#LEGGIAMOANGELACARTER ✍️ – Focus su “La camera di sangue” di Angela Carter 👩💋🐺

Angela Carter racconta di aver scritto il primo romanzo a soli sei anni (convenientemente, il manoscritto sarebbe andato perduto o gettato via). Affermazione impossibile da confutare quanto da avvalorare, data la sua nota tendenza a romanticizzare la propria vita; ma se non è dato sapere se Angela sia stata un giovane prodigio della letteratura, certo è che, morta a soli cinquantadue anni, nel 1992, lascia ai lettori una lunghissima lista di scritti, tra cui nove romanzi. 

Non sono però le sue prose lunghe ad averle guadagnato un meritatissimo posto nel pantheon del genere fantastico inglese: a sentire il collega e amico Salman Rushdie, l’apoteosi creativa di Angela fu raggiunta con la raccolta di racconti La camera di sangue.

La camera di sangue è la raccolta protagonista di questo focus, seconda tappa del blogtour organizzato per il ritorno in libreria ad opera di Fazi Editore della raccolta completa, in due corposi volumi, delle storie brevi di Angela: Nell’antro dell’alchimista.

Molto più di una serie di retelling di famose fiabe e leggende, La camera di sangue viene piuttosto celebrata come un vessillo di un femminismo per certi versi persino maggiormente estremo di quello che imperversava nel 1979 in Inghilterra, ovvero l’anno di uscita dell’opera per la casa editrice Gollancz.

In breve, ecco una breve presentazione dei racconti della raccolta:

  1. La camera di sangue, ispirato a Barbablù: una giovanissima sposa giunta nell’isolato castello del ricco e misterioso marito porterà alla luce raccapriccianti verità non solo sul consorte ma anche su sé stessa.
  2. La corte di Mr. Lyon, prima variazione su La Bella e la Bestia: Bella è ospite nella ricca villa del benefattore paterno, un uomo dalle fattezze di leone che si innamora perdutamente di lei. 
  3. La sposa della tigre, seconda variazione della precedente fiaba: la protagonista viene perduta a carte dal padre degenerato, e finisce prigioniera nella dimora di una strana creatura (una tigre dalle fattezze umane) che desidera solo di poterla vedere nuda.
  4. Il gatto con gli stivali, ispirato alla fiaba omonima: le peripezie di un astuto servitore felino impegnato a guadagnare al padrone le grazie di una giovane donna sposata. 
  5. Il re degli gnomi, ispirato a una leggenda del Nord: una creatura dal fascino magnetico seduce giovani donne e le muta in uccelli, ma la sua ultima vittima vuole a tutti i costi conservare la propria libertà.  
  6. La bambina di neve, ispirato a Biancaneve: una nobile coppia sposata esce a cavallo durante il solstizio d’inverno e si imbatte in una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come la piuma di un corvo.
  7. La signora della casa dell’amore, ispirato alla fiaba de La bella addormentata: l’incontro tra una donna-vampiro che si nutre del sangue dei suoi amanti e un virginale soldato inglese, la cui innocenza gli salverà la vita.
  8. Il lupo mannaro, prima variazione di Cappuccetto Rosso: nel bosco, una ragazzina si batte con un lupo, a cui mozza una zampa. Avviatasi verso la casa della nonna, scoprirà ad attenderla un’amara scoperta.
  9. La compagnia dei lupi, seconda variazione sul tema: la protagonista incontra un affascinante cacciatore nel bosco. Lo troverà ad attenderla in casa della nonna, con sembianze di lupo. Ma Cappuccetto Rosso ha per lui in serbo una gradita sorpresa.
  10. Lupo-Alice, ispirato alle fiabe Cenerentola e Cappuccetto Rosso: una ragazzina allevata dai lupi e ancora selvatica viene affidata a un ricco emarginato la cui immagine non si riflette nello specchio. L’incontro finirà per cambiare la vita a entrambi. 

Come forse è già intuibile da questa breve presentazione, l’associazione della raccolta a un femminismo feroce ha ben poco di stupefacente se si pensa che nell’autunno del 1974 Angela è impegnata nella lavorazione di tre progetti strettamente legati tra loro e tematicamente affini a La camera di sangue, di cui influenzeranno la stesura: i primi racconti che poi saranno inglobati proprio nella sua più celebre raccolta; il romanzo La passione della nuova EvaLa donna sadiana, chiave di lettura dei vari progetti.

Copertina dell’edizione paperback de La donna sadiana del 2015, edita Virago Press.

Rivoluzionario lavoro di critica culturale, questo pamphlet è ispirato dai valori di femminismo e socialismo, influenzato dalle riflessioni di Théophile Gauthier, Roland Barthes e Michel Foucault, nonché dal linguaggio della psicanalisi e dalle stesse furiose immaginazioni del Marchese, La donna sadiana ipotizza una rivoluzione nel rapporto tra i sessi: se è legittimo che la donna ricerchi la parità con l’uomo, non bisogna dimenticare che il diritto fondamentale è quello di essere amata e amare; da scardinare è quindi l’idea di un amore sinonimo di schiavitù, abbandonata la quale, il dualismo e l’antagonismo dei sessi cesseranno di esistere.  Ne La donna sadiana trova espressione la concezione di femminismo di Angela, derivata dall’idea uomo e donna siano fondamentalmente simili; per quanto le sia inviso il patriarcato dominante nella società inglese, sente che le donne contribuiscono a preservare la loro condizione di sudditanza proprio incolpando l’aggressione maschile. L’unico modo di combattere la sottomissione al proprio genere è rifiutare l’abisso spalancato dalle stesse differenze di genere.

La frustrazione per la mancanza di progressi su romanzo e saggio, portano Angela a cercare distrazioni in altri progetti di scrittura. All’inizio del 1975, racconta nel diario che il suono di una matita strofinata su un sifone, che le ricorda quello di lunghe unghie che graffiano le sbarre di una gabbia, ispira Vampirella, la sua prima radio-play: la protagonista è una contessa che lamenta la propria dipendenza dal sangue e si tiene a distanza dagli esseri umani. Il protagonista maschile, Hero, è un giovane e virginale inglese che giunge al suo castello, e l’aiuterà a scoprire che la sua mostruosità non è nient’altro che una malattia. 

Dai tratti vistosamente gotici e comici, Vampirella sarà lo scheletro di La signora della casa dell’amore, racconto pubblicato per la prima volta nel numero d’estate-autunno della rivista letteraria The Iowa Review e che compare nella raccolta La camera di sangue. Qui, l’ambientazione si sposta nel Novecento, durante la Prima guerra mondiale: il protagonista maschile, in marcia per unirsi al conflitto, si imbatte in un vampiro riluttante che sarà toccato irrimediabilmente dalla sua innocenza. 

La prima edizione italiana della raccolta si deve alla Giangiacomo Feltrinelli Editore nel 1984, nella collana I Narratori e con traduzione di Barbara Lanati.

Quando arriva l’autunno, Angela comincia a lavorare al racconto incentrato sul re degli gnomi, creatura della mitologia germanica e scandinava, e citata nel da Johann Wolfgang von Goethe nella sua ballata Erlkönig. Angela lo dipinge emaciato, alto come un albero con uccelli tra i rami, gli occhi «di un verde intenso, come se avesse guardato il bosco troppo a lungo»: l’ispirazione diretta è il suo fidanzato, poi marito, Mark Pearce. Si tratta di una figura ingenuamente crudele, che imprigiona le sue vittime come per un potere innato privo di reale malvagità; e suscita nella protagonista del racconto il desiderio ambivalente di liberarsi dalla sua cattività e, al contempo, di restargli a fianco. Forse il più intimo dei racconti che figurano ne La camera di sangue, che rivela qualcosa dei complicati sentimenti che al tempo costellano la vita privata dell’autrice.

È in questo periodo che Angela comincia a considerare l’idea di raccogliere i racconti, assieme a una novella su Lola Montez, danzatrice ottocentesca e celebre amante di Franz List e di re Ludovico I di Baviera (che tuttavia si fermerà alla fase progettuale).

Ma è solo nell’estate del 1976, la più calda della sua vita, che tra gli appunti del suo diario comincia a spuntare quello che sarà il titolo provvisorio della raccolta (in lingua originale, poi The Bloody Chamber): The New Mother Goose. L’ispirazione sono le Histoires ou Contes du temps passé avec des moralité di Charles Perrault, meglio conosciuti come I racconti di Mamma Oca, la cui traduzione in inglese le viene commissionata da Gollancz. 

Se il risultato finale sarà un lavoro che oltrepassa i confini dell’adattamento, accantonando lo stile raffinato dell’autore per uno più rustico e diretto che echeggia, a sentire Angela, quello di sua nonna, venire a contatto con le prime versioni de La bella addormentataIl gatto con gli stivaliCappuccetto Rosso e Cenerentola è per lei un’esperienza rivelatrice.

Una foto di famiglia con la nonna materna di Angela, Jane Farthing. Una figura che ha rivestito una grande importanza nella vita di Angela.

A colpirla è anche The Uses of Enchantment di Bruno Bettelheim, sua personale lettura durante la lavorazione: uno studio psicanalitico sul folklore europeo, secondo cui le fiabe sarebbero strumenti consolatori per introdurre ai più piccoli argomenti misteriosi e terrificanti come sesso e morte, presentati in forma simbolica. Se Angela non concorda in toto, ciò che le interessa è l’uso delle vivide immagini di sesso e violenza celate nelle fiabe. Ad affascinarla è soprattutto l’idea che gli animali rappresentino, se ostili, i desideri più bassi della natura umana, un id senza il freno di ego e super ego; al contrario degli animali-aiutanti, in cui l’id addomesticano viene messo a servizio dell’eroe. 

Nello scrivere La camera di sangue, il suo intento è creare una raccolta di fiabe dove le immagini sessuali vengano in superficie, così da sbugiardare la distinzione tra essere umano e bestia, a favore di un realismo sociale dell’inconscio

I temi sono quelli che permeano anche La donna sadiana e La passione della nuova Eva: l’erotismo, la scoperta della sessualità e il suo legame con la violenza, la cacciata dall’Eden dell’innocenza, le metamorfosi, l’oggettificazione della donna, il prezzo (cioè un qualche tipo di sofferenza) che la libertà sessuale esige, la verginità come pentacolo di protezione e fonte di potere e di emancipazione.

E sono anche in piena continuità con le sue opere precedenti: in cui, spesso, le eroine compiono gesti drammatici per liberarsi da un passato ingombrante (tra questi, figura il matrimonio, proprio come a suo tempo fece Angela stessa). 

Già nella sua produzione poetica universitaria, il componimento The Unicorn spicca per somiglianza alle atmosfere de La camera di sangue. La premessa è l’idea che solo una vergine possa, come afferma Thomas Browne, catturare un unicorno. Angela recupera proprio questo mito, dandone una visione ben diversa dall’originale: manda nel bosco una vergine carnale, «nuda ed smisurata», con seni come sacchi di plastica e con «curiose selve di peli pubici». L’unicorno è «attirato dalla fragranza del suo giardinetto umido», ma la vergine rifiuta il ruolo di oggetto sessuale passivo. 

Nella bocca ho denti affilati / tra le labbra carminie / e lo smalto con lucida furbizia cela/ gli artigli sulle punte rosse delle mie dita. / Dunque io nascondo il mio arsenale. / Il tuo è sotto gli occhi di tutti. / Credi di possedermi, ora / ma ti tengo tra le fauci.

The Unicorn
La vergine e l’unicorno: un affresco del pittore Domenico Zampieri, detto il Domenichino, a Palazzo Farnese. 

I suoi personaggi femminili continueranno a mancare di sentimentalismo anche nelle opere lunghe: nel primo romanzo, scritto nel 1964, Shadow Dance, si nominano impunemente sudore, sesso, deodorante; la protagonista viene sfigurata, la sua fisicità è lurida, la sua sessualità disturbante. 

L’idea dell’esplorazione della sessualità permea anche La bottega dei giocattoli, il suo secondo romanzo, scritto nel 1966: qui troviamo Melanie, l’eroina, profondamente turbata dalla scoperta di sé come essere sessuale; prigioniera nella casa del tirannico zio, la ragazzina non può soddisfare i propri istinti: il sesso rimane un’idea meravigliosa e terribile assieme, il che la ostacolerà nell’invenzione di se stessa come donna adulta fino all’ultimo, drammatico evento che cambierà il corso della sua vita. 

Rileggendolo negli anni Ottanta, Angela afferma che La bottega dei giocattoli le ricorda il suo passato, con Melanie così simile alla sé stessa di quel momento in cui pensava che non sarebbe mai cresciuta.

Melanie è la prima incarnazione di una tipologia di personaggio che appare in più di uno dei racconti brevi e nel suo quarto romanzo, Buoni e cattivi: un’adolescente nevrotica e sveglia, annoiata ed egocentrica, definita da Angela “la vergine borghese”. Nelle sue opere successive, questa figura è rimpiazzata da donne più carnali e felici: l’attività sessuale (come afferma anche ne La donna sadiana) sarà il loro strumento di affermazione.

Modificando alcuni elementi delle narrazioni originali, Angela cambia il senso profondo delle fiabe, non limitandosi a un semplice retelling, ma trasformando la raccolta in una critica alla cultura del tempo, paradossalmente ancora ancorata ai pregiudizi prefemministi degli anni Cinquanta.

Le prime storie sono completate tra l’ottobre del 1976 e il gennaio 1977: Angela si è spostata a Sheffield, dove tiene un corso all’università locale; proprio nella biblioteca universitaria prende in prestito Wolf and Werewolf di John Pollard, che utilizza per alcune sequenze improvvisate su Cappuccetto Rosso. L’idea di fondo è quella espressa anche da Bettelheim, e cioè che in ogni versione della fiaba è presente una ragazzina con un mantello rosso ed è in compagnia di un lupo; e nelle versioni della celebre fiaba scritte da Angela, centrale sarà proprio la bestia.

Una giovanissima Cappuccetto Rosso immortalata da John Everett Millais, in un dipinto del 1864.

Il primo racconto creato con il chiaro intento di esser parte della raccolta è Il lupo mannaro, originariamente lungo circa mille parole: la storia di una ragazzina che si batte con un lupo nella foresta, solo per scoprirne un raccapricciante segreto, sposta la dimensione dal meraviglioso della fiaba al perturbante del genere fantastico. Protagonista è la figura del licantropo, a metà tra umano e ferino; ma Cappuccetto Rosso che non ha nulla di indifeso e ingenuo, che si fa paladina dei valori sociali dominanti contro l’estraneità del licantropo.

Il secondo racconto scritto con il medesimo obiettivo è intitolato proprio La compagnia dei lupi e inizia con una serie di affermazioni sulla portentosa malvagità dei lupi e avvertimenti sulla licantropia (la voce è quella di un cantastorie di campagna). Il panorama evocato è primordiale, tutto a colori fortemente simbolici: ecco allora il bianco virginale e il rosso della carne (perché, nonostante la giovinetta sia ancora intatta, ha già avuto la prima mestruazione). La protagonista sembra voler ignorare gli avvertimenti della madre per abbracciare la propria natura animale, in un tripudio di violenta gioia. In verità, il lupo si nasconde in lei, come in tutti noi, e questa Cappuccetto Rosso supera l’abisso con uno scoppio di risa.

Le Cappuccetto Rosso di Angela non sono fanciulline sprovvedute. Sopra, il dipinto di Thomas Sully del 1833, Sarah Esther Hindman as Little Red Riding Hood.

A gennaio La compagnia dei lupi viene inviato alla scrittrice Emma Tennant, che da lungo tempo chiede ad Angela di scrivere per la sua nuova creatura: la rivista Bananas, che vede collaboratori illustri come Ian McEwan, Philip Roth, Harold Pinter e Ted Hughes. Ed è proprio su Bananas che il racconto viene pubblicato nell’aprile del 1977. 

Per allora, Angela ha già iniziato a scrivere le sequenze su La Bella e la Bestia e, come scrive nel suo diario, il tema della raccolta che sta prendendo forma le diviene sempre più chiaro: uomo e bestia, benevolenza e stranezza degli animali, che rappresentano la diversità. 

A differenza dell’adattamento Disney, pur mantenendo il canovaccio originale, le variazioni sul tema de La bella e la bestia di Angela ne fanno emergere ipocrisie e sensualità.

L’ispirazione per La corte di Mr. Lyon (che comparirà sul numero di Vogue dell’aprile 1978) è la variante di Madame Leprince de Beaumont, dove Bella trova la Bestia agonizzante e la riporta in vita con la promessa di sposarla. Se Bettelheim considera la fiaba il sano passaggio dall’affetto del genitore-padre a quello del partner, Angela vede la manipolazione operata dalla Bestia ai danni di Bella, il cui interesse verso di lui suggerirebbe del masochismo. 

Nelle due variazioni sul tema firmate dalla Carter, il conflitto tra uomo e animale è assoluto e inevitabile ma, nonostante l’istinto suggerisca il contrario, razionalmente è proprio la Bestia che ha più da temere da Bella, a sua volta catturata da una bellezza  priva di freno che emerge da lui e che supera quella di ordine umano. Una bellezza naturale, selvaggia, che la stessa Bella nasconde anche dentro di sé. 

Nel racconto La corte di Mr. Lyon tutto ciò rimane più in sordina: qui, la Bella viene assorbita nello stile di vita talmente ricco, quasi da risultare sovrannaturale, della Bestia, verso cui prova sentimenti ambivalenti di rifiuto e attrazione. Dopo il ritorno alla tranquillità della casa paterna e i primi passi nella via del vizio verso cui l’agiatezza riguadagnata dal padre la seduce, Bella viene a sapere che la Bestia sta morendo di dolore per la sua mancata promessa di ritorno e corre da colui che si accorge repentinamente di amare: un crescendo drammatico che si sgonfia in un finale ironico e quasi austeniano. Tutto ciò che della Bestia è inquietante e “altro” viene riassorbito nella società con il suo ritorno alla condizione umana; assieme a quella che è ormai sua moglie, saranno il ritratto della felicità domestica di stampo borghese.

Ne La sposa della tigre, al contrario, a comparire è una bestia-uomo: ricco di simbolismo e significati, vi troviamo una Bella persa a carte da un padre scellerato e portata nel nebbioso castello di una creatura più animale che umana, celato da una maschera di cera che ricorda le descrizioni di De Sade. La Bestia esige di poter vedere nuda la virginale Bella ma quest’ultima, che ha già qualche esperienza indiretta del reame della sessualità, consapevolmente utilizza il proprio corpo come arma, stabilendo i termini secondo ed entro i quali mostrarsi al carceriere. Superate una serie di prove, deciderà di esporsi lei stessa alla Bestia, accettando a tal punto la propria natura animale da provocare un inaspettato e meraviglioso colpo di scena finale. 

Il racconto è ambientato in un’Italia ingannevole. Nelle intenzioni iniziali di Angela, è ambientato a Venezia, poi sceglie Mantova, che ha personalmente visitata in compagnia di un amico inglese trapiantato nel nostro Paese. © _chiaretti

Proprio quell’estate, la Gollancz manda alle stampe la traduzione di Angela de I racconti di Mamma Oca; anche sull’onda delle recensioni positive ricevute, Angela si getta nella scrittura del racconto che darà il nome a La camera di sangue: non solo il più lungo di tutta la raccolta ma anche quello di apertura. 

A ispirare il suo Barbablù sono i personaggi dissoluti di Colette: una giovane sposa un uomo più grande e corrotto di lei che minaccia seriamente di portarla sulla via della perdizione. L’ambientazione richiama Mont Saint-Michel, luogo isolato dall’acqua in cui si trova il castello del Marchese (riferimento chiaro a De Sade). Come nella favola originale, il marito deve allontanarsi da casa e consegna alla moglie un mazzo di chiavi che le garantisce accesso a ogni stanza della dimora. Solo una le è proibita e proprio lì la giovane scoprirà i cadaveri freschi delle consorti del marito che l’hanno preceduta. E se per Bettelheim il compito della fiaba è la rappresentazione simbolica del rito di passaggio, allora ciò trova espressione perfetta nel racconto La camera di sangue, che in questo senso si fa chiave di interpretazione di tutti i successivi. Certo, anche nell’originale compare il tema dei rischi posti dalla curiosità sessuale. Ma nel riscriverne la storia, Angela pone grottesco accento sul rapporto della protagonista con sé stessa, con la propria corruttibilità, la scoperta della sessualità fatta di attrazione e repulsione per quello che sa, con tutta probabilità, essere un carnefice. 

Proprio la curiosità delle mogli rappresenterebbe un tentativo di sovvertire il ruolo passivo della donna, sessualmente parlando, in un ruolo attivo, quasi che la trasformazione di Barbablù da marito devoto a malvagio carnefice sia causata dalla loro disubbidienza.

Un’eco dell’atmosfera sofisticata del racconto si avverte anche in Il gatto con gli stivali: i felini sono una presenza fissa nelle opere di Angela (persino il suo primo fantomatico romanzo avrebbe narrato la quotidianità di un gatto di casa!) e spesso sono simbolo di felicità domestica. Qui, il Gatto prende gli atteggiamenti del Figaro de ll barbiere di Siviglia, che influenza fortemente anche la trama (le peripezie di un astuto servitore per favorire il rapporto tra un giovane padrone e una donna sposata). Scritto ironico e apertamente comico, in cui a voli di prosa si accostano vertiginose discese nel basso (per esempio, quando il felino protagonista descrive la sua toeletta, stando attento a menzionare di leccarsi voluttuosamente l’ano!), sarà uno dei più celebri e celebrati della raccolta. Nell’inviare il racconto alla sua agente, Angela dà specifiche istruzioni affinché sia posto tra La corte di Mr Lyon Il re degli gnomi (finirà per seguire, invece, La sposa della tigre), decisione non priva di una sua logica: si giustappongono un uomo-leone, un gatto sovrumano e un genius loci, di modo che emergano i rimandi tra le tre figure. 

Nell’ultimo racconto della raccolta confluisce la fiaba Cenerentola: si tratta di Lupo-Alice, pubblicato singolarmente su Stand nell’inverno del 1978. Perfetto contraltare del racconto di apertura, vi troviamo una protagonista di identità incerta, una ragazzina allevata dai lupi che, mancando di qualunque interazione umana, ma essendo incapace di comprendere realmente il linguaggio dei lupi, si trova bloccata su una soglia tra due mondi. Raccolta accanto al cadavere crivellato di colpi della madre adottiva, viene portata in un convento e poi affidata alle cure del Duca in stato ancora semiselvaggio. Il Duca abita un castello solitario, e lui stesso ha qualcosa di disumano, al punto che, come un vampiro o un licantropo, la sua immagine non si riflette nello specchio. Entrano così in contatto due creature dall’incerta natura, forse simbolo dell’essere umano prima della civilizzazione. Alla fine, quando il Duca tornerà ad essere visibile nello specchio per intercessione della bambina, entrambi si ritrovano ormai parte del mondo umano, a seconda dei punti di vista una vittoria o una sconfitta, la preda selvaggia ormai intrappolata dal tessuto sociale.

Nel Regno Unito, la raccolta viene pubblicata infine nel 1979 per Gollancz, raccogliendo scrosci di recensioni positive e conferendo ad Angela la nomea di scrittrice sofisticata che desiderava (nonché un’aura mistica da raccontafiabe che le fu meno gradita). 

Una foto della prima edizione della raccolta.

In un’Inghilterra sempre più votata al politically correct, molti sono i recensori che tendono a ricondurre la produzione di Angela in generale e La camera di sangue in particolare sotto l’etichetta di opera femminista; tanto che Angela si vede costretta a chiarire il proprio atteggiamento in merito in un articolo del 1980, The Language of Sisterhood, che prende spunto dalla campagna per rendere l’inglese una lingua più “femminile” rispetto alle strutture patriarcali ereditate allora in uso. Non solo afferma il proprio scetticismo circa il ruolo delle norme sintattiche nella cospirazione per costringere la donna a uno stato di minorità, ma parte dal presupposto che si vogliano mettere a tacere le minoranze in generale, e non la donna in particolare. Il tutto nel tono provocatorio che è la sua cifra stilistica. 

A tutt’oggi considerata la sua opera massima, La camera di sangue si guadagna la vittoria nella prima edizione del Cheltenham Prize for Literature; proprio nell’inverno tra il 1979 e il 1980, Angela converte La compagnia dei lupi in una radio-play, che verrà ascoltata da un giovane e promettente regista di nome Neil Jordan, che esprime il suo interesse nell’adattare il progetto per il cinema. Il progetto si concretizzerà nell’estate del 1983, quando i due lavoreranno insieme allo script, e il film, In compagnia dei lupi, farà il suo esordio nelle sale il 21 settembre dell’anno successivo con grande successo di pubblico.

Il trailer del poetico e truculento film diretto da Neil Jordan, In compagnia dei lupi, del 1984.

E così concludiamo il primo di una lunga serie di approfondimenti dedicati ad Angela Carter, la cui vita artistica e privata riscopriremo nel corso del nostro progetto #LEGGIAMOAngelaCarter. Se volete saperne di più su quella che a buon diritto può definirsi la signora del fantastico inglese, vi invitiamo a seguire l’hastag dedicato su Instagram e il nostro blog, che nei prossimi mesi aprirà le porte anche ai contributi di una squadra di ospiti reclutata per l’occasione.

– Lucrezia 🐵

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