Speciale Giorno dei morti – Poesia e Catacombe dei Cappuccini ⚰️ 💀 ✍️

Io vedo (come è questo giorno, oscuro!),
vedo nel cuore, vedo un camposanto
con un fosco cipresso alto sul muro.

Commemoriamo i defunti con i versi d’apertura de Il giorno dei morti, dalla prima raccolta di Giovanni Pascoli, Myricae, in cui natura e vicende lugubri sono tra i maggiori soggetti dei componimenti pubblicati. Il due novembre, il giorno dei morti, il poeta immagina che i cari trapassati abbiano trovato nuova casa nel cimitero, per l’occasione colmo di fiori… 

E di trapassati e case scrive anche un altro poeta, un autore contemporaneo, già protagonista insieme al film Palermo Shooting, del nostro ultimo appuntamento con la rubrica #DALLACARTAALLOSCHERMO: Luciano Mazziotta, palermitano di nascita, specializzato in Scienze dell’antichità e autore di tre sillogi, publicato anche su Nuovi Argomenti, Nazione Indiana e Poetarum Silva. Il suo ultimo lavoro, composto da sette sezioni, è uscito quest’anno per Valigie Rosse: Posti a sedere.

«La scuola degli sguardi che Mazziotta arricchisce testo dopo testo non ha niente dell’impassibilità di un’osservazione neutrale»: così il curatore e poeta Paolo Maccari sul nuovo lavoro di Mazziotta.

In quella intitolata Case museo, l’intento di Mazziotta è «sottolineare com’è il morire oggi”, ma anche cercare di trattare la presa di coscienza del poter morire».

Così, uno dei luoghi protagonisti di questa sezione sono le famose Catacombe del convento dei frati cappuccini a Palermo, nel quartiere Cuba-Calatafimi (in età cartaginese, una vasta necropoli), uno dei molti che l’ordine mendicante fondò in Sicilia a partire dalla metà del Cinquecento.

La straordinaria conservazione dei corpi esposti rende il cimitero del convento dei Frati Cappuccini, meglio noto come le Catacombe dei Cappuccini di Palermo, una delle mete più ricercate da turisti, curiosi e studiosi. © icomewhenieatcaponata

Ospitiamo qui, sul nostro blog, alcuni dei componimenti sul tema, per gentile concessione dell’autore.

Ma qual è la storia di questo cimitero affascinante e misterioso, una vera e propria casa-museo di Storia e storie sacre e profane?

Eros e thanatos nel bellissimo quadro Amore e morte del 1881, del poeta e pittore catanese Calcedonio Reina, ambientato in uno dei corridoi del cimitero: omnia vincit amor, l’amore vince tutto, o memento mori, monito che tutto è destinato a finire?

I frati presero possesso di Santa Maria della Pace nel 1534: il Senato palermitano concesse loro, pro tempore, il terreno su cui sorgeva l’antica chiesetta normanna poi ricostruita.

I primi confratelli trovarono dimora ultima in una fossa comune sotto l’altare dedicato a sant’Anna, in cui venivano calati dall’alto i defunti avvolti nei lenzuoli. Nel 1597 i frati decisero di ricavare un cimitero più grande e strutturato, sfruttando la presenza di antiche grotte proprio dietro l’altare maggiore: per l’appunto le famose Catacombe, che entro due anni furono pronte per nuove sepolture.

Il cimitero dei cappuccini viene, impropriamente, chiamato “catacomba”. Tuttavia, al tempo, l’espressione ad (o in) catacumbas, in origine indicante una zona sulla romana via Appia in cui secondo la tradizione vennero sepolti san Pietro e Paolo, stava a indicare qualsiasi cimitero sotterraneo. © rampyn

Durante la traslazione dei corpi precedentemente seppelliti, destinati alla prima stanza ricavata dalla roccia, ben quarantacinque risultarono perfettamente conservati, naturalmente mummificati, con ancora parte dei tessuti attaccati al corpo: ecco allora che gli ambienti sotto il convento, un po’ fuori città, in fondo a una strada solitaria e silenziosa, iniziò la sua storia di “città dei morti”.

Il primo ospite delle nuove catacombe è il frate Silvestro da Gubbio, sepolto lo stesso anno in cui vennero conclusi i lavori (1599).  

La mummificazione artificiale su colatoi orizzontali si diffuse tra le confraternite palermitane proprio grazie all’opera dei cappuccini. I corpi venivano sottoposti a svuotamento degli organi interni (rimpiazzati da paglia o alloro) per un lungo tempo, circa un anno, su appositi colatoi, in un ambiente dalle basse temperature e dall’aria secca. Dopo la disidratazione, i corpi venivano esposti per un po’ all’aria aperta e lavati con aceto, infine rivestiti e collocati negli appositi spazi. Con questo procedimento il corpo si irrigidisce e scurisce. Raramente, in occasione di epidemie, al fine di scongiurare eventuali contagi, i cadaveri subivano bagni nell’arsenico o nel latte di calce, pratica che ha dato origine a mummie dall’aspetto ben differente dalle altre. Col tempo, però, fu proibito far essiccare i cadaveri: l’ultimo divieto è della fine del 1881, tuttavia ancora quattro anni dopo viene essiccato un corpo.

Il cadavere di Antonio Prestigiacomo, morto nel 1844, fu imbalsamato con un bagno all’arsenico. Il corpo è ben riconoscibile per il colorito rossastro e i lucenti occhi di vetro. © On the road

Uno di quei giorni raccontò, a proposito della santa, che nella città di Palermo c’era un enorme museo con i cadaveri incorrotti di uomini, donne e bambini e persino vari vescovi, dissotterrati da uno stesso cimitero di cappuccini. La notizia inquietò talmente Margarito che non ebbe un istante di pace finché non ci recammo a Palermo. Ma gli bastò un’occhiata veloce alle cupe gallerie di mummie senza gloria per farsene un’idea […].

La santa, Gabriel García Márquez

La cripta fu estesa nel 1619, quando fu realizzato il corridoio dei frati. È il 1621 quando il cimitero si apre anche a chi non fa parte dell’Ordine, compresi a quei laici che contribuivano alla prosperità del convento tramite generose donazioni.

Le catacombe continuarono a svilupparsi sino alla sistemazione definitiva, nel 1823. Ecco come sono descritte, nel 1873, in un giornale di «razionalisti» gli ambienti della «meravigliosa necropoli» e i processi di mummificazione:

Sono cinque o sei sotterranei lunghi cinquanta metri l’uno e larghi sei o sette, sulle cui pareti stanno appesi parecchie centinaia di scheletri rivestiti d’un saio nero, intorno ai quali i topi e i ragni fanno baldoria. Lungo i lati di quei sotterranei centinaia di casse da morto di varia forma e data, sono accatastate nel più estetico disordine […]. Quelle catacombe sono state fino adesso e sono ancora l’ordinaria dimora di quei pii palermitani, i quali morendo lasciano […] di pagare […]. Quarantotto colatoi sono destinati a ricevere annualmente i cadaveri di quei disgraziati cui prende vaghezza di essere conservati in quell’orrido sito. I colatoi, per chi non lo sa, sono celle quadrate scavate nel sasso, intorno alle quali è disposta una rastrelliera di legno […]. I cadaveri sono distesi su questa rastrelliera, […] poi si chiude l’usciolo, si ingessano le commessure e le miserabili spoglie sono lasciate […] durante un anno. In questo tempo succede la putrefazione, le parti molli del corpo colano e sono assorbite dalla terra, sicché […] non resta che trasportarli nel disseccatoio, una orribile stanzaccia esposta ai raggi del sole e destinata ad essiccare quel che resta […]. Dopo un certo tempo si dice che il cadavere è perfettamente mummificato. Lo […] si depone in una cassa se paga più, oppure lo si appicca alle pareti delle catacombe se paga meno. […] Vi è anche una galleria destinata alle donne, fra le quali le zitelle sono contrassegnate da un diadema […]. Parecchie sono vestite di raso bianco o di mussolina, hanno scarpe di raso e tra la scarpa e la sottana sporge […] una gamba coperta da leggiadrissima calza a straforo […]! Quei carcami sono lasciati nei sotterranei finché i parenti pagano annualmente il tributo di non so quanti ceri. 

Alcuni cadaveri di vergini, in bianco. © hgomezherrero

Perfettamente chiara appare, dalla descrizione, la rigida divisione (per sesso, età, ceto sociale) dei defunti ospitati nei lunghi e ampi corridoi del cimitero. Sezioni ben distinte, continuazione, nella morte, delle etichette sociali nemmeno abbandonate dopo il trapasso.

Nonostante in Sicilia siano numerosi i siti religiosi in cui sono conservate delle mummie, il cimitero nei sotterranei contigui alla chiesa di Santa Maria della Pace è il più noto e quello con il numero più alto di corpi. Il sito impressionò, tra gli altri, anche il letterato, poeta e traduttore Ippolito Pindemonte, che lo visitò esattamente 240 anni fa. Ecco alcuni versi del carme dedicati alle Catacombe.

Ma cosa forse più ammiranda e forte
Colà m’apparve: spazíose, oscure
Stanze sotterra, ove in lor nicchie, come
Simulacri diritti, intorno vanno
Corpi d’anima vóti, e con que’ panni
Tuttora, in cui l’aura spirar fur visti.
Sovra i muscoli morti e su la pelle
Così l’arte sudò, così caccionne
Fuori ogni umor, che le sembianze antiche,
Non che le carni loro, serbano i volti
Dopo cent’anni e più: Morte li guarda,
E in tema par d’aver fallito i colpi.

Dei sepolcri

Il cimitero era una delle tappe più gettonate del grand tour, percorso turistico a sfondo culturale per l’Europa, una missione formativa per i giovani delle classi più abbienti e per gli intellettuali della modernità. Tra altri visitatori letterati, il francese Guy de Maupassant, che descrisse lo spettacolo come «il carnevale della morte», e, nel secolo successivo, anche Mario Praz.

Nonostante venga spesso indicato il numero di 8000 corpi, le stime più accurate pare si aggirino sui 3000. In diversi presentano un cartiglio con nome e luogo d’origine. © Enrico Luigi Delponte

Spicca tra tutte, la “mummia più bella del mondo”: la piccola Rosalia Lombardo, deceduta il 6 dicembre 1920. Posta nella cappella di Santa Rosalia, tra le bare di altre due bambine, riposa una degli ultimi ospiti accettati dai frati (e tra i più giovani). Deceduta all’età di due anni, grazie alle possibilità economiche della famiglia fu affidata alle cure del celebre imbalsamatore Alfredo Salafia, che nel 1900 testò per la prima volta un prodigioso composto di sua invenzione per la conservazione dei cadaveri e che gli procurò molte commissioni di rilievo.

Conosciuto anche come “maestro del sonno eterno”, Alfredo Salafia imbalsamò più di cento corpi (tra cui quello del proprio fratello Ernesto e di Francesco Crispi, figura di spicco del Risorgimento).

La sua formula è rimasta a lungo segreta; solo di recente, grazie alle ricerche di un giovane paleopatologo messinese, Dario Piombino-Mascali, ora conservatore scientifico delle Catacombe, ne è stata svelata la formula.

Il suo metodo di conservazione della materia organica era basato tramite iniezione intravascolare di un composto di formalina, glicerina, sali di zinco, alcool e acido salicilico; spesso paraffina disciolta in etere, per mantenere l’aspetto vivido del volto del defunto, completava il trattamento. © manuel cristaldi

La morte (e così la vita stessa) resta, però, ancora materia misteriosissima. Ma se ancora si tiene i suoi segreti, cerchiamo di carpirli anche grazie alla lettura di grandi testi che l’affrontano: forse, con le giuste parole possiamo provare ad accettarla se non a comprenderla.

– Ornella 🐱

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