#MARTEDÌCLASSICI – Zuffe letterarie. ✍️ Parte 4: lo sporca-nido Bernhard vs. l’ebreo Canetti 🐦 ❌ 💰

La zuffa letteraria del #MARTEDÌCLASSICI oggi è quella tra due nomi non troppo conosciuti al grande pubblico, su cui si vuole, con questo articolo, gettare un cono di luce: Thomas Bernhard* ed Elias Canetti, lo “sporca-nido” e il “sotto-Kant”, un “mini-Schopenhauer”.

Due “qualcuno” che scrivono

Lo sporca-nido austriaco…

L’austriaco Nicolaas Thomas Bernhard era (ed è) considerato un esterofilo, uno sporca-nido, un polemista, un provocatore da buona parte dei suoi conterranei. In fondo Bernhard era solo uno scrittore, con la sua prosa claustrofobica e ricorsiva, e col suo teatro umano ricolmo di angosce e di contraddizioni.

Figlio di un falegname carpentiere salisburghese e di una lavoratrice austriaca, Herta Bernhard, figlia a sua volta dello scrittore Johannes Freumbichler (autore del premiato Philomena Hellenhub), Bernhard passò solo il primo anno di vita (1931) in Olanda, per poi spostarsi a Vienna, Salisburgo, e infine in Baviera. 

Lì iniziarono i dolori. Tra la madre ormai sola e frustrata e il nonno in preda ad una crisi creativa e umana, nonché l’aria anti-austriaca e nazista della Germania hitleriana, le uniche gioie rimastegli erano poche, a tal punto da avere istinti suicidi già a dieci anni, ingerendo delle pillole che poi vomita in parte da sé e in parte tramite lavanda gastrica. 

Una foto del giovane Bernhard.

Il nonno riuscì a stimolare il suo spirito artistico e a spingerlo alla scrittura e alle arti musicali (lo studio del violino in primis), passioni che mantenne anche nel periodo tragico della rieducazione a Turingia e poi nel 1943 in un convitto nazionalsocialista a Salisburgo. Durante la guerra, con la sua città bombardata, si ritrovò libero dal ginnasio e dal nazismo (nell’ultimo anno, il convitto divenne cattolico) e dal 1947 si dedicò ad un apprendistato civile (lavorò in un negozio di generi alimentari, una cantina) e artistico (lezioni di canto e di teatro). 

A diciotto anni venne colto da un grave attacco di pleurite; durante il periodo in sanatorio perse anche la madre e il nonno, e contrasse una grave infezione tubercolotica. Praticamente fu ad un passo dalla morte

I fatti di questo periodo sono materia della sua autobiografia (una raccolta di cinque romanzi brevi, scritti tra il 1975 e il 1982, pubblicati ora in un unico volume per Adelphi), senza contare delle varie interviste una volta diventato scrittore e personaggio di fama nazionale e internazionale. 

Sulla copertina dell’edizione italiana dell’autobiografia di Bernhard, c’è un ritratto fotografico dell’autore scattato a Vienna nel 1988.

Scrittore a trent’anni con Gelo (Einaudi, 2018), vinse il Premio Julius Campe e si guadagnò l’infamia da parte del ministro della Cultura per il suo agghiacciante discorso di accettazione. Ottenne altri sei premi e altre denunce di diffamazione più o meno gravi nel corso della sua carriera letteraria prolifica, le cui vicende sono state tutte narrate in I miei premi (Adelphi, 2009), dove si racconta brevemente la sua amicizia con Elias Canetti, quello che poi avrebbe trattato a pesci in faccia con una lettera terribile, tipica dell’umorale Bernhard. 

Racconti insoliti, divertenti e spietati, dei traguardi raggiunti e, soprattutto, dell’insensatezza del mondo dei premi letterari.

… e l’ebreo Canetti, sociologo estremo

Elias Canetti è l’ebreo Canetti, il sociologo estremo, uno che si sa che è famoso senza sapere il perché. Uno dei motivi è semplice: è uno dei pochi autobiografi, non solo di se stesso ma di una cultura in estinzione: quella della Mitteleuropa. 

E uno dei pochi che poteva reggere Bernhard, e anche la vita stessa, che considerava una lotta eterna, tanto da scrivere Il libro contro la morte (Adelphi, 2005) e da creare un opus letteraria breve ma intensissimo: il romanzo Auto da fé; la sua autobiografia in quattro volumi; il saggio Massa e potere (1960), testo che contribuì all’ottenimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 1981.

Canetti allo stesso tavolo con la principessa Christina di Svezia alMunicipio di Stoccolma il 10 dicembre del 1981, per la cerimonia di assegnazione dei Nobel.

Nato a Ruse, era figlio di un commerciante ebreo di origini spagnole e di una rampolla sefardita di origine livornese. Già da piccolo sviluppò un forte poliglottismo (conosceva il latino, il giudeo-spagnolo, il tedesco, il bulgaro, l’inglese) e l’amore per i viaggi (virtù squisitamente familiare), soggiornando dopo la morte del patriarca, tra Vienna a Zurigo, fino a Francoforte: conobbe l’élite culturale di allora (Freud, Scnitzler, Kraus, Weininger…) e la sua prima moglie, Veza Taubner-Calderòn. 

Laureato in Chimica, preferì la traduzione dall’inglese e la letteratura, anche grazie al folto gruppo di scrittori con cui entrò in contatto nella sua vita (Musil, Mahler, Brecht). Dell’epoca sia la redazione di Auto da fè (1930-1931) sia il progetto di Massa e potere (1938-1960) sia le opere teatrali NozzeLa commedia della vanità (1932 e 1934). 

E fino a qui tutto andava abbastanza bene.

Poi iniziarono i dolori. Con l’annessione dell’Austria alla Germania, Canetti emigrò a Parigi e dopo a Londra: a Parigi assisté alla morte della madre, ispirazione della sua autobiografia (con essa si chiude la storia), nel 1937, e a Londra, ventisei anni dopo, perse la moglie, morta suicida per motivi non chiari (la più accreditata teoria è che fu per via del fallimento del matrimonio, minato dall’adulterio di Elias). 

Solo durante il secondo dopoguerra guadagnò il successo letterario, sia per le sue opere narrative, sia per il suo testo sociologico, tanto che ciò contribuirà in futuro alla sua nomina al Nobel nel 1981. Ma questo era cinque anni dopo la fine dell’amicizia con Bernhard.

Amicizia: un inizio

Ma andiamo per gradi. Stando alle poche informazioni raccolte, e per lo più fruibili solo in lingua tedesca, non ci fu un vero e proprio primo incontro fisico tra Elias Canetti e Thomas Bernhard, quanto un primo “amore”: Auto da fè (Die Blendung, letteralmente “l’accecamento”).

Dal sito Adelphi: «Opera solitaria ed estrema, segnata dalla intransigente felicità degli inizi, Auto da féracconta l’incrociarsi di […] due remote traiettorie e ciò che ne consegue […]».

Unico romanzo di Canetti, questo malloppo di cinquecento e passa pagine, su un professore misantropo e maniacale e il suo mondo grottesco/allegorico, è stato il motivo di interesse e di amore letterario da parte del “Beckett delle Alpi” (come lo apostrofava il suo editore Unseld) per il futuro premio Nobel per la Letteratura. 

All’inizio di questa amicizia entrambi usavano sempre il massimo riserbo l’uno per l’altro. Al suo meglio Bernhard sapeva essere gioviale e critico al tempo stesso: Canetti nelle lettere sottolineò come Bernhard gli rispondesse sempre ciecamente alle critiche. Coltivarono una buona amicizia, suggellata da una delle loro passioni condivise: la camminata (per Bernhard era addirittura un romanzo breve, Camminare).

Verso la fine degli anni Sessanta, Canetti non ebbe problemi a considerare Bernhard un suo “allievo”, a riprova della fiducia dei suoi primi lavori. A sua volta, Bernhard, raccontò quanto segue nell’opera postuma I miei premi:

Pronunciai ripetutamente la parola “Canetti” e ogni volta le facce attorno al lungo tavolo si contrassero in una smorfia di disappunto. Molti a quel tavolo non sapevano neppure chi fosse, ma tra i pochi che sapevano di lui ci fu uno che tutt’a un tratto, dopo che ebbi ripetuto il nome Canetti, disse: «Ma pure quello è un ebreo». Poi ci fu solo un mormorio e di Canetti non si parlò più. Ancora oggi mi risuona nelle orecchie la frase «Ma pure quello è un ebreo»!

Poi però il vento cambiò, perché alla lunga, tra scrittori, prima o dopo avrebbero finito per confrontarsi non tanto nella letteratura, quanto nella propria visione dell’esistenza.

Non l’avessero mai fatto. 

Prima del disastro

Prima di ciò c’era stato un momento critico tra loro. In vista di un’intervista per Alfabeta, scappò a Bernhard una considerazione su cosa sia per lui, a differenza dell’amico, la morte.

Alla fine ci offre della grappa, accende la luce, si addolcisce un pochino. Gli porto i saluti di Canetti. Bernhard: «Di cosa avete parlato?». «Soprattutto della morte, che lui non accetta, la fatalità della morte.» Bernhard: «La morte è la cosa migliore che ci sia».

Dal sito Adelphi: «Il libro più importante della sua vita, Canetti lo portò sempre dentro di sé ma non lo compose mai. Per cinquant’anni procrastinò il momento di ordinare in un testo articolato i numerosissimi appunti che […] andava prendendo giorno dopo giorno su uno dei temi cardine della sua opera: la battaglia contro la morte».

Morte era amica di Bernhard ma nemica di Canetti: Bernhard ebbe i primi spiragli di una malattia ancora oggi non ben chiara appena diciottenne (tubercolosi avanzata? Amiloidosi?) e, pur combattendola, rimase così affascinato dalla caducità della vita da preferire la morte sopra ogni cosa, come esplicitato da questa frase terrificante: 

Non c’è nulla da celebrare, nulla da condannare, nulla da denunciare, ma c’è solo da ridere, tutto è ridicolo quando si pensa alla morte.

La pronunciò al Premio Julius Campe, davanti al ministro, come già raccontato precedentemente. 

A colpi di lettera

Secondo quanto riportato dalla Società Thomas Bernhard, la rottura totale dell’amicizia, da parte di Bernhard, avvenne in concomitanza con una critica problematica di Canetti nei confronti di un tipo di scrittura che all’epoca s’era abbastanza consolidata in Europa: una scrittura fatta di ricorsività e di monotematismo.

Nel 1976 Elias Canetti, forte della sua popolarità, ottenne una laurea in honoris causa presso l’Università di Monaco, e per l’occasione scrisse un lungo discorso intitolato La vocazione del poeta.

Non so come le persone si immaginino che sia un poeta, ma tutto quello che possono immaginarsi in proposito sicuramente non corrisponderà al vero… Per quanto mi riguarda, non sono uno scrittore, ma uno che scrive […]; non uno che racconta delle storie, ma che le distrugge.

Per Canetti, che trattava un argomento una sola volta, era discutibile il doversi ripetere di continuo sulla stessa posizione. A differenza di Bernhard, che, a parere di Canetti, stava replicando negli ultimi dieci anni (1960-1970) le tematiche già narrate nel suo primo romanzoGelo

«Necessari, indispensabili, inevitabili»: così Ingeborg Bachmann definisce i libri di Bernhard

In effetti, tralasciando la componente narrativa, la tecnica del primo romanzo si ripete nel corso della produzione dello scrittore austriaco: un narratore in prima persona che racconta l’ambiente decadente e moribondo; una sequenza di personaggi (dis)umani e le loro vite consumate da errori e/o pulsioni autodistruttive (eticamente e fisicamente). E oltre alla tecnica anche la tematica: il decadimento fisico, la solitudine come fonte della vita, l’angoscia e l’assurdo (kafkiano), il destino ineluttabile e l’umanità grottesca, nonché l’odio per la stupidità dell’esistenza e degli esistenti e l’invocazione della morte nelle sue forme apocalittiche. 

Invece di tacere, continuavano a riscrivere lo stesso libro. Per quanto l’umanità sembrasse loro irredimibile e degna di morte, le era rimasto comunque un ruolo: applaudire. 

Seppur con alcuni accorgimenti e una direzione stilistica più evoluta nel tempo (da Perturbamento in poi si potrà notare lo sviluppo della prosa claustrofobica, più una compresenza di caratteri umoristici), Canetti non aveva visto male, anche se la critica sua era stata alquanto brutale.

Il compito del poeta non può ridursi a consegnare l’umanità alla morte. […] Sarà il suo orgoglio, quello di resistere agli emissari del nulla, che stanno diventando sempre più numerosi in letteratura, e di combatterli con mezzi diversi dai loro.

Bernhard non era il tipo da rispondere in maniera asimmetrica, bensì in maniera iperbolica. Con una lettera aperta all’editore dello Zeit, Bernhard distrusse sistematicamente Canetti.

Il nuovo dottore onorario Canetti, questo cacciatore di aforismi specializzato nella nostra epoca […] che circa quarant’anni fa ha dato dimostrazione del proprio talento pubblicando il formidabile romanzo Autodafé, ora si autoproclama, in quanto impresario della sua personale commedia delle vanità e preda di un attacco di senilità acuta ma pur sempre dilagante, non solamente poeta, ma addirittura l’unico poeta della nostra epoca! Di sé e per sé, la senilità è toccante, ma l’arroganza di un vecchio, padre autunnale e filosofo dell’ultimo minuto, è ridicola! Frattanto, ha la le capacità di una specie di Kant dei poveri, di un mini-Schopenhauer.

Veloce la riposta di Canetti.

Io l’ho criticata duramente e Lei adesso, fuori di sé, mena colpi alla cieca. Sa benissimo con quanta serietà io abbia sempre guardato al Suo lavoro, già Perturbamento mi aveva colpito moltissimo, glielo avevo detto di persona. Ma poi Lei mi sbatte in faccia questa affermazione: «La morte è la cosa migliore che abbiamo». […] Nessuno meglio di Lei sa quanto siamo contaminati dalla morte, Che Lei voglia diventarne il patrocinatore mi ha riempito di diffidenza nei confronti della Sua opera. […] Alle critiche Lei reagisce sempre accecato dall’ira. Ma poiché io non sono un imbrattacarte, pensavo che un duro colpo da parte mia […] potesse indurLa alla ragione. Lei non ha nessuno che Le dica la verità, e la verità Le è forse diventata indifferente?

Bernhard era capace di distruggere qualsiasi amicizia, anche di lunga data o iniziata nel migliore dei modi: per anni tra lui e il suo vicino di casa Hennettmair c’era stato un rapporto confidenziale e solare, prova dell’umore cangiante di Bernhard a seconda della chimica con le persone attorno; e poi, di punto in bianco, i due litigarono. Fine dell’amicizia.

E così gli successe anche con una coppia di artisti, i coniugi Lampersberg che la “zia” Hedwig Stavianicek gli fece conoscere nei primi anni della sua carriera e che lo sostennero anche umanamente. Con una feroce critica al mondo artistico e sempre più d’umore nero per lo sviluppo della sua malattia mortale, Bernhard distrusse questo legame con A colpi d’ascia, guadagnatasi una serie di denunce per oltraggio, vicenda finita però con un accordo e la seguente conclusione:

È una persona del tutto sola, quasi emarginata. Il suo modo di reagire, tutto ciò che scrive, è quello di un emarginato.

Nella Vienna degli anni Ottanta, dopo una rappresentazione al Burgtheater, segue una cena a casa di una coppia di artisti «signorilmente consunti»: così il narratore-Bernhard prende ad asciate il mondo intellettuale, borioso e vuoto.

La lista delle sue rotture è lunga: alla fine erano pochi che riuscivano ad avere con lui un rapporto umano (la zia, la scrittrice Bachmann, il regista Claus Pennyan, l’editore Unseld) o solo a sopportarlo. Non era però il solo a farsi terra bruciata attorno. E per usare il sintagma di Correzione, fondamentale romanzo bertnahardiano, sarebbe possibile dire: così Bernhard, così Canetti.

Niccolò Mencucci

* L’illustrazione in copertina è di Matthew Richardson

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