#JUSTREAD ✍️ – Recensione di “La notte dell’uccisione del maiale” di Magda Szabó 🔪 🐷 👩

La conoscerete, quella sensazione. Di quando siete per strada, magari in ritardo, col corpo in pilota automatico e la mente già a destinazione. State attenti quel tanto che basta a ciò che accade attorno, per evitare i pericoli immediati. Finché, casualità, lo sguardo non vi cade su un dettaglio, anche di poco conto; un piccione che sgambetta sull’asfalto, per esempio. Niente di strano, ma poi notate una macchina in retromarcia che, con snervante lentezza, si accosta al piccione. Centimetro dopo centimetro. Senza rendervene conto, rallentate e state a guardare. Avviene tutto così gradualmente che cogliete ogni sfumatura. Continuate a dirvi che da un momento all’altro il piccione si accorgerà del pericolo e spiccherà il volo, ma la stupida bestia non lo fa. Catturate l’esatto momento in cui le penne della coda finiscono sotto lo pneumatico (la coda, e il resto del corpo). Sono passati pochi secondi, ma vi è sembrata un’ora: per tutto il tempo, siete stati fermi a guardare. Impotenti ma ipnotizzati.

Ed ecco, in poche parole, cosa si prova leggendo La notte dell’uccisione del maiale.

In questo quarto romanzo di Magda Szabó (prolifica ed eclettica autrice ungherese deceduta nel 2007, che Edizioni Anfora ha portato in Italia un anno fa per la traduzione di Francesca Ciccariello), come già accennato altrove, mi è parso di ritrovare l’eco di The White Family di Maggie Gee (edito Edizioni Spartaco), di cui vi avevo già parlato tempo fa.

«A una nuova lettura divenne ormai chiaro che la prima reazione era sbagliata: io non avevo descritto l’ascesa in cielo della piccola nobiltà di campagna, l’esaltazione delle nobili famiglie di provincia, ma qualcosa di completamente diverso: l’opposto». Scritto nel 1960, il romanzo ha una storia critica complicata ed è stato spesso frainteso; potete saperne di più dalle parole dell’autrice nel saggio in coda al volume.

In entrambi i romanzi, sul palcoscenico c’è una complicata vicenda di famiglia, e sullo sfondo la ricerca della radice prima del male che la divora da dentro. Ma se in The White Family la speranza si vede chiara all’orizzonte arrivati all’ultima pagina, in La notte dell’uccisione del maiale è un fievole lumicino in una notte nero pantone.

Non è passato un mese da quando, in visita al cugino di mia madre […], ho visto un ritratto da ragazza della mia bisnonna, e mi sono stupita, perché lei vi sorrideva e stringeva dei fiori […]. Sono rimasta confusa, perché per me fino a quel momento era solo un’assassina […]. Allora, […] mi si è affacciata per la prima volta l’idea che magari il quadro non era solo quello che mi figuravo, lei non era solo un’assassina, ma anche una vittima. Cosa avevano fatto […] di questa ragazza capitata nella loro famiglia, affinché si dimenticasse di sorridere e lasciasse cadere i fiori?

In letteratura, molte storie prendono il via in un giorno speciale; molte meno coprono in circa duecentocinquanta pagine (edizione italiana) nemmeno due giornate.

Gli avvenimenti del romanzo accadono nella città di Debrecen, Ungheria dell’Est, dalle sei del pomeriggio del 15 dicembre alla sera del 16 dicembre 1955.

Così ci informa una nota introduttiva di Mónika Szilágyi, curatrice del volume e grande capo di Edizioni Anfora. L’uccisione del maiale: rito contadino ancora vivo negli anni Cinquanta, da celebrarsi nei mesi più freddi. L’intera famiglia vi assiste e vi prende parte, riunita attorno a un animale da più di un quintale di peso, acquistato e amorevolmente ingrassato per lo scopo.

L’attimo in cui il coltello affonda nella gola della vittima non sembra così diverso da quello in cui il piccione di cui sopra viene falciato dalla macchina; ma non arriveremo mai a vederlo (non propriamente, perlomeno). © Zsofia Mohos

La famiglia è riunita. Accostato ai Tóth (saponieri da generazioni) e ai Kémery (nobili decaduti e ridotti a guadagnarsi il pane come comuni cittadini in un’Ungheria comunista che rifiuta le antiche distinzioni), quest’aggettivo rivela presto tutta la sua ironia. Nonostante sulla carta i loro alberi genealogici si siano intrecciati grazie al matrimonio di János Tóth (imprevedibilmente sfuggito, con grande sacrificio dei suoi, al destino di saponiere per diventare maestro) e Paula Kémery, (che, ancor più incredibilmente, ha accettato di essere la moglie di quello stimato professionista), Tóth e Kémery sono come acqua e olio, due realtà che desiderano restare separate. Solo alla fine si scoprirà fino a che punto.

Ma siamo ancora all’inizio, alle sei di sera del 15 dicembre, e János Tóth è eccitato: i suoi apriranno un negozio nella piazza più bella di Debrecen, un angolo di paradiso nella sua infanzia passata in povertà. Certo, è dovuto venirlo a sapere leggendo un articolo di giornale, perché (da quando ha sposato Paula Kémery più di vent’anni prima) la sua famiglia di fatto non gli rivolge parola. Ma non importa, non importa. János si avventura comunque tra la neve fino alla sua vecchia casa in via dei Saponieri, dove c’era anche la bottega che portava il nome di suo padre. Una passeggiata lungo vie famigliari e sul filo dei ricordi, di un’amarezza quasi dolce, dall’odore di fiori, sterco e sapone.

Il desiderio della vecchia casa non viveva nel suo cuore con la stessa intensità. Continuava ad ardere da qualche parte dentro di lui, ma se Szalay era da lui, o zia Klárika, quel desiderio bruciava come il fuoco.

Uno scorcio di Debrecen, una ventina d’anni prima dello svolgersi della vicenda del romanzo. 

Al suo arrivo, tutto pare rimasto com’era una volta, anche il pozzo artesiano davanti casa, dove attingevano l’acqua; ed è lì che in contra Sára, la sua piccola Sára, la sorellina minore dagli occhi lucenti e la bocca pudica. Ma è una donna ingrigita quella che ricambia il suo sguardo, una che vede ogni cinque anni se va bene; frettolosa e distante, scambia con lui qualche parola prima di tornare dentro.

Eppure, non doveva tornarci, d’inverno, col gelo, attraverso la grande neve! Ma aveva visto quella pubblicazione sul giornale e si era precipitato, come se l’avessero chiamato. Come se anche lui…

Da questo primo, immenso rifiuto (immenso fraintendimento?) prenderanno il via le vicende; una storia in cui niente è quello che sembra, e la verità è custodita in tanti minuscoli dettagli, mezze frasi gettate qua e là, sguardi complici, strane coincidenze e capitali tradimenti.

A che stupidaggini pensa ogni tanto l’essere umano! Non aveva buttato via niente, fu la via dei Saponieri a respingerlo da se stessa.

Della trama non vi rivelo altro: sarebbe un’ingiustizia verso la sua autrice e verso la storia stessa: a un certo livello di lettura, siamo di fronte a una detective story. Nel turbinio di nomi, soprannomi, strade che piano piano impariamo a conoscere con precisione dagli occhi di chi narra, l’autrice dissemina sottili indizi che il lettore attento coglie e rimette insieme.

Scopriamo allora i retroscena della famiglia Tóth-Kémery, dei loro figli, amici, conoscenti; del passato che intreccia in maniere curiose e crudeli i destini dei personaggi che non hanno mai una sola faccia, che mutano come le fiammelle di una candela a seconda delle angolazioni, che ci vengono mostrati da una moltitudine di punti di vista.

Sono proprio i personaggi, frammenti di caleidoscopio legati dalla generale volontà di trovarsi altrove, a fungere da colonne di una narrazione essenzialmente intimista. Colonne dalle personalità solide ma multiformi: dal marmo, le loro vere fisionomie emergono, fisionomie distorte, grottesche.

Cosa sarebbe successo se a casa della nonna fosse stato possibile gettare via le tazze senza manici o proferire la parola: “No!”?

I peggiori crimini sono compiuti in famiglia: coniugi che si disprezzano a vicenda; genitori che provano repulsione per figli, o nonni per i nipoti, tanto danneggiarli irreparabilmente, soffocare in loro le ambizioni e persino la vita: abbondanti sono le sottotrame che si svelano ai nostri occhi, tanto da rendere a tratti la vicenda difficile da seguire. Proprio come se qualcuno ci stesse raccontando gli ultimi pettegolezzi su una famiglia che conosciamo di vista, ma che non è la nostra. E del resto, importanza capitale nella narrazione hanno le voci, il chiacchiericcio, e le sue potenzialità distruttive.

Il truculento rito è felice occasione di felice abbondanza e di socializzazione per la famiglia. © Peter S.

Il pettegolezzo è un’arma bianca (soprattutto perché in esso c’è una verità che vuole solo essere ascoltata) in una guerra silenziosa: quella sociale. Se la reputazione, la dignità, l’immagine fanno la caratura di un uomo come una volta la facevano il sangue e la ricchezza, allora, per mezzo della diceria, un uomo lo si può distruggere.

Se ognuno di noi rendesse pubblico quel che nasconde, dove andrebbe a finire il mondo!».

E gli uomini, figure tradizionalmente forti in letteratura, agli occhi della Szabó diventano fragili, codardi e manipolabili. Persino quando la loro natura è fondamentalmente buona non mancano di difetti; ma li si guarda quasi con simpatia, con tenerezza, o peggio: con pietà.

Le donne sono sfaccettate: a volte dure, a volte malvagie all’occorrenza, ma sempre creative nell’esserlo, piene di risorse. Pensano soprattutto alla propria sopravvivenza: tra le loro schiere c’è chi si fa sconfiggere nella vita terrena per vivere libera nella memoria altrui, chi protegge la sua famiglia con fierezza e silenzi, chi cova nel cuore crudeli egoismi e vendette corrosive, e chi ama infliggere dolore solo perché può.

Nella nostra famiglia non ebbe mai fortuna la leggenda per cui l’uomo è forte e la donna debole.

Spesso sono proprio gli uomini a essere abusati. In questo libro, a subire il trattamento solitamente associato con l’abuso di coppia – isolamento, demolizione dell’identità, meccanismi di dipendenza – sono spesso personaggi uomini; e le donne sono carnefici impenitenti.

«Perché lo desideri, Paula? […] Non ci renderà la vita più facile». «Per principio!» – disse Pólika, e iniziò a canticchiare. Per principio.

Non solo: anche qualità e sentimenti generalmente positivi – coraggio, caparbietà, bontà, devozione, nobiltà – vengono rimodellati, perdendo ogni connotazione benefica.

A Pólika piaceva se qualcuno strillava di dolore o dalla paura, perché lei stessa non faceva mai un fiato né per le botte né per un rabbuffo, nemmeno per qualcosa che la impauriva, e quando si scopriva qualche malefatta e ognuno riceveva la propria punizione nella stanza dei bambini, baciavano sempre lei prima di tutti, e la nonna diceva: «Questa qui è l’unica vera Kémery!».

E i sentimenti non sono mai tiepidi, ma sempre infernali: tanto nell’odio, quanto nell’amore.

L’appartenenza dei loro corpi era definitiva, quasi una disposizione biologica, ne prendevano atto e non provarono mai a ingannarsi, pensando il contrario.

È sfruttando questo gioco di ombre che il libro cattura e risucchia, dipanando una mappa di relazioni che a mano a mano si completa. E, benché niente di davvero spaventoso avvenga sotto i nostri occhi, l’orrore sale: è un’atmosfera, una sensazione, la sistematica demolizione di ogni speranza mentre tutto ciò che è puro quasi sempre si sporca, tutto ciò che è bello è anche falso, e tutto ciò che dovrebbe esserlo è anche velenoso. Gli assassini sono anche vittime, e le vittime assassini.

«Cosa sarebbe successo se una volta il maiale si fosse alzato correndo via, se la scodella con il sangue si fosse rovesciata e i coltelli avessero guizzato inutilmente?» © Zoltán Horlik

Anche noi, che siamo testimoni ipnotizzati e impotenti, vorremmo poter non vedere. E quando anche i personaggi raggiungono la consapevolezza, proviamo compassione per loro. Speriamo, come loro, senza speranza.

Ma no! No! L’avrebbe riaccolta interamente, con tutto il cuore e senza condizioni. Possibile che stava iniziando la vita solo in quel momento? Quella vera?

E fino alla fine, l’autrice ci indulge, prima di distruggere tutto.

«Te ne pentirai». […] “Sicuramente. Ma allora sarà troppo tardi per tornare indietro […]”.

La notte dell’uccisione del maiale è un libro su ciò che è sacro: l’amore, i legami, il lavoro, l’onestà, la fiducia, la vita e la morte. Ed è un libro dissacrante, perché ogni idolo verrà spogliato, lasciato nudo e aperto alla vista, rivelando oscurità e vuoto.

È un libro su ciò che è segreto; un segreto che incute timore, che vuole essere rivelato come avesse vita propria, che è sbattuto in faccia a noi e ai personaggi – personaggi che spesso scelgono di non vedere la verità che urla per farsi ascoltare persino dalle bocche dei loro cari – erodendo la sua prigione di silenzio e seminando disastro sul suo cammino. Disastro e cambiamenti irreversibili.

La sua giornata si era divisa in due, una parte prima di Iboly e un’altra dopo Iboly, ed era così difficile scavalcare il burrone tra le due parti[…].

È un libro sulla morte, e su come i morti camminino in mezzo a noi, si aggirano nei luoghi dove hanno vissuto e sui visi di chi è stato loro attorno.

Non sapeva come era stato suo padre, la madre se la poteva immaginare solo perché il viso di Veronka conservava i lineamenti della sposa nella foto del matrimonio. Sentiva suo nonno molto più vicino a lui dei genitori, nonostante non lo avesse mai visto. Che cosa strana, considerando che il nonno era morto sette anni prima della sua nascita. Forse era così perché viveva nella sua stanza […]. Lo spirito del nonno aleggiava tra i bei mobili stile biedermeier, fumava la pipa, faceva cenni col capo, rideva; il nonno era estremamente vivo […].

Un libro di paradossi, insomma. In cui due giornate sembrano durare una vita intera, eppure tutto si consuma in un solo attimo fatale, di tragica tristezza, lungo un’esistenza; in cui eros e thanatos si scambiano di ruolo, in cui il riscatto arriva nelle maniere più inaspettate.

Un’altra foto dell’autrice, tra le scrittrici ungheresi più lette al mondo.

Come veniamo a sapere dal bellissimo saggio in coda al volume tradotto da Vera Gheno, c’è tanto dalle personalità complessa della sua autrice in questa sua opera; tanto del suo vissuto, opportunamente rimodellato per mezzo dell’invenzione narrativa, e tanti dei suoi sentimenti di rivalsa verso chi ha ferito chi le era caro. Una passione che, leggendo, è più che evidente (e non necessariamente positiva, ma che rimane dentro a lungo). E spero di essere riuscita a trasmettervela, almeno un poco, questa passione.

Se la Letteratura (con l’iniziale maiuscola) deve ispirarci la voglia bruciante di vedere e il terrore di guardare, allora, Magda Szabó è Letteratura.

– Lucrezia 🐵

Titolo: La notte dell’uccisione del maiale

Autore: Magda Szabò

Casa editrice: Edizioni Anfora

Pagine: 288

Anno (Italia): 2018

ISBN: 9788889076408

Prezzo: 17,50 €

Ebook: //

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