#JUSTREAD ✍️ – Focus su “Pink Tank” di Serena Marchi 💪🏻 👩 🔥

Nel mondo la presenza delle donne in politica è sempre più una realtà consolidata. Angela Merkel, premier tedesca. Theresa May, fino a qualche mese fa primo ministro del Regno Unito. Christine Lagarde e Ursula Von Der Leyen, rispettivamente presidente della Banca centrale europea e presidente della Commissione europea. Kolinda Grabar-Kitarović, presidente della Croazia. Zuzana Čaputovŕ, presidente della Slovacchia. Nicola Sturgeon, premier della Scozia. Erna Solberg, primo ministro norvegese. Jacinda Ardern, premier della Nuova Zelanda.

L’elenco continuerebbe ancora con donne a capo di Paesi africani e sudamericani, donne leader di movimenti e partiti negli Stati Uniti. In Italia, ancora nulla. Per ora. Chissà cosa ne pensano, a riguardo, le politiche italiane.

Con questa premessa si apre Pink Tank, un serbatoio al femminile riunito da Serena Marchi per Fandango Libri, risultato in una breve pubblicazione uscita lo scorso 26 settembre. Un gioco di parole con “think tank”, letteralmente un gruppo di menti che, indipendentemente dalle forze politiche, si riuniscono per occuparsi di questioni pubbliche. Ma anche un carrarmato rosa, una forza pronta a spianarsi una strada in un Paese che, ancora, non sembra essere per donne. O potrebbe esserlo molto di più.

La giornalista e scrittrice Serena Marchi, autrice di Pink Tank e di altri (controversi e necessari) titoli Fandango. © serenamarchi.it

Compongono il volumetto diciotto interviste; ogni capitolo, una voce diversa per età, percorso personale, retroterra politico, schieramenti e ideologie. Nomi noti anche al pubblico di profani: Livia Turco, Emma Bonino, Anna Finocchiaro, Giorgia Meloni, Irene Pivetti, Monica Cirinnà, Cécile Kyenge, Laura Boldrini, Mara Carfagna, Daniela Santanchè, Marianna Madia (e del perché della loro notorietà ne riparleremo più avanti); ma anche figure meno sotto i riflettori: Rosa Menga, Elisabetta Gardini, Mariapia Garavaglia, Emanuela Baio, Luciana Castellina, Elly Schlein, Paola Binetti.

Le donne più belle della politica italiana: questo il titolo di un’agghiacciante selezione tra le politicanti più avvenenti d’Italia pubblicata da Panorama. E firmata (terribile!) da una donna. 

Pilastri e nuove leve del nostro panorama di destra e di sinistra hanno accolto Serena Marchi nelle loro case, o nei loro uffici; l’hanno aspettata in hotel o a un convegno tra un impegno e l’altro; hanno parlato con lei al telefono: per raccontarsi e raccontarci l’Italia di ieri e di oggi. E se a prima vista sembrerebbe un tentativo di mischiare acqua e olio, impossibile non notare delle inaspettate eco nelle loro risposte, tanto su argomenti più prettamente privati quanto su temi scottanti di più vasta scala.

Nel brevissimo capitolo-prologo intitolato L’ordine, l’autrice invita a fare un gioco: coprire il nome delle protagoniste e stare a sentire senza pregiudizi quanto hanno da dire. Nel libro, è una sfida che si rivela difficile (per forza di cose, nel corso delle interviste si fanno nomi e cognomi), ma qui proveremo a fare proprio questo: volutamente non riporterò chi dice cosa. Voi lasciatevi stupire.

I colloqui si aprono proprio con l’autoritratto di ciascuna intervistata: ne risultano interessanti excursus, curiosità e aneddoti su personalità che è per la maggior parte difficile immaginare bambine, mentre accompagnano da sole il fratellino dal dentista perché i genitori sono occupati o da giovanissime ragazze che vanno alla scuola cattolica, pur da atee, solo per potersi impegnare nella lotta di partito. In questi brevi racconti di vita c’è anche questo.

We Can Do It! è un manifesto statunitense di propaganda della Seconda guerra mondiale, usato poi per promuovere il femminismo a decenni dalla conclusione del conflitto. Nel 2010 venne reinventato per celebrare il primo ministro donna in Australia.

Ma forse, al disotto, c’è una domanda più sottile e obliqua: esiste una ricetta per creare una buona donna politica?

Sono la prima di cinque figli, la più grande, la maggiore. Abitavamo in campagna. Mio padre era un avvocato, mia madre un’insegnante. Uno dei miei fratelli era disabile. La nostra era una famiglia armoniosa nei limiti di quello che si poteva fare con una presenza problematica come quella di mio fratello. Io dovevo aiutare la mamma in casa, nelle faccende domestiche. Mi ricordo di essere stata una bambina molto responsabile ma, allo stesso tempo, già con un fortissimo senso di giustizia.


Sono stata una bambina molto felice, in una famiglia numerosa, con una mamma e una nonna presenti, affettuose e calde. Un papà invece sempre in giro per lavoro, ma quando c’era, era comprensivo e buono. Forse perché doveva farsi perdonare le lunghe e infinite assenze. Sono la prima di tre figli, la più grande. Dovevo essere per forza quella più brava e più responsabile.


Sono sempre stata brava a scuola. È brutto da dire, ma ho perso presto l’abitudine di giocare per lasciare spazio ai libri. Avevo voglia di imparare a leggere, tant’è che chiesi io esplicitamente ai miei genitori di finire la scuola materna un anno prima per iniziare le elementari a cinque anni. Nel frattempo, avevo imparato da sola l’alfabeto. Mi affascinava il mondo degli adulti e avevo fretta di crescere.


Ero una bambina molto seria, forse un po’ troppo ombrosa ma non ho mai creato particolari problemi. Sono sempre stata molto brava a scuola perché ero – e sono ancora – molto responsabile. Sognavo di fare la cantante.


Sono stata una bambina ribelle, assolutamente anticonformista, con poche idee ma molto chiare”, mi racconta […]. “Sono sempre stata molto determinata. A differenza degli altri bambini, non avevo né sogni nel cassetto né la minima idea di cosa volessi fare da grande. Una cosa però mi era chiarissima: non volevo essere un numero, una tra tante. Sì, insomma, ero molto peggio di quanto sia ora mio figlio”, scherza, “con lui, devo ammettere, sono stata molto fortunata.”


“Sono stata una bambina terribile”, mi racconta […]. “Mia madre ha sempre detto che avevo un pessimo carattere. Sono sicura che, grazie a me, si sia guadagnata un posto in Paradiso. Ero molto determinata, molto lineare, come adesso, e molto curiosa. Volevo, volevo e volevo. Io pretendevo le cose.


Non mi piace parlare della mia infanzia e, prima di oggi, l’ho fatto in pochissime altre occasioni. […] Avevo pochi giorni. Ero nella culla e un conoscente che era venuto a farci visita, mi trovò senza respiro, cianotica. Mi portarono subito in ospedale. […] Il mio accertamento fu affidato a un infermiere. Per lui ero morta. […] Passò per caso il medico che mi fece nascere. […] Ordinò agli infermieri di riportarmi in reparto. Voleva provare il tutto e per tutto. Mi attaccarono delle flebo e il dottore chiese di aspettare almeno ventiquattro ore per vedere se succedesse qualcosa. Dopo un po’ iniziai a piangere. Non ero morta. Se non fosse stato per lui, mi avrebbero seppellito ancora viva. Ecco, a me piace pensare che la mia storia inizi da lì, che il perché di tutta la mia vita stia in quell’episodio.


Le chiedo di raccontarmi di lei bambina e della sua entrata in politica. […] mi ferma, irritata: “No, no, ti prego, l’ho già detto migliaia di volte. Ho la nausea a forza di ascoltarmi raccontare di me e della mia famiglia. Vai a leggertelo da qualche parte.

Bambine giudiziose, responsabili, serie, curiose. Che si sono avvicinate alla politica nei modi più svariati ma in linea generale sostenute da una forte consapevolezza dell’ingiustizia attorno a loro.

Papà era una persona bella, apprezzata. Da lui ho imparato il grande senso di dignità del lavoro. Ma alla fine della terza media, pur essendo brava, studiosa, con voti altissimi, mi disse: “[…], adesso ti devi cercare un lavoro”. Rimasi di stucco. Gli risposi che io volevo continuare a studiare. Lui si giustificò: “Eh, ma sei la più grande in famiglia. Facciamo già tanti sacrifici, fatichiamo ad arrivare alla fine del mese. Che dobbiamo fare? Ci devi aiutare perché non ce la facciamo”. Sapevo che la sua non era cattiveria ma un oggettivo stato di necessità. Me lo diceva a malincuore. In quel momento, in me, è scattato qualcosa. Provai un profondo senso di ingiustizia sociale, direttamente sulla mia pelle. Lo toccavo con mano.


La mia storia politica inizia davvero quando ero molto piccola. Dai muri di casa traspirava l’idea di poter e dover lottare, lavorare, studiare e impegnarsi per il bene di tutti, non soltanto per se stessi. Forte di questa tradizione e di essere cresciuta in questo clima, a quattordici anni, al Ginnasio, partecipai, come mia prima manifestazione, alla protesta dei giovani comunisti contro l’invasione della Cecoslovacchia.


Ho approcciato la politica quando ho deciso di farla. Mi sono iscritta all’allora Fronte della Gioventù a quindici anni, quando, guardando in televisione le immagini della strage di via D’Amelio dove vennero uccisi il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, ho pensato fosse giunto il momento di fare qualcosa in prima persona.


[…] io e mia sorella, a otto anni, organizzammo il primo ‘sciopero’ in casa. I miei fratelli erano esentati dai lavori domestici. Io e lei, in quanto femmine, no. A noi non sembrava giusto, perché andavamo tutti a scuola e avevamo tutti gli stessi impegni. Decidemmo di incrociare le braccia e di non aiutare più. Dopo qualche settimana di caos, mio padre e mia madre ci chiesero: “Ma voi due cosa volete?”, e noi rispondemmo che volevamo la collaborazione di tutti perché non c’erano motivi validi per i quali i maschi potevano stare a giocare tra di loro e noi invece dovevamo lavorare in casa. Ci accordammo e istituimmo i turni su tutti e cinque. Che era un’altra cosa. Per me quello fu un momento importante. Anche se ero una ragazzina, capii che se si credeva in qualcosa, lottando si potevano ottenere risultati e cambiare le cose.

La volontà di cambiare le cose in prima persona. E per far questo, una qualità è di fondamentale importanza: la determinazione. Perché per entrare un in un ambiente soprattutto maschile di molta caparbietà hanno avuto bisogno. Soprattutto chi, tanti anni fa, ha spalancato le porte.

Quando ero giovane, se una donna voleva fare politica doveva diventare un maschio. Negli anni Cinquanta pensavamo che l’emancipazione fosse questa. Noi ragazze ci travestivamo da uomini. E non mi vergogno di dire che anche noi pensavamo che le donne fossero più deboli, un po’ più sceme, insomma, un genere inferiore. Nella nostra testa per fare qualsiasi cosa, ma in particolare politica, bisognava sembrare il più possibile un uomo. Io mi sarei anche amputata le tette, pur di non far capire che ero una donna.

Se non tutte giungono a certi estremi, nella quasi totalità delle interviste emerge la stessa difficoltà, il medesimo disagio: farsi largo in un campo ancora (e particolarmente) piagato dai pregiudizi.

Ho conquistato la stima dei miei colleghi con lealtà, rispetto delle regole e soprattutto con il mio ruolo nelle istituzioni. Poi, nel frattempo, andavo invecchiando. E questa è stata una grande, grande conquista. L’età depura i rapporti maschio-femmina, li fluidifica e li rende decisamente più semplici.


[…] ha ben chiaro come impostare il rapporto con i colleghi maschi: “Li ho sempre tenuti a debita distanza. È facile farsi fare il complimento, la battutina. Io sono sempre apparsa a tutti fredda, imbronciata, con un cattivo carattere. In realtà è stata un’arma di difesa che avevo deciso di utilizzare. Tenendoli lontani, non ho permesso a nessuno di entrare in confidenza. Non ho prestato il fianco ai commenti come ‘sei troppo alta’, ‘sei troppo riccia’, ‘sei troppo magra’. Sulle confidenze c’è sempre qualcuno che ci marcia sopra. Per evitare i cretini poi, ho usato uno stratagemma che mi è tornato spesso utile nella vita: i tacchi alti. Mettono soggezione, soprattutto se si pensa che sono già alta 1.80 di mio”.

Ed emergono problematiche comuni a qualunque lavoratrice donna: l’ardua impresa di creare un equilibrio tra la vita lavorativa e quella privata, in una società che chiede (per tradizione, anche se qualcosa comincia a cambiare) molti più sacrifici alla donna-madre che non all’uomo-padre.

Quando sono diventata ministra, la mia vita sociale è finita. Ancora oggi la mia quotidianità non è quella di tutti voi. Non sono più andata in pizzeria. Ho iniziato ad avere la scorta e ho finito di vivere. Per fortuna le mie due figlie erano già cresciute. Stavano finendo le scuole superiori ed è stato comunque difficile, per loro. Io non ero mai a casa, c’era solo il loro papà. Non è stato semplice non piangere. Non è stato neppure semplice farmi piacere la mia nuova quotidianità. Ma se tornassi indietro, rifarei tutto anche se, da quel momento in poi, la mia famiglia è cambiata totalmente. La mia primogenita vive a Londra dove fa la cantante, l’altra vive a Roma. Mio marito vive a Modena e io vivo a Bruxelles. Ci troviamo per le feste. Ma io sono così: quando credo in una cosa non la lascio, anche se sconvolge tutto.


Capii fin da subito che non avrei mai avuto un figlio mio. E questa è l’unica cosa a cui ho rinunciato. Ma, per onestà, devo dire che non è stata affatto una scelta dolorosa. Se tornassi indietro, rifarei tutto.


Non ho avuto tempo per me perché, quel poco che mi restava, l’ho dedicato alle mie figlie. Mi sentivo sempre in colpa, sempre in debito. Sentivo che mi stavo perdendo qualcosa quindi, appena potevo, mi dedicavo a loro. Noi donne siamo impregnate di sensi di colpa, gli uomini non sanno nemmeno cosa siano. Beati loro.

Quando poi si finisce sotto i riflettori, ecco che si presenta un ulteriore problema: il rapporto con l’opinione pubblica, dove, purtroppo e in maniera più o meno sottile, a farla da padrone è una ragnatela patriarcale dove è facile restare impigliate.

Quando ho deciso di candidarmi, ho notato subito la differenza che c’è tra il trattamento riservato ai maschi e alle femmine. Se non fossi stata donna molte cose sarebbero state diverse. Credo di aver ricevuto un’attenzione, soprattutto da parte dei media che, fossi stata un uomo, non avrei mai ottenuto. E sono attenzioni non sempre positive, per l’immagine e la credibilità di una persona. È stato molto faticoso far emergere quello che c’è dentro di me. Non tanto per le difficoltà incontrate con i colleghi. No, ho avuto problemi soprattutto con l’opinione pubblica che ha puntato i riflettori solo sul mio aspetto esteriore. La mia sfida è stata quella di dimostrare di essere brava e competente e ce la sto mettendo tutta. C’è ancora però chi si limita a valutare le persone dall’aspetto o dalle scelte che hanno fatto da giovani. La cosa più difficile per una donna che sceglie di fare politica è farsi giudicare in quanto “figura politica” più che in quanto donna.


La politica dell’uomo solo al comando, del capo, dell’apparire, degli stereotipi sul femminile non è un’invenzione recente. Viene da Berlusconi. Dobbiamo ringraziare lui, che ha operato una vera e propria banalizzazione della libertà di noi donne. Con quella triade bellezza-sesso-potere ha legittimato il pensiero che tu puoi fare carriera solo se sei legata a un capo.

Il famoso “per arrivare lì deve averla data a qualcuno”. Ed ecco che torniamo all’inizio, al motivo per cui certi nomi sono così noti nelle lande desolate dei social da bar, fomentati dagli stessi media.

Nonostante il femminismo e i grandi cambiamenti degli ultimi decenni, permane la retorica della famiglia, della divisione dei ruoli e questo pesa nella possibilità di fare politica e nel valore che le donne stesse le danno. Incide nel modo in cui gli uomini vedono le donne. È vero che è cambiata l’immagine femminile, anche quella trasmessa dai media. Ora passa quella della donna libera di scegliere. Certo, ma cosa? Se si sfogliano le riviste patinate è descritta come “la moglie di…” che è bella, ha un bel corpo, che ha un figlio. Insomma, stereotipi.


Inoltre, non dimentichiamoci che non deve essere troppo bella ma nemmeno brutta, né troppo giovane né vecchia, non troppo affascinante ma nemmeno sciatta. Una donna non va mai bene per il semplice fatto che è donna. L’aspetto fisico è sempre oggetto di attacco e sessismo. Il corpo della donna è imprescindibile dalla sua valutazione come persona. C’è o no ancora tanta strada da fare?

E così abbiamo la “bella” Carfagna, “la pitonessa” Santanchè, le invettive rivolte alla Boldrini, le accuse di essere troppo fredda e maschile alla Pivetti e alla Bonino. Fighe, cesse o frigide puttane, non sembra esserci modo di far contenta una platea sempre pronta a ricorrere al sessismo quando mancano argomenti per formulare un dissenso ragionato.

E questo è sessismo, un altro brutto difetto della nostra epoca. Perché è vero che viviamo impregnati in una cultura machista invasata di cattolicesimo bigotto ma viviamo anche in un contesto di sessismo fortissimo. Basta osservare quello che accade sui canali social delle donne leader. I profili di Laura Boldrini, di Maria Elena Boschi, di Giorgia Meloni e anche il mio sono pieni di insulti di bassissimo livello. Agli uomini non li fanno. A un uomo nessuno rivolgerebbe mai insulti sessisti e violenti. Erano belli Andreotti, Fanfani o Craxi? Se facciamo un mix di maschilismo, machismo, bigottismo, cattolicesimo, sessismo e bullismo ne esce una ragnatela micidiale nella quale ogni donna rischia di rimanere intrappolata. Come si sopravvive?

Già. Come si sopravvive?

Ignorando. Fregandosene, facendosi rimbalzare tutto addosso. La mia difesa è sempre stata quella.

Oppure, c’è chi sceglie di prendere in mano la situazione.

Ho molti processi in corso, perché ho denunciato tutti quelli che hanno inventato menzogne o mi hanno minacciato. […] Ma la domanda che faccio è questa: se io fossi stata un uomo, mi sarebbe stato riservato questo trattamento? La risposta è no. Ma siccome sono donna, parlo chiaro, non mi nascondo, e non ho alle spalle un partito politico che mi difenda, era facile fare di me un capro espiatorio. Solo che, col passare degli anni, tutto questo odio, alimentato da fake news e falsità, in qualche modo gli si sta ritorcendo contro. Le persone che si riconoscono nei miei valori mi incoraggiano a non cedere e ad andare avanti, mi rivolgono gesti di solidarietà. Il loro odio ha creato paradossalmente molta simpatia e stima. Volevano distruggermi, stanno ottenendo l’effetto contrario. […] Perché non ho mollato? Perché penso che ognuno di noi abbia una responsabilità. Io ho quella di portare avanti queste battaglie. Lo faccio anche in nome e per conto delle tante donne che subiscono la mia stessa sorte ma sono meno visibili e non hanno voce. Lo faccio per mia figlia e per tutte le figlie d’Italia che meritano rispetto, meritano di vivere in un paese dove le ragazze siano considerate persone con gli stessi diritti dei ragazzi. Lo faccio perché, se nessuno lo fa, ci rimettiamo tutti. Questo è il mio modo di fare politica.

Le intervistate sembrano essere tutte d’accordo su questo punto: la politica è un campo di battaglia, un campo fatto di rapporti di potere. Non a caso, il sottotitolo del libro è proprio Donne al potere – Potere alle donne. E il potere si cerca di guadagnarlo in tanti modi differenti. Per esempio promuovendo la diffusione di un linguaggio di genere che normalizzi la presenza delle donne in aree della vita dove è ancora difficile figurarsi un impegno femminile (un tema su cui non tutte concordano).

Pink Tank è anche il nome alternativo di un monumento praghese per commemorare l’arrivo dei primi carrarmati che liberarono la città dall’occupazione tedesca: nel 1991 lo scultore David Černý lo dipinse di rosa; una seconda mano fu data dai parlamentari, in segno di protesta per l’arresto dell’artista.

Ma anche quelli che potrebbero sembrare dei semplici passi avanti fanno presto a cadere preda del benaltrismo (mi viene in mente il caso degli assorbenti ancora considerati beni di lusso, una lotta che sembra oltraggioso sostenere di fronte a guai ben più grossi; eppure, una problematica con cui si fa i conti ogni mese).

Ci sono delle deputate che sono riluttanti a occuparsi di questioni di genere. Temono di perdere credibilità agli occhi dei maschi. Le vedo, sono completamente condizionate da come vengono percepite dai colleghi. Questo impedisce loro di occuparsi dell’avanzamento delle donne. Sono vittime del patriarcato che recita: “Se si è sempre fatto così vuol dire che è giusto che sia l’uomo a guidare”.

Una soluzione a questa egemonia ereditata dalla Storia è quella delle quote di genere, o quote rosa: per citare la Treccani, «provvedimento (in genere temporaneo) teso a equilibrare la presenza di uomini e donne nelle sedi decisionali (consigli di amministrazione, sedi istituzionali elettive e così via) effettuato introducendo obbligatoriamente un certo numero di presenze femminili».

Quote rosa: diritto, necessità o vergogna? Ne parlano le protagoniste di Pink Tank.

Le quote di genere sono il secondo macro-argomento su cui vertono le interviste; le opinioni in merito sono differenti. Per alcune sono una misura necessaria per sfondare il muro di vetro che tiene le donne fuori dalle stanze del potere.

In un Paese come l’Italia sono stra-favorevole perché servono per far eleggere un numero minimo di donne, in modo obbligatorio. Se non ci fossero le quote rosa sono convinta che non ci sarebbe questa rappresentanza femminile in politica. Sono indispensabili per cambiare la cultura.


Ecco perché sono favorevole alle quote rosa. Perché senza un percorso questi diritti, queste uguaglianze, queste opportunità non vengono considerate normalità. In politica poi ancora meno perché ha una base strutturale maschile, violenta. Bisogna essere preparate, avere la forza psicologica per resistere a un mondo molto maschilista.

Secondo altre sono un affronto alla meritocrazia, una soluzione pigra per un cambiamento che va apportato con la lotta sul campo.

Senza bisogno delle quote rosa, arrivammo a occupare il 30% del Parlamento. Il nostro motto era: “Dalle donne la forza delle donne”. Fu un meraviglioso gioco di squadra. Perché le donne se vogliono cambiano i tempi.


Sono contraria alle quote rosa perché non posso immaginare una società per quote. Tot neri, tot bianchi, tot donne, tot handicappati, tot anziani. E magari le sottocategorie come tot neri gay, tot donne nere. Non è proprio il mio mondo. Capisco, però, che ci siano situazioni in cui uno scossone e una legge forte, come quella delle quote rosa, servano per rompere la tradizione. Comprendo le quote in Afghanistan. In Italia no. Perché il fine non giustifica i mezzi. Sono i mezzi che prefigurano il fine. Un mezzo per quote mi anticipa una società per quote.


Certo, è sicuramente più difficile lottare per la meritocrazia che proporre le quote rosa.


Potremmo avere tutte le quote rosa che vogliamo nei partiti ma se non si modifica la società rimarremo sempre al palo. Io credo sia questa la vera rivoluzione da fare ma dobbiamo crederci prima di tutti noi perché gli uomini non ce lo concederanno mai.

Per alcune, non bastano.

Le quote rosa, in politica, non bastano perché non è una questione di numeri, è questione di cambiare l’organizzazione della società. Certo, un maggior numero di donne va bene, nei posti di prestigio, anche solo per valore simbolico. Magari ci si accorge che pure loro, poverette, sono capaci.

Per altre ancora, invece, sono un male necessario.

Nessuna donna può dirsi favorevole alle quote di genere. Nessuna donna può amare l’idea di essere in un luogo o di ricoprire un incarico in virtù di un posto a lei riservato e non per i suoi meriti personali. È però assodato che, in alcuni contesti, le quote sono necessarie per promuovere le pari opportunità.


Mi piacerebbe pensare che le quote rosa siano un incentivo momentaneo per cambiare la società ma sarei più contenta se non ce ne fosse bisogno. E anche sulle caratteristiche e le doti che una donna o un uomo devono avere in politica, non mi piace generalizzare. Credo sia tutto molto soggettivo.

Un mezzo per entrare, ma non il fine, che è quello di dimostrare qualità che prescindono dall’essere donna o uomo: quelle che fanno un buon leader. E con questo si torna alla domanda iniziale, che è anche il terzo e ultimo macro-punto di tutte le interviste: cosa significa essere un leader? E cosa significa essere un leader al femminile nell’Italia di oggi?

Le risposte sono differenti.

Chi sa esercitare carisma, parlando alla testa e al cuore della gente. Un leader ha un suo pensiero e una relazione forte con le persone. Le coinvolge. Non è solo competente e bravo. È empatico, si mette in sintonia con gli altri, riesce a farli sognare, a dare una prospettiva.


Ricorderò sempre le parole che mi disse Nelson Mandela nei due incontri che ebbi la fortuna di fare con lui: “La qualità di un leader si vede da chi si mette attorno. Se è un mediocre si sceglierà dei mediocri, perché ha paura di essere messo in ombra da chiunque ne sappia di più di lui. Se è un vero leader, non teme confronti”.


Ho imparato una cosa dagli animali, dai lupi in particolare: il capo trova la sua forza nel branco. Ne è il leader perché il gruppo è la sua potenza. Da solo un lupo è un randagio destinato a morire. Io mi sento leader nei limiti in cui so che c’è una comunità che mi riconosce come tale. Io do a loro e loro mi ricambiano.


Non so dire bene quali siano le caratteristiche di un leader. Sicuramente non si calano dall’alto. Le vere leadership possono uscire solo dal basso. Nessuno può imporre un capo, nessuno può autoimporsi e nessuno si può autonominare. Sei leader quando la gente ti segue. E perché la gente ti segua, ci sono due possibilità: o ti stimano o hanno paura di te. Se hanno paura di te però non sei un leader. Sei un tiranno.

Se c’è chi pensa che le caratteristiche considerate prettamente femminili siano la chiave per una leadership diversa – molto lontana dai one-man show che da anni caratterizzano la nostra politica – c’è chi dice che le donne non hanno bisogno di diventare delle leader, che riescano a esprimersi in contesti diversi, come i grandi movimenti paralleli a quelli di partito.

Il sesso fa la sua parte nell’essere un leader?

C’è invece chi crede che la leadership dipenda da qualità soggettive, a prescindere dal sesso.

Per essere un buon leader servono delle caratteristiche unisex, perché nella leadership il genere non fa differenza. Serve un forte senso di comunità e la capacità, non scontata, di aver ben chiaro che non si lavora per se stessi ma per gli altri. Sono gli altri che ti scelgono. Bisogna capire che sei un leader se gli altri ti rispettano. Il rispetto va conquistato all’interno della propria comunità, del proprio gruppo, di un partito o di una società. Il leader deve essere in grado di far innamorare la gente di un’idea, di riuscire a far sognare le persone, deve avere la consapevolezza di mettersi sempre a disposizione e di rispondere alle esigenze del proprio gruppo. Se non lo fa, non va lontano. Deve saper trascinare. E poi serve capacità di apertura a tutte le realtà.

Ma la quasi totalità concorda che, nonostante dei segnali di apertura, siamo ancora molto lontani (in quanto Italia, in quanto mondo) da una realtà veramente paritaria in questo senso.

Ne abbiamo visti di leader che, appena qualcuno del suo staff emergeva un po’, impugnava la pistola e sparava alle gambe. Il buon leader ne fa crescere altri e questo è l’unico modo per creare una vera squadra. Non abbiamo bisogno di una leadership unica ma di una squadra forte, formata da tanti.

È anche vero che…

Nel nostro Paese non è una questione di leadership ma di potere. E il potere genera una grande dipendenza: chi ce l’ha non lo molla. Quindi bisogna strapparglielo, più o meno violentemente. Ed è qui, a mio avviso, che oggi noi donne non ci siamo. Per anni, se non addirittura decenni, il mondo femminile ha sempre visto il potere come una cosa brutta, negativa, da evitare. Un grande errore strategico, perché non è né brutto né bello. Dipende da come si usa.

E dopo tutto questo, che cos’è, in definitiva, Pink Tank?

Il libro di Serena Marchi è un affresco. Strutturato in modo da concedere eguale spazio alle tre grandi questioni sollevate, aiuta a fare confronti, a farsi un’idea dello stato delle cose dal punto di vista di chi, negli ambienti sdoganati eppure paradossalmente irraggiungibili della politica, ci vive dentro. È un modo per farsene di proprie, di idee, pure se il pensiero di chi legge non coincide in maniera esatta con nessuna delle interpellate; ed è un mezzo per aprirsi, per quanto a senso unico, a donne che forse crediamo lontanissime da noi. E se alla fine le differenze rimangono, è lo sforzo che conta.

Non è un libro che offre soluzioni, né un giudizio critico. Chi vorrà sfogliarlo ci troverà opinioni ben poco condivisibili, uscite che paiono paradossali in un’opera concepita nello spirito di accettazione e dialogo. Ci troverà concetti identici che, formulati da voci diverse, fanno tutto un altro effetto a seconda di chi parla. Ci troverà persino un tocco di propaganda. Deformazione professionale, probabilmente.

È un libro perfetto? No. Pur tenendo conto delle circostanze e plaudendo l’impresa dell’autrice nel reperire voci così illustri e magari ben poco inclini ad amare sorprese, di rischi se ne corrono pochi. Si poteva prendere un approccio ben più… bastardo, porre domande ben più ardue, che mettessero più in difficoltà le intervistate, chiedere soluzioni piuttosto che predizioni. Ma è anche vero che non è questo lo scopo.

Partecipare al gruppo di lettura su Pink Tank è stata un’esperienza illuminante, che ci ha aiutato ad esplorare il libro nelle sue diverse sfaccettature.

Se il libro vuole essere un’esperienza condivisa, neanche noi abbiamo affrontato totalmente in solitaria l’esperienza di lettura. Anna Negri e Giusi Dell’Abadia (su Instagram rispettivamente @riverberodiparole e @libridimarmo) hanno riunito la loro personale squadra (una tank, anche se non pink) per riflettere insieme su quanto stavamo assimilando. Ne è risultata una coralità vera, un confronto che, tra le intervistate e nella vita reale, in Italia (e altrove) manca.

E, allora, un consiglio che mi permetto di dare alle protagoniste di Pink Tank: leggete le interviste delle altre. Potrebbe essere un primo passo per voi, come per noi.

– Lucrezia 🐵

Titolo: Pink Tank

Autore: Serena Marchi

Casa editrice: Fandango Libri

Pagine: 204

Anno (Italia): 2019

ISBN: 9788860446305

Prezzo: 16,00 €

Ebook: 9,99 €

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