#MARTEDÌCLASSICI ✍️ – #Omicidiclassici: Marie de Brinvilliers, l’avvelenatrice 💍🥂☠️

Chiuso il capitolo Mary Rogers, per questo #MARTEDÌCLASSICI ospitiamo nientemeno che colei che ha coniato il nome di questo ciclo bimestrale di appuntamenti dedicati a fatti di cronaca resi immortali dai grandi della letteratura: Federica Leonardi (alias the_ghostly_reader), che ci narrerà le sfortunate avventure di Marie-Madeleine de Brinvilliers, affascinante figura vissuta ai tempi del Re Sole. Le lasciamo la parola e vi auguriamo buona lettura!


Di statura minuta, ma di forme perfette, il volto tondo dotato di un’incantevole leggiadria; le sue fattezze, tanto più regolari in quanto non erano scalfite dalle emozioni, sembravano quelle di una statua che, per un potere magico, avesse momentaneamente ricevuto la vita.

Così Dumas padre descrive Marie-Madeleine de Brinvilliers nel suo L’avvelenatrice. Eppure non c’è leggiadria né grazia nel ritratto eseguito da Charles Le Brun, che la tratteggia mentre si reca al patibolo, infagottata in abiti che non le appartengono, il volto tumefatto per le torture subite, lo sguardo sofferente e terrorizzato per ciò che l’attende.

Marie-Madeleine de Brinvilliers ritratta appena prima della sua esecuzione da Charles le Brun, pittore alla corte del Re Sole.

Il processo a Marie-Madeleine de Brinvilliers fu solo il primo di una serie di procedimenti a carico di membri della nobiltà e dell’alta borghesia che sconvolse la Francia per dieci lunghi anni, e che culminò con la condanna a morte di un’altra celebre avvelenatrice: La Voisin.

Catherine Deshayes, vedova Montvoisin meglio nota come La Voisin, è esperta di veleni, pozioni e organizza messe nere per i suoi facoltosi clienti (tra cui la celebre Madame de Montespan, amante del Re Sole). Rimane coinvolta nel cosiddetto “affare dei veleni”, scandalo che porta alla condanna di numerosi aristocratici vicini al sovrano. 

Primogenita di cinque figli, Marie-Madeleine nasce il 6 luglio 1630 nella casa di Antoine Dreux d’Aubray, luogotenente civile di Parigi noto per la ferrea disciplina che imponeva indifferentemente ai suoi uomini e famigliari.

Marie, che viene stuprata all’età di sette anni e qualche anno dopo diventa la concubina dei fratelli, impara ben presto l’arte della dissimulazione, nascondendo dietro una patina di alterigia e compostezza uno spirito acceso e passionale.

A ventuno anni viene data in sposa al marchese de Brinvilliers, Antoine Gobelin. Antoine è un uomo piacevole ma poco interessato alla moglie e più avvezzo al gioco d’azzardo e al sesso extraconiugale.

Le continue infedeltà del marito, tuttavia, non crucciano più di tanto la marchesa che trova in breve di che confortarsi. La sua avvenenza, unita alla più totale assenza di scrupoli, la portano ad allacciare molteplici relazioni con gli uomini che transitano per la sua abitazione. Tra i suoi amanti si annoverano: un cugino di secondo grado, il marchese di Nadaillac; un servitore, La Chaussée, e il precettore dei suoi figli, Briancourt.

Ma è solo quando il marito invita a casa un ufficiale dal passato nebuloso, conosciuto sotto le armi, che Marie scopre l’amore.

Jean Baptiste Gaudin de Sainte-Croix, ex abate e alchimista dilettante, condivide con Marie un temperamento acceso e una curiosità pressoché infinita per le cose del mondo. I due cominciano una relazione che durerà quattordici anni. Una relazione fatta di piccole infedeltà e intenti omicidi, e che verrà coronata dalla nascita di due figli, poi riconosciuti come legittimi da Antoine.

Un alchimista nel suo laboratorio: dipinto di un seguace del pittore seicentesco David Teniers il Giovane. Le attività degli alchimisti attirano l’interesse di molti artisti del diciassettesimo secolo, anche perché l’alchimia è parte integrante del pensiero scientifico del tempo: si fa poca distinzione tra alchimia, chimica e medicina.

Nel marzo del 1663 il padre di Marie, venuto a conoscenza del rapporto che lega la figlia all’ufficiale, rapporto che ormai è sulla bocca di mezza Parigi, e oltraggiato dal fatto che lei abbia usato la sua dote per finanziare Sainte-Croix, ottiene dal re una lettre de cachet. Sainte-Croix viene prelevato di peso dalla carrozza sulla quale si trova insieme all’amante e condotto alla Bastiglia.

Mentre una Marie furiosa medita vendetta per l’affronto subito, Sainte-Croix si trova a condividere la cella con un uomo italiano di nome Exili. Questi non solo è un farmacista alla corte di Cristina di Svezia, per la quale si dice abbia commesso un omicidio a Roma, ma è anche maestro nell’arte dei veleni.

Non si sa molto di Exili, ma la tradizione lo vuole avvelenatore di Olimpia Maidalchini, cognata di Innocenzo X. Dopo tre mesi di prigione, viene rilasciato grazie a potenti conoscenze e va in Inghilterra. Nel 1681 torna in Italia e sposa la contessa Fantaguzzi, cugina del duca Francesco II di Modena. Sopra, Ritratto di un uomo con un foglio di musica di Domenico Fetti.

Basta poco perché il farmacista sveli al cultore dell’alchimia parte dei suoi segreti. In particolare, l’arte di avvelenare senza lasciare traccia nel corpo delle vittime.

Sainte-Croix viene liberato poco tempo dopo, ma Marie non è tipo che lasci correre le offese. Così, quando l’amante le parla di Exili e delle sue ricette, sembra chiaro a entrambi che l’unico modo per poter continuare ad amarsi senza ingerenze esterne sia proprio ricorrere al veleno.

Prima, però, bisogna essere sicuri. L’omicidio del padre di Marie è quindi anticipato da una prima fase sperimentale che vede coinvolta una cameriera, poi testimone al processo, e i malati dell’ospedale dei poveri presso il quale Marie si reca spesso, portando con sé più di un gustoso manicaretto. Morti e malori non destano sospetti, così i due si convincono ad agire.

L’interno dell’Hôtel-Dieu, l’ospedale più antico di Parigi, nel manoscritto di fine Quattrocento Livre de vie active de l’Hôtel-Dieu de Paris: ecco il luogo in cui Marie si impratichisce coi veleni alle spese dei ricoverati.

L’occasione perfetta viene offerta dalla decisione di d’Aubray di trasferirsi nella tenuta di campagna, per riprendersi da una breve malattia. Marie segue il genitore convalescente e si occupa personalmente del suo cibo e delle sue cure. Nonostante ciò, la salute dell’uomo peggiora rapidamente tanto che si rende necessario un ritorno a Parigi. Marie non lo molla, si installa al suo capezzale assistendolo con ammirevole amore filiale finché, il 10 settembre 1666, il luogotenente d’Aubray muore.

La vendetta è conclusa ma non è ancora abbastanza. Morto il padre, la marchesa vorrebbe sbarazzarsi anche del marito, liberandosi così di un legame che non è mai stato altro che un peso. Tenta l’avvelenamento cinque volte, ma ogni volta è colta dal rimorso e implora Sainte-Croix perché somministri all’uomo gli antidoti.

Un altro problema, ben più contingente, è legato all’eredità paterna. Il continuo flusso di denaro dalle sue casse a quelle dell’amante ha lasciato Marie al verde, con i creditori che bussano alla porta. Il veleno appare di nuovo come un’ottima soluzione per rimediare alla situazione.

Per sbarazzarsi dei fratelli, Marie si avvale di una talpa, il suo servitore e amante La Chaussée, che viene inviato al loro servizio. Un piatto di rigaglie servito durante il pranzo di Pasqua del 1670 fa contorcere dai crampi tre dei sette commensali, tra i quali i due fratelli d’Aubray. Rientrati a Parigi e sottoposti alle cure dell’amorevole servitore, i due muoiono a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro.

In questo caso verrà richiesta e eseguita l’autopsia la quale, pur evidenziando tracce di avvelenamento in entrambi i corpi, non porterà a nessun provvedimento giudiziario. Tuttavia, con una pulce nell’orecchio grande quanto un alano, la sorella superstite di Marie si trincera in casa, vanificando così tutti gli sforzi della marchesa per mettere le mani sull’intera eredità dei d’Aubray.

La fine Marie, che nel frattempo aveva cominciato a vantarsi a destra e a manca sulle sue misteriose conoscenze in ambito di “polveri di successione” (termine con il quale verrà ribattezzato l’arsenico di lì in avanti), arriva il 30 luglio 1672, giorno in cui Sainte-Croix muore a causa dei suoi esperimenti. Nel laboratorio dell’aspirante alchimista viene trovato un cofanetto che contiene, oltre alle lettere dell’amante che l’accusano, anche alcuni pacchetti di veleno.

Venuta a conoscenza del ritrovamento, la marchesa, che sente la testa ruzzolarle giù dal collo, fugge in Inghilterra sperando di evitare la condanna.

Nel frattempo, in seguito alla denuncia della cognata di Marie, La Chaussée viene arrestato, sottoposto a tortura e condannato a morte. Prima di venire suppliziato sulla ruota l’uomo confessa di essere l’avvelenatore dei d’Aubray, ma dichiara anche che a istigarlo a commettere i crimini sia stato Sainte-Croix e non la sua amante.

Il 24 marzo del 1673 Marie-Medeleine de Brinvilliers viene condannata a morte in contumacia.

La donna, che si è rifugiata in un convento a Liegi per beneficiare del diritto di asilo, viene infine arrestata grazie a uno stratagemma e ricondotta in patria dove, dopo un lungo processo, viene riconosciuta colpevole e condannata

[…] a una penitenza davanti alla porta principale del duomo di Parigi, dove sarà condotta a piedi nudi col laccio al collo, tenendo in mano una torci accesa del peso di due libbre […] e ciò fatto, sarà condotta nella detta carretta nella place de Grève di questa città perché le sia tagliata la testa […] e il suo corpo sarà bruciato e le ceneri gettate al vento: e prima di una tale esecuzione ella sarà sottoposta a tortura ordinaria e straordinaria.

– dai verbali del processo in Cinzia Tani, Assassine. Quattro secoli di delitti al femminile, p. 32, Mondadori, 1999
Il supplizio subito dalla protagonista di questo #Martedìclassici: il 17 luglio 1676 fu torturata con la “cura dell’acqua”, cioè costretta a bere sedici pinte (più di nove litri) e a confessare.

Sulla tortura subita dalla Brinvilliers ha scritto, e bene, Sir Arthur Conan Doyle nel racconto fantastico L’imbuto di cuoio. La pratica, piuttosto semplice ma dai risultati spesso letali, si può considerare la nonna del moderno water-boarding. Si racconta che, quando vide le brocche d’acqua pronte per il suo supplizio, la Brinvilliers domandò al boia se avessero intenzione di affogarla perché era impossibile che il suo corpo potesse contenere tanta acqua.

Il racconto è edito, nella versione italiana, Sellerio nella raccolta Il parassita e altri racconti.

Alla fine della tortura, dopo essere stata forzata a ingoiare qualcosa come sette litri di acqua, una Marie-Madeleine de Brinvilliers dolorante, stravolta e furiosa per il trattamento subito fu condotta verso il luogo dell’esecuzione dove il boia le spiccò la testa dal corpo con un colpo netto della scure, per poi gettarne i resti nel fuoco.

Resti che, la mattina seguente, vennero saccheggiati dalla gente accorsa sul luogo del supplizio, conservati come reliquie e usati come amuleti.

La Brinvilliers si trova sparsa per l’aria; il suo povero e piccolo corpo è stato gettato in un gran fuoco, e le sue ceneri disperse al vento, di maniera tale che noi le respireremo, e con la comunicazione dei piccoli spiriti saremo sorpresi da qualche umore venefico da cui forse resteremo scossi…

– da una lettera di Madame de Sévigné alla figlia
Stampa raffigurante l’esecuzione di Marie-Madeleine-Marguerite d’Aubray, marchesa di Brinvilliers.

E così volge al termine questa puntata di #Omicidiclassici; noi ringraziamo Federica per essere stata nostra ospite e vi aspettiamo martedì prossimo con un altro caso di cronaca nera!

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