro e dallo sguardo malevolo» che beve, ha «denti gialli e irregolari» e non si fa scrupolo di ricattare, maltrattare e derubare le donne della casa in cui lavora; Frink e Sully, una coppia con «facce volgari e […] occhi grassi e infossati» che vogliono approfittare della capacità sovrannaturale della protagonista.

Tuttavia l’uomo più spaventoso e crudele di tutti è sicuramente il padre di Alice, Euan Rowlands.

Che cosa spaventosa essere attesi da mio padre! Avrei preferito che mi aspettasse qualsiasi altra persona. Mi ricordavo […] le sue crudeli mani quadrate e la sua testarda testa bovina, e sapevo quanto abissale fosse la sua ferocia.

Anche quando gli uomini provano a essere persone per bene, si dimostrano tanto imperfetti da risultare sgradevoli: come il gentile «dottore ebreo […] in fondo alla strada» che Alice trova «vecchio» e con «un aspetto sudicio» e Henry Peebles, detto Occhiolino, il «molto lento» sostituto veterinario dalle braccia «tozze e pelose» che è però l’unico che le mostra dell’affetto sincero.

Ora avrei dovuto sposare Occhiolino e lo avrei dovuto vedere andare in giro con le sue bretelle – un giorno avevo visto le sue braccia nude […]. Piangevo quando se andò, e pensò che fosse perché mi lasciava per una settimana. Anche gli uomini umili sono presuntuosi, a volte.

Con queste premesse, persino l’amore si rivela solo un costrutto ingannevole: il matrimonio è una prigione per i genitori della protagonista, entrambi detenuti e carcerieri, e nemmeno il rapporto tra il padre e la sua futura compagna è felice; Lucy ha un bambino, ma nessun uomo accanto; Alice stessa non sarà in grado di ricambiare Occhiolino ed è illusa dal ragazzo «talmente bello e raggiante» che vorrebbe per sé.

Nel romanzo fortemente autobiografico I miei anni a rincorrere il vento (edito BUR, titolo originale Our Spoons Came from Woolworths), la Comyns racconta la storia del suo alter ego Sophia che, sposatasi troppo giovane, deve lottare per la maternità negatale dal marito e le soffocanti ristrettezze economiche a cui lui non cerca di porre rimedio.

Un romanzo femminista?

Mogli sottomesse. Figlie oppresse. Femmine volgari, disinteressate a far fronte comune con le altre donne. Ragazze vacue che sognano l’amore di affascinanti giovanotti, incapaci di apprezzare doti più nobili della bellezza.

A ben vedere, tutti i personaggi (donne comprese) hanno un che di idiosincratico.

Le donne della Comyns raramente si ribellano e ancor più raramente riescono a uscire vittoriose dalle difficoltà che la condizione femminile comporta. Mentre patiamo insieme ad Alice, tra le righe possiamo leggere il ritratto culturale, impietosamente sincero, dell’età edoardiana e degli anni appena precedenti i ruggenti, (ingannevolmente?) liberali Sessanta. 

A un’occhiata veloce verrebbe da etichettare il romanzo come anacronistico, se non direttamente antifemmistista. Ma sarebbe troppo semplice: perché se persino la protagonista non è un ideale modello di comportamento per le lettrici, La ragazza che levita resta un sentito scritto di protesta

Il femminismo della Comyns, discreto come le piccole ossa madre di Alice, è quello del riflusso, prima della seconda ondata (iniziata negli anni Sessanta, in America), quando questioni più “pressanti” della liberazione femminile fanno quasi dimenticare i problemi delle donne.

Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico […] definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna.

– Simone de Beauvoir, Il secondo sesso
Il saggio del 1949, diventato col tempo opera fondamentale per il movimento femminista, è disponibilenell’edizione ilSaggiatore.

Come Simone de Beauvoir, la Comyns non è propriamente un’autrice femminista, ma entrambe sostengono, ognuna a modo proprio, una visione femminista della vita in linea con la cosiddetta “prima ondata”: sebbene sia una donna che ha sofferto molto a causa di un matrimonio infelice e gli uomini del libro risultino quasi tutti orribili o in qualche modo sgradevoli, l’autrice de La ragazza che levita non si fa promotrice di una facile selezione di genere.

Lascia piuttosto avvisi validi per tutti e due i sessi e mostra che esistono esemplari crudeli da entrambe le parti della specie umana. Donne esagerate e manchevoli, deboli e prepotenti, abitano le pagine come spettri di una speranza defunta: che il sesso femminile sia essere meno brutale

Dello stesso avviso un’altra grande scrittrice, Angela Carter, considerata dai più una diretta discendente letteraria della Comyns nonostante le differenze tematiche e stilistiche (la prosa della Comyns non è elaborata, ma si svela comunque elegante e brillante; la Carter è più ampiamente immaginifica e voluttuosa) per alcune sensibilità comuni, l’appartenenza al bacino fantastico e il sottile humor oscuro. Associazione che, lo ammettiamo, ci ha attirato verso questo romanzo.

Altra grande autrice dimenticata, Angela Carter è stata ripubblicata negli ultimi anni da Fazi Editore: attualmente sono disponibili due dei suoi nove romanzi, Figlie saggeNotti al circo.

Il male è ovunque?

La Comyns non ha ancora finito di metterci in guardia: ad accrescere la natura spaventosa de La ragazza che levita è anche (soprattutto?) l’accostamento stridente delle angoscianti vicende narrate con ambientazioni innocue, che di orrifico sembrano avere ben poco.

Avevo paura come se incombesse una terribile minaccia anche se non c’era nulla di terribile, solo un cortile silenzioso con stalle tutt’attorno e un cavallo dal muso gentile che guardava fuori una di esse, la testa grigia sospesa al di sopra della porta.

Alice non corre pericoli solo nella claustrofobica, puzzolente casa-studio paterna o nella grande dimora di Mrs. Peebles, in parte carbonizzata e che sembra «un luogo disabitato», triste come la sua proprietaria.

Luoghi di incontri torbidi e palchi di tragedie sono anche la fattoria gallese dove è cresciuta serena la madre di Alice, circondata da «immobili laghi» e rallegrata dal suono di una cascata; la civilissima capitale inglese, dagli immensi negozi, case «perlopiù bianche o color crema» e «piccoli giardini quadrati in cui le signore passeggiavano sotto i loro parasole»; una sala da tè carina e pulita, con «le tovaglie ben stese e di un bianco puro»; un’isola molto più bella di quanto osato sperare, dai «campi piatti» danzanti per il «soffio della brezza»; il Clapham Common con la sua «erba […] molto bagnata» e «il cielo […] di un grigio metallico e un vento morbido […] da ovest».

Esiste il lieto fine?

Ma se il male può trovarsi dovunque (e in chiunque), viene da chiedersi se c’è ancora posto per la speranza. O se le nostre vite sono regolate da una predestinazione a cui non è possibile scampare.

Tra romanzo nero e gotico romantico, La ragazza che levita è denso di suggestivi e grotteschi presagi di morte. Le pagine sono funestate da segni che preannunciano la fine precoce di tutto ciò che è innocente o familiare (la calda estate, la relativa stabilità casalinga, i sogni romantici).

Nella clinica Rowlands il sentore del vicino lutto ha l’odore insalubre dei troppi animali stipati e della stessa malattia che consuma la povera madre di Alice in solitudine in una «stanza tetra», incastrandola al letto, una bara «cadente […] di ottone».

Una mattina accadde una cosa spaventosa. Arrivò un uomo a prendere le misure per la bara di mia madre come se fosse già morta. Disse che mio padre gli aveva detto di venire.

Il lettore non può che provare un diffuso timore per il futuro della protagonista, la cui esistenza è ricamata di macabri segnali: «il teschio di una scimmia con una doppia collezione di denti» che quasi bisbiglia se fissata intensamente; lo «zoccolo di un cavallo a cui mancava il resto del cavallo»; i «resti del mobilio bruciacchiato», con una rete di letto che ricorda «uno scheletro torturato»; «una grande serra senza vetri» e «alcun fiore – solo vasi vuoti e viti dall’aria secca che striscia[va]no sopra ogni cosa»; «alberi strani, vecchi e deformi, tutti ricoperti di muschio grigioverde»; uccelli stecchiti, penzolanti da un capanno e «con poche penne sulla testa» o abbandonati sulla battigia «con luccicanti zampe verdi».

Indizi di quello che inizia a delinearsi come un fato inquietante, dove sembra il caso l’unico vero elemento perturbante perché fuori posto.

E se, invece, fuori posto fosse proprio qualunque logica (per quanto oscura, o sovrannaturale) nella vita di Alice così come nelle nostre? Forse non c’è alcun disegno, solo cupe casualità, incastri di coincidenze. Sottili fili che si collegano e si tirano dopo grovigli spontanei, come nodi di capelli ribelli.

Romanzo-allegoria, anche la copertina di Mirko Fort è fortemente simbolica: «L’illustrazione vede la protagonista sollevarsi da terra in uno spazio percorso da linee orizzontali, che sembrano contrastare il suo sforzo – proprio come le forze oscure che nel corso della storia ostacolano la vita di Alice». Interessante anche il taglio obliquo, marchio di fabbrica delle nuove uscite della casa editrice di Pordenone.

Nel romanzo ci sono tanti piccoli accenti senza apparente motivazione, dettagli che disorientano per la loro accidentalità disturbante in una storia orchestrata con garbo sovrannaturale: su tutte, un misterioso (?) uomo dai baffi rossi che la protagonista incontra in apertura del libro, un personaggio che supponiamo sparito tra le vie di Londra e la nebbia dei ricordi di poco conto come tanti altri, come le persone che incontriamo solo una volta o poco più nella vita, ma che, senza ragione, ecco che riappare nelle pagine ultime. 

In fin dei conti, l’unica cosa certa è che, destino infausto o casualità sconcertante, a una giovane ragazza è negato il libero arbitrio

– Ornella 🐱

Titolo: La ragazza che levita

Autore: Barbara Comyns

Editore: Safarà Editore (collana BIGSUR)

Traduzione: Cristina Pascotto

Pagine: 156

Anno (Italia): 2019

ISBN: 9788897561842

Prezzo: 16,00 €

Ebook: 7,99 €

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