#JUSTREAD ✍️ – Recensione di “Amatka” di Karin Tidbeck 🗣✏️👁

Opera misteriosa, Amatka di Karin Tidbeck (Safarà Editore, 2018). La sua complessità va oltre la vicenda narrata: in poche parole, una storia di ribellione accidentale.

Nel mondo che i Pionieri hanno colonizzato valicando un confine di cui si è persa ogni traccia, gli oggetti decadono in una poltiglia tossica se il loro nome non viene scritto e pronunciato con prefissata frequenza. Per evitarne la distruzione, un comitato centrale veglia severamente sulle parole pronunciate dagli abitanti delle colonie […]. Vanja, cittadina di Essre, viene inviata dalla sua comune nella gelida colonia di Amatka e troverà ad attenderla i primi fuochi di una rivoluzione sotterranea giocata sulla potenza del linguaggio. Suo malgrado, Vanja dovrà così affrontare le possibilità che si celano dietro il velo di blanda oppressione che assopisce i pensieri e le parole del popolo di Amatka.

Perlopiù, classificata dalla stampa e dai lettori come distopia. Anzi, marcata, per usare un termine presente nella versione italiana (per la traduzione di Cristina Pascotto).

L’art director Giuseppe D’Orsi spiega il progetto grafico della copertina: «Il mondo descritto da Karin Tidbeck è un mondo dai colori cupi e metallici […]. Tuttavia […] la potenza delle parole scorre appena sotto la superficie, facendo irruzione con brevi lapilli di grande potenza […]. Per questo […] la tinta fluo di copertina evoca una sensazione di allarme e imminente pericolo […]».

Cattivo (δυσ–, dius) luogo (τόπος–, topos): questa l’etimologia della parola “distopia”, che esprime una condizione ben lontana dall’utopia. Termine nato non in ambito letterario come la controparte, ma nella sfera del reale, e che ha per padre il liberalista John Stuart Mill, che l’ha pronunciata in uno dei suoi discorsi contro la politica del governo irlandese: ciò che i “distopisti” sembravano favorire era, secondo Mill, qualcosa di «troppo brutto per essere praticabile».

La parola “distopia” è stata coniata nel XVIII secolo dal politico britannico, e più precisamente è stata pubblicamente pronunciata il 12 marzo 1868 per indicare gli oppositori che l’uomo stava fronteggiando in parlamento.

Ecco allora che la distopia racconta di un mondo disumanizzato, con «situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi» (così il termine è descritto in uno dei dizionari italiani più riconosciuti, il Treccani).

È distopia Amatka, sì, ma di un tipo quasi gentile. Perché, più che il consueto sacrificio della comunità a favore di pochi singoli, ad Amatka (così come nelle altre colonie dell’universo paradossalmente non descrittivo dell’autrice, Karin Tidbeck) sono i pochi singoli che escono dai binari a doversi sacrificare per la comunità.

«[…] Stai insorgendo contro un sistema che credi protegga il gruppo ma danneggi te. Così hai deciso di rovesciare il sistema e lasciare che il gruppo perisse. […] Pensi che questo sia giusto? Lasciare che siano cittadini innocenti a pagare? Se questo non è prendere la vita di una persona, non so cosa lo sia. Mettere se stessi al di sopra di quello che il popolo ha deciso. […]»

Infatti, a differenza di molti tra i testi distopici più noti (dal superclassico 1984 di George Orwell al “nuovo” must del genere scritto da Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella), non c’è, almeno all’apparenza, una società così miserabile e terrificante. Non ci sono conflitti, insormontabili diseguaglianze sociali, manca un vero leader dal volto tirannico. In compenso esistono «centri ricreativi per giocare, cantare insieme, e godersi un delizioso pranzo degno di un giornosette», dove i cittadini vanno «per partecipare a imperdibili giochi, quiz, e conversazioni di gruppo»; ogni fine settimana i bambini visitano le loro famiglie e trascorrono il resto dei giorni nelle Case dei Bambini piene «del suono delle loro voci», dove imparano cantando; numerosi libri (anche sovversivi, se si è capaci di leggerli davvero) sono disponibili liberamente nella biblioteca, che siano di «inutile svago» o testi poetici e di varia per conoscere Amatka, e lì è possibile fare anche disquisizioni sulla poesia; è considerato doveroso prendersi cura degli altri, soprattutto di chi ha «esigenze speciali, siano esse fisiche o mentali».

«Negligenza nei confronti di un coinquilino?» Vanja mise giù la matita. «Non capisco.»
«Qui, ad Amatka» declamò l’addetto «chiunque abbia un coinquilino […], deve accertarsi quotidianamente che questi sia in buona salute e che le sue necessità siano soddisfatte. […] Forse non è così a Essre, ma qui prendiamo molto sul serio la solidarietà. È tua responsabilità aggiornarti sulle regole.»

Allora, se i sacrifici richiesti per il gruppo (un intervento di psicochirurgia per dissidenti, che così non possono più «mettere in pericolo la comunità»; per gli altri «una serie di regole necessarie alla sopravvivenza», che solo «alcune persone […] non ce la fanno» a seguire) portino benefici, e se tutto ciò sia giusto o sbagliato, è una valutazione individuale, che spetta solo al lettore effettuare.

Perché il libero arbitrio (negato, bramato, indesiderato, sconosciuto, trovato) è una delle parole chiave del romanzo. Ed è significativo che non la si trovi mai scritta, neppure una volta: si può solo leggerla tra le righe. Come, tra le righe di un inno alle istituzioni della grande poetessa di Amakta, Anna di Berols, si trovano versi dal tono «sarcastico» e che incitano ad «attività sovversiva».

Abbiamo scelto il comitato

per guidarci

Grati per il dono

della calma

Grati per

le ferme regole

Grati di

sapere

Cosa fare

cosa fare

Grati per

la vostra guida.

Forse, a ben guardare, Amatka di Karin Tidbeck ha più a che fare con l’utopia che con il suo opposto genere.

Letteralmente, l’utopia (οὐ e τόπος) è un non-luogo: a differenza del “posto cattivo” della distopia, la sua stessa natura non ne ammette l’esistenza (o la possibilità, comunque, di venire raggiunto dall’essere umano). Non deve stupire, allora, che il termine sia stato coniato durante la scrittura di un testo di fiction con protagonista un’isola paradisiaca in cui la cultura è al centro della vita felice degli uomini. La parola “distopia”, invece, è stata pensata e dispensata in un contesto pratico e altamente problematico. © Jan Lecock

Perché, nonostante le sue regole non piacciano a tutti («la popolazione […] soffriva di depressione, ovunque»; «“Ma avevano detto che potevamo parlare!” disse, e c’era disperazione nella sua voce»), forse il miglior stato possibile in una comunità è solo una questione di proporzioni. Numeri, relativismo.

Se a molti sta bene, si è più vicini a un’utopia collettiva di quanto non possa sembrare in senso ideale.

«Siamo già morti». Vanja obbligò le parole a uscire dalle sue labbra secche. «Questa non è vita. Ve la siete presa.»
Harri alzò le sopracciglia. «Cosa intendi con “voi”, Vanja? Il comitato è eletto dal popolo. Il comitato è il popolo. Possiamo essere deposti in qualunque momento. Chiunque può candidarsi alle elezioni. Tu hai votato, non è vero Vanja? Forse ti sei persino candidata?».
Vanja premette le labbra l’una contro l’altra.

Amatka è allora una democrazia vera, perché è la collettività che conta. È Stato (nel senso di condizione e di forma di governo) machiavelliano, nell’accezione più originale dell’aggettivo (cioè non deformato dal negativismo che ha portato all’estremismo), in cui le necessitas portano a misure straordinarie. 

Come si protegge la comunità contro i pericoli, interni o esterni? Ma con un animo rigoroso e un piano razionale con cui delineare lo Stato perfetto. Ogni azione è ordinata.

«I potenti, siamo tiranni, vero? È oppressione, giusto?» Sollevò la testa per incontrare gli occhi di Vanja. «Giusto?»
«Sì» riuscì a dire Vanja. […]
«Sai come funziona questo posto. Tutti lo sanno. Siamo una popolazione in un mondo che non comprendiamo veramente. Ci sforziamo continuamente di mantenere l’ordine. Questi sforzi implicano una società con regole severe».

Amatka è un’Utopia (con l’iniziale maiuscola e in corsivo, opera celebre dell’umanista Tommaso Moro) dis-torta.

Una raffigurazione di Tommaso Moro, scrittore, politico e santo inglese vissuto ai tempi del re Enrico VIII. Benché non sia stato solo autore di Utopia, è a questa opera, scritta nel 1516 in lingua latina, che deve gran parte della sua notorietà.

È chiaro che con questo romanzo, e così nel parlarne, bisogna fare attenzione ai termini che si adoperano.

A cominciare dal fatto che non sempre, nonostante la volontà della comune autrice del Decreto: Utilizzo dei nomi (secondo cui è proibito «nominare un oggetto in altro modo, anche se per errore»), c’è sempre corrispondenza tra significanti e significati. Così identità, realtà e verità sfuggono come parole sulla punta della lingua, ma che non si riescono a pronunciare.

«Le cose che abbiamo visto […] non erano persone. Lei, Anna di Berols, ci venne incontro. Così si faceva chiamare, in ogni caso. Quella cosa, lei, raggiunse il muro […].»

Ecco perché dipenderà dalla lingua (etica, in primis) del singolo lettore se e cosa ad Amatka è giusto o errato, cosa normale o fuori norma, accettabile o impossibile da accogliere.

«Siamo noi a creare tutto. Tutto.»

Il linguaggio è la grammatica della realtà (intesa come mondo e come verità). È potere

«“Poesia” disse. “Se vuoi conoscere Amatka, devi leggere la nostra poesia.”»: così inizia, nella colonia, la ribellione di Vanja. Per comprendere la realtà di un luogo, occorre leggere la sua cultura. © quinn.anya

Se chi sfoglierà Amatka leggerà il sistema delle colonie oppressivo, farà un lavoro di sostituzione lessicale tra le pagine del romanzo: «solidarietà» diventerà “controllo”; le «lacrime» agli occhi del portavoce del comitato di Amatka saranno solo pianto di coccodrillo o strumento di manipolazione; l’amore per i bambini e l’interesse per il futuro della razza umana sarà violazione dei diritti fondamentali (soprattutto, ma non solo, della donna); la circolazione senza mediazione di informazioni (e quindi di parole) non porterà al caos che terrorizza e distrugge ma alla vera libertà.

«In ogni caso… provammo per un bel po’ di tempo con quella siringa. E dopo pensai che finalmente avesse funzionato. Ma ebbi un aborto quasi subito. Fu orribile.»
«Ma perché?» chiese Vanja a bassa voce. «Perché fu terribile?»
«Perché ci speravo, no? E perché desideravo avere bambini e, beh, dare il mio contributo. Fare la mia parte per la comune. In accordo con le mie possibilità, giusto […] Ma dopo sono arrivate Tora e Ida. Quello che voglio dire è che le cose possono andare meglio, la prossima volta.» 
«Non ci sarà una prossima volta» disse Vanja. […] «Si sono arresi. Non ha funzionato.»
[…]
«Sono molto dispiaciuta di sentire questo.»
[…]
«Voglio dire. Cosa accade se qualcuno non lo vuole.» Le parole sembravano avere una loro volontà. «Se qualcuno non vuole avere bambini. Uno aspetta, e spera che non debba accadere. E dopo compie venticinque anni, e iniziano ad arrivare le domande, e ti mettono in una stanza con un consulente che ti spiega come sia il tuo dovere verso la comune, e finalmente uno si arrende, va al reparto fertilità e stringe la mano a un qualche uomo pietoso che deve masturbarsi in una tazza così che i dottori abbiano qualcosa con il quale ingravidare qualcuno, e uno si arrende e mette un piede nella staffa perché un altro lo ha fatto. Nessuna. Scelta.» Aveva esaurito le parole. Affondò il viso tra le mani.
[…]
«Mi dispiace che tu soffra, Vanja. Davvero. Ma entrambe sappiamo perché le cose sono così. È per la nostra sopravvivenza.»

Non è un caso che sia chi è al vertice sia chi, alla base, vuole cambiare la società, abbia in qualche modo a che fare, più degli altri, con le parole.

C’era qualcosa nel linguaggio di Anna di Berols. Era come se comprendesse le parole e gli oggetti a un livello più profondo di tutti gli altri. Le parole non erano semplici rime o descrizioni del mondo. […] Anna di Berols avevano dato loro una forma perfettamente compiuta.

Perciò, invece della reclusione o della pena di morte, nelle colonie si impedisce di mettere in pericolo la comunità distruggendo «il centro del linguaggio del cervello» dei dissidenti: «una soluzione elegante».

Chi non può comunicare il mondo, non ne fa nemmeno parte.

Un romanzo interrogativoAmatka, per un presente pieno di punti esclamativi. E più che agli amanti della fantascienza e del distopico, lo consiglio a chi cerca un libro che superi i confini della trama e dei generi. Una scelta editoriale che ha molto da dire, ma con trasversalità, obliqua come la casa editrice che l’ha pubblicata.

Credo che Anna sia riuscita a creare qualcosa di nuovo. Una vera libertà.

– Ornella 🐱

Titolo: Amatka

Autore: Karin Tidbeck

Casa editrice: Safarà Editore

Pagine: 228

Anno (Italia): 2018

ISBN: 9788897561880

Prezzo: 16,00 €

Ebook: 6,99 €

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