#MARTEDÌCLASSICI ✍️ – Prof.sse scrittrici (& femministe): Angela Carter (parte 2) 👩 🇺🇸 🔪

Abbiamo lasciato Angela Carter insegnante alla University of East Anglia, un programma di studi che inizialmente la lasciava perplessa ma che ha saputo farla ricredere; soprattutto, l’abbiamo lasciata nel bel mezzo dell’impresa infinita di terminate La donna sadianauna rilettura dell’opera del marchese de Sade in chiave femminista, che la occupa da più di quattro anni. 

Finalmente, nel 1979, la sua immane fatica arriva sul mercato editoriale, e precisamente il 28 marzo. Angela è piena di dubbi circa la ricezione di quello che sarà poi considerato come uno dei suoi capolavori (teme di diventare oggetto del pubblico ludibrio da parte dei mass media più mainstream). Ma se le recensioni sono miste (le critiche più feroci vengono proprio dalle compagne femministe), la sua reputazione subisce una nuova evoluzione dopo questa pietra miliare dell’opera carteriana: Angela comincia a diventare un personaggio di culto, oltre che una scrittrice apprezzata.

Una fotografia di Angela Carter (Eastbourne, 7 maggio 1940 – Londra, 16 febbraio 1992).

Questo, però, non risolve i problemi economici: l’estate del 1980 è particolarmente ardua per le sue finanze. Ha appena acquistato dall’ex coinquilina Christine anche la sua parte della loro proprietà e né il lavoro all’università né i compensi per i suoi articoli (che continua copiosamente a sfornare) riescono a rimpolpare il conto in banca. Ma proprio quando le sembra di essere alla frutta, una mano amica le viene tesa dagli Stati Uniti: lo scrittore Robert Coover, suo grande divulgatore in America, le offre la possibilità di insegnare alla Brown University di Rhote Island per un anno (e per un ottimo salario).

La Brown University, fondata nel 1764, è una delle più prestigiose università private americane, facente parte sia della Ivy League sia della Association of American Universities.

Angela non perde tempo: una settimana prima dell’inizio del semestre, eccola su un aereo diretta verso una nuova avventura all’estero. Non è la sua prima volte: ha visitato gli Stati Uniti in viaggio di nozze con l’ex marito Paul Carter (formandosene un giudizio né totalmente positivo né totalmente negativo), e ha passato anni lontano dal Paese natale, in Giappone. Ma questa volta, parte con la consapevolezza che stare separata dal fidanzato Mark sarà particolarmente dura. Di spirito profondamente indipendente, però, non si perde d’animo, e cerca di pensare a quella lontananza come un’esperienza costruttiva per la sua personale identità di donna. Le balena anche l’idea di imparare l’italiano nel tempo libero (il suo amore per la nostra patria è smisurato), con l’obbiettivo di tenersi occupata; decide anche di smettere di tingersi i capelli, passando da un rosso fiamma a un grigio intenso nel corso di un solo anno. 

Angela arriva nel suo appartamento, non lontano da quello di Coover, alla fine della bella stagione: «La luce è meravigliosa, come la luce di un’estate inglese ma in qualche maniera più corposa, più maturo – celi immensi, sottili nuvole arricciate» dice del posto; d’altra parte, la temperatura è talmente alta che fatica ad abituarsi, tanto quanto alla solitudine, che rende l’America fredda e inospitale ai suoi occhi.

Una foto dei Van Wickle Gates di inizio Novecento, con la grande entrata chiusa: a differenza delle più piccole porte laterali, il maestoso ingresso viene aperto solo due giorni l’anno (il giorno della Convocation e del Commencement).

Non mi piace l’America e non mi piacerà mai.  

– Angela in una lettera alla sua editor Carmen dopo qualche giorno a Providence

Incapace di guidare, ha difficoltà a muoversi senza l’aiuto di Coover e di sua moglie, persino per andare a fare la spesa una volta alla settimana; Angela, del resto, lo ha avvertito: «Non ho la stoffa della fondatrice di imperi. Avventurarmi verso l’ignoto mi riempie di terrore». Ma i vecchi, graziosi edifici che compongono l’università presto diverranno una vista familiare; ad Angela paiono una sorta di parodia di Cambridge. 

La maggior parte degli studenti provengono da famiglie agiate ed esibiscono un’innata arroganza che irrita Angela profondamente: li trova desiderosi di compiacere, troppo sicuri di sé ed essenzialmente senza cervello. E infatti lo ribadisce in uno dei suoi articoli per il New Society: «I fighetti intellettuali sono i più difficili da gestire, perché credono che gli sia stato insegnato a pensare con le loro teste». Ancor di più, la sconcerta e la fa inorridite la tendenza degli studenti provenienti da istituzioni pubbliche a imitare i loro compagni più abbienti. 

Eppure, il suo arrivo coincide con un periodo di fervente attività intellettuale alla Brown, come Jeffrey Eugenides, laureatosi alla Brown proprio nel 1983, rievoca nel suo La trama del matrimonio: le discussioni girano attorno a de Sade (forse proprio grazie ad Angela?), a Roland Barthes (suo favorito) e al decostruzionismo di Jacques Derrida, che per Angela rappresenta una sfida tutta nuova. 

«La trama del matrimonio è un romanzo […] che affronta innumerevoli tematiche legate ad una realtà di transizione – quella degli anni Ottanta del Novecento – che ha lasciato la maggior parte dei suoi giovani in un limbo confuso di crescita […].» © fedabooks

Non so quanto Derrida e compagnia mi saranno utili quando tornerò a casa. Continuo a chiedermi esattamente che cosa stia combinando, Derrida, e, se è così intelligente, perché non si scriva il suo, di romanzo. 

– Angela all’amica Susannah Clapp

Insomma, Angela si ritrova tra semiologi ed aspiranti tali, nel misterioso mondo dell’ermeneutica, un termine che, per sua stessa ammissione, continua a dimenticare di cercare sul dizionario. Del resto, il programma di scrittura alla Brown è alla ricerca del nuovo: viene diretto da un poeta afroamericano, Michael S. Harper, conosciuto per inserire ritmi e jazz e sincopati nei suoi lavori. I mercoledì e i giovedì sono dedicati ai corsi: il suo metodo pedagogico, basato sul dialogo e sull’ascolto, più che sui workshop e su un feedback puntuale, è ormai un marchio di fabbrica. 

Rick Moody è uno degli scrittori più importanti della sua generazione: «esplora sapientemente le ansie, le rivalse e i sogni». I suoi lavori sono stati pubblicati da Bompiani, minimum fax e La nave di Teseo.

Ce lo racconta Rick Moody, autore di La tempesta di ghiaccio: fin dall’inizio del semestre, proprio come ha fatto in patria, Angela puntualizza di non credere molto nei workshop tradizionali, ed è così chei suoi studenti si ritrovano coinvolti in una serie di colloqui uno a uno per discutere del proprio lavoro. Proprio come le loro controparti inglesi, alcuni di loro vengono indirizzati verso autori che possano aiutarli a tirare fuori tutto il loro potenziale (a Moody, Angela consiglia Jenet e Burroughs); ma la nostra professoressa non sembra avere una grande opinione dei suoi alunni statunitensi.

Una volta, indicando una copia di L’urlo e il furore, dichiara che le piacerebbe leggere quello molto più della pila di carte sulla propria scrivania. Ben pochi nomi vengono menzionati nelle sue lettere agli amici, e nessuno raccomandato. Ma il senso del dovere prevale sui sentimenti personali, e Angela dedica lunghe ore all’insegnamento.

L’ultima cosa che un insegnante vuole sapere è che è un cattivo insegnante, perché te ne rendi conto eccome, per quanto inconsciamente, che non ce la stai facendo, ed è proprio un’esperienza dolorosa. Ti senti ferito e rifiutatoe tutto, e te la prendi con gli studenti.

– Angela al fidanzato Mark

 Ma Angela non sembra aver corso questo rischio.

I suoi giorni americani non sono fatti solo di lezioni e sospiri malinconici: il retroterra fatto di oppressione, alienazione e violenza del suolo che la ospita (Salem e la sua caccia alle streghe e il celebre caso Borden, in particolare) stimola la sua fantasia. Spontaneo il paragone con i miti alla base della repubblica: democrazia, inclusività e pari opportunità. Primo frutto delle sue fatiche notturne è un racconto biografico su Edgar Allan Poe dalle sfumature fantastiche che andrà ad unirsi a quello su Jeanne Duval, esotica amante di Baudelaire, nella raccolta Black Venusma ad affascinarla particolarmente è la vicenda che vede protagonista Lizzie Borden, giovane americana accusata di aver assassinato padre e matrigna con un’ascia ed assolta nonostante le prove schiaccianti. Materiale da romanzo, un’idea occupa Angela per la maggior parte dell’anno passato alla Brown, ma che, complice un calo di ispirazione, si traduce in due celebri racconti (contenuti l’uno in Black Venus e l’altro nella raccolta postuma Fantasmi americani). 

Negli ultimi anni, la figura di Lizzie Borden è stata ripresa da televisione e cinema. Nel 2014, il canale Lifetime manda in onda Il caso di Lizzie Borden (in originale Lizzie Borden Took an Axe) con Christina Ricci nei panni di una Lizzie in versione spietata bad girl. 

Vi sono spiriti, fantasmi terribili nell’aria d’America.

– Una frase di D.H. Lawrence a cui si ispira il titolo di Fantasmi americani

Dalla lettura di un memoir di Bill Ballantine, famoso artista e clown che negli anni Quaranta gira l’America, scaturisce l’ispirazione sia per uno dei racconti su un (disturbante) episodio dell’infanzia di Lizzie Borden, sia per la sua futura fatica Notti al circo: «C’è qualcosa di particolare nei circhi» scrive Angela nel diario. «Circhi e silenzi.» 

Il racconto, di genere distopico, è stato pubblicato per la prima volta come pamphlet e poi incluso nella raccolta La mostra delle atrocità.

La solitudine continua però a perseguitarla. A distrarla, le sentitissime elezioni americane, che vedono Angela contro il futuro presidente Reagan: la nostra, sempre interessata alla politica, le segue assiduamente, continuando ad assistere alle votazioni anche quando, con suo enorme sgomento, la vittoria di Reagan diventa chiara. Il giorno dopo, di fronte ai suoi studenti dà vita al suo personale, per quanto piccolo, gesto di ribellione: legge il racconto di J.G. Ballard dall’eloquente titolo Why I Want to Fuck Roland Reagan (incentrato sull’appeal psicosessuale di Reagan, passando per incidenti d’auto e Aldolf Hitler). 

Hanno riso fino alle lacrime, tranne quelli che hanno fatto il contrario. 

– Angela circa l’episodio, in un articolo su Ballard nel 1984

Una breve visita del fidanzato Mark sotto le vacanze di Natale serve solo a farglielo mancare ancora di più: giurerà di non accettare mai più un’offerta di lavoro all’estero (giuramento che prontamente romperà, anche se porterà Mark e poi il loro figlio Alex sempre con sé da allora in poi). Il suo atteggiamento verso gli Stati Uniti rimane gelido come il clima invernale: «È una cultura talmente priva di sensualità da rendermi difficile lavorare qui»scrive nel diario in gennaio. Le riesce difficile capire i suoi studenti, che spesso sorprende a disegnare svastiche sui muri della biblioteca, e si sente in generale incompresa e giudicata una pazza, come racconta ai suoi amici per lettera. Ammette di non stare né bene, né male, in America, ma persiste la sensazione di sembrare una barbara tra «questi delicati, educati e coscienziosi non-fumatori». Leggere un racconto scritto da uno dei suoi studenti ambientato a Londra le provoca nostalgia fino alle lacrime: le manca persino quel tocco di rudezza della parlata del suo Paese, e la «schifosa, oscena, divertente maleducazione della vita di tutti i giorni».

Di sicuro gli europei tollerano e probabilmente si godono una certa dose di violenza verbale reciproca che qui sarebbe inimmaginabile. Qui, si tollera la violenza fisica. Il tasso di criminalità calerebbe in modo drastico, penso, se gli americani la smettessero di dirsi «buona giornata» l’uno con l’altro. Quantomeno, fermerebbe me dal considerare l’utilizzo della violenza; quando la gente nei negozi e compagnia bella mi ordina di passare una buona giornata in modo così autoritario, vorrei uccidere, uccidere, uccidere!

Alzi la mano chi non avrebbe, poi, dato la nonna per partecipare al suo corso del secondo semestre intitolato Science Fiction and Fantasy Writing: la reading list comprende Jorge Luis Borges, Italo Calvino e Bruno Schulz e incorpora elementi di letteratura alla scrittura creativa, anche se la natura delle lezioni è soprattutto teorica. Lo scopo di Angela è di sfidare tutte le convinzioni sullo status del fantasy e della fantascienza nella letteratura. Lo fa tramite la decostruzione – eredità di Derrida – di opere famosissime e molto amate: per esempio, le fiabe dei fratelli Grimm che hanno ispirato il suo capolavoro La camera di sangue.

Considerato a ragione un capolavoro del fantastico, l’antologia La camera di sangue (The Bloody Chamber) è stato pubblicato in Italia da Feltrinelli per la prima volta nel 1984.

Un lavoro molto più stancante del mero workshop. A maggio, il semestre volge al terminee Angela è completamente esausta. Scalpita per tornare a casa, ma le chiedono di fermarsi per un altro mese in modo che i suoi studenti completino i loro portfolio. Così, Angela ha tutto il tempo di notare che, dopotutto, qualcosa le mancherà di questa maledetta America: l’architettura di Providence, le canzoni degli uccelli al mattino, ancora così poco familiari, la luce – e, soprattutto, i Coovers che organizzano per lei un party di addio prima di prendere l’aereo verso casa, il 28 giugno. I suoi studenti e i membri del dipartimento di Letteratura sono lì a salutarla, e come dono d’addio le presentano… un’ascia! 

Chissà se Angela ha apprezzato il dono d’addio… Secondo noi sì!!! 

Passano alcuni anni. Angela è diventata madre, ma neppure la recente nascita del figlio Alex ferma la sua wanderlust. Il 1984 la vede come scrittrice ospite alla University of Adelaide, in Australia, terra di cui si forma tutta un’altra impressione rispetto all’America: ama guardare i tramonti, i più «trionfanti e volgari in tutto il mondo», e ogni giorno, la passeggiata dal modesto alloggio che divide con Mark e il figlio, è come entrare nel mondo delle fiabe. Il ritorno a casa è particolarmente triste per la famiglia, che porta con sé la voglia di tornare e un parrocchetto chiamato Adelaide che girerà libero per casa, per il disappunto dei gatti Cocker e Ponce. 

Ma Angela ha ben poca requie: appena tornata a Londra, riceve un invito dallo scrittore anglo-pachistano Zulfikar Ghose, professore di Scrittura creativa alla University of Texas. «Ammiro la tua scrittura e vorrei raccomandarti» le dice: così Angela rompe di nuovo il suo giuramento, e con Mark e Alex al seguito parte nuovamente alla volta dell’amata-odiata America. 

Una visione dell’UT Tower, posta al centro del campus di Austin di ben ventisette piani: si tratta di uno dei simboli più riconoscibili dell’università e della città. © elisalou_designs

Ad accoglierla, un vasto campus fatto di edifici rosa e bianchi, in stile Beaux-Arts. Angela nota, con divertimento e un filo di disprezzo, che vengono lavati di continuo, fino a renderli «rosa e immacolati come il sedere di un neonato». Inizialmente di stampo profondamente conservatore, solo alla fine degli anni Settanta l’istituzione ha aperto le porte al cambiamento: non più solo professori maschi bianchi, ma anche insegnanti di colore e professoresse donne, molte di loro femministe (che però, nei primi mesi della sua permanenza, non fanno alcun tentativo di approcciare Angela, che si ritrova nuovamente isolata).

Anche i suoi studenti non sono numerosi: un corso di scrittura creativa per principianti, con circa venti studenti, e uno più avanzato con solo dieci alunni. Ogni martedì e giovedì incontra entrambe le classi per un’ora e mezza; per i principianti, come sempre mette da parte i workshop per dedicarsi alla teoria. Fiabe tradizionali, Calvino, i racconti di Anton Čhekhov vengono analizzati in ogni loro parte e usati come base per produrre qualcosa di proprio. Angela dà ai suoi studenti un consiglio antico ma sempre valido nei secoli dei secoli: «Sarebbe molto più facile per voi scrivere narrativa se ne leggeste un po’».

Seguite anche voi il consiglio di Angela se desiderate scrivere (bene)!

Come sempre coi suoi studenti americani, ha verso di loro ben poca stima. Ma non per questo si dedica meno alacremente al lavoro: passa ogni minuto libero in università (e il resto è dedicato alla sua famiglia). Ne ristente tanto la sua scrittura quanto la sua sanità mentale: «Sono stressata, stanca morta, depressa e NON HO TEMPO. Non mi diverto per nulla a stare qui» scrive alla sua editor. 

Eppure, continua a viaggiare di università in università, intervallando l’insegnamento all’estero a quello alla University of East Anglia. Non è solo una questione di soldi: le permette soprattutto di vedere il mondo. Nell’autunno del 1988, accetta un nuovo incarico alla New York State University ad Albany, sulle rive dell’Hudson. Stranamente, come scrive alla sua amica e critica Lorna Sage, Angela apprezza l’ambiente: «Roccia, e  acqua, e foresta». Ma come sempre ha degli appunti circa i suoi studenti: «Se l’obesità è segno di ricchezza nel Terzo mondo, nel Primo è segno di privazione». Ma le giovani menti che popolano il campus mancano di quell’arroganza che l’ha tanto irritata nei suoi studenti americani; ancor più volentieri si getta nel lavoro, dedicandosi non solo ai corsi all’università ma anche a “community workshop” gratuiti per chi non può permettersi di frequentare. A spaventarla, solo le femministe radicalizzate del dipartimento di Studi di genere. Ma per nascondersi ci sono sempre le sezioni dedicate ai film nella biblioteca, fonte inesauribile di ispirazione per quello che sarà il suo ultimo romanzo: Figlie sagge.

Nel 2016 Fazi ripubblica Figlie sagge di Angela Carter (titolo originale, Wise Children) con traduzione di Rossella Bernascone e Cristina Iuli e postfazione della scrittrice Valeria Parrella.

Solo quattro anni dopo questo periodo produttivo e pacifico, Angela Carter sarà stroncata da un tumore, appena cinquantaduenne. Se ne andrà, consapevole di essere amatissima dai suoi familiari e dagli amici leali che si prenderanno cura di lei fino alla fine, scrittrice di fama – e ancor più rinomata dopo la sua morte – e di aver giocato un ruolo nella vita di tanti giovani talenti, che in lei hanno trovato una mente acuta e una mano tesa. E che noi, genuinamente, invidiamo.

– Lucrezia 🐵

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