#LEGGIAMOANGELACARTER ✍️ – Un’infanzia (ben poco) favolosa 👧🏼 🍽 🤰

Primo appuntamento con i nostri ospiti per il ciclo di riscoperta di Angela Carter, giornalista, saggista, scrittrice e signora inglese del fantastico, prematuramente morta nel 1992; apprezzatissima all’estero ma ingiustamente dimenticata in Italia.

Iniziamo con un’incursione nell’infanzia di Angela grazie alla preziosa guida di Alessia Dulbecco, pedagogista e counselor, che dal 2011 si occupa di formazione, comunicazione e relazioni in ambito aziendale e famigliare; specializzatasi sui temi dell’inclusione, delle politiche di genere ed esperta di problematiche educative, Alessia ci aiuterà a comprendere quanto influenti siano state le dinamiche infantili dell’autrice nello sviluppo delle sue relazioni in età adulta e della sua produzione letteraria.

La parola ad Alessia, che ringraziamo ancora per la collaborazione al progetto #LEGGIAMOAngelaCarter!


Angela Carter era una scrittrice troppo individualista, troppo intensa per dissolversi con facilità: formale ed eccessiva, esotica e demotica, raffinata e volgare, favolista e socialista, rossa e nera.

Con queste parole Salman Rushdie descrive, nella prefazione al volume Nell’antro dell’alchimista recentemente pubblicato da Fazi Editore, il talento dell’autrice inglese prematuramente scomparsa agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso.

Nell’antro dell’alchimista è la raccolta in due volumi (di cui è attualmente disponibile il primo) dei racconti di questa autrice fondamentale. 

Sarà che la mia professione mi colloca costantemente all’interno di una prospettiva pedagogica, ma quando leggo un’autrice come Angela Carter mi chiedo come abbia influito la sua educazione non solo nella costruzione del suo stile, ma anche in merito ai temi affrontati, alle idee espresse e al filo conduttore che attraversa le sue opere.

Nei suoi romanzi e racconti, infatti, Carter parla di sessualità, di legami familiari (si pensi a Figlie sagge: due gemelle orfane di madre, il cui padre ne rifiuta il riconoscimento facendo ricadere la paternità sullo zio, e che saranno accudite dalla nonna materna) e di patriarcato, che cerca di decostruire minando gli archetipi che lo sostengono all’interno di una delle forme più antiche di trasmissione culturale: le fiabe.

Un’infanzia anticonvenzionale e una strampalata carriera, tra identità scambiate, fidanzati in prestito, spettacoli improvvisati e feste che culminano in incendi, per le protagoniste di Figlie sagge.

Ho deciso dunque di ripercorrere i punti salienti dell’infanzia della scrittrice per provare a interpretarle da un punto di vista pedagogico. Non solo: insieme proveremo a capire anche quanto la sua infanzia abbia influito, una volta diventata adulta, sul suo modo di intendere l’amore, i rapporti di coppia e il femminismo, una corrente che con le sue riflessioni ha sempre lambito senza mai trovarsi in totale accordo con essa.

Gli studi in ambito psicologico e pedagogico hanno ormai dimostrato il grande valore dell’infanzia: è proprio durante questo periodo che la persona comincia il suo percorso formativo ed educativo. È in questa fase che si gettano le basi dell’empatia, che si impara a gestire le emozioni e a strutturarsi in quanto soggetto senziente. Il ruolo dei genitori (o del caregiver) è perciò fondamentale, poiché offre un rispecchiamento all’agire, aiuta a decodificare gli stimoli, a comprenderli e a introiettarli.

L’infanzia di Angela subisce l’influenza della Seconda guerra mondiale. A causa del conflitto la famiglia (apparentemente liberale, ma in realtà molto conservatrice e bigotta) si trasferisce infatti a Wath-upon-Dearne, vicino alla nonna materna, Jane, che per lei sarà una figura importantissima: una donna forte, indipendente, i cui tratti caratteriali emergeranno spesso nelle protagoniste nei suoi libri. Le figure femminili positive dei suoi testi avranno infatti molti punti in comune con Jane; le madri, invece, non assomiglieranno mai alla sua.

Al centro del ritratto famigliare, Jane Farthing (la nonna di Angela) e, dietro di lei, la figlia Olive (sua madre). Il rapporto conflittuale tra le due donne avrà pesanti conseguenze sull’infanzia e sulla crescita di Angela.

Tra la madre, Olive, e la nonna il rapporto è conflittuale e complesso. Oggi, è risaputo, i bambini assimilano anche indirettamente quella che è l’atmosfera del proprio ambiente di riferimento ed è lecito immaginare che la piccola Angela abbia fatto altrettanto, assorbendo il forte senso di conflitto, tensione e rivalità che le due donne esprimevano vicendevolmente. Olive, schiacciata dalla presenza di Jane, cerca di ristabilire il suo potere sulla figlia una volta finita la guerra e dopo il rientro della famiglia a Londra.

Olive, ben lontana dall’essere una madre attenta ai suoi bisogni, non costituirà per la Angela una figura di riferimento e cercherà di costruirsi un’ascendente su di lei da un punto di vista materiale, viziandola, offrendole dolciumi e cibo in abbondanza, ma non la sensazione di rispecchiamento che un genitore “sufficientemente buono” dovrebbe saper offrire.

Se è vero, come affermano gli psicologi Robert e Mary Goulding, che «i bambini hanno bisogno di qualcuno da cui copiare la felicità e di qualcuno insieme a cui essere felici», possiamo supporre che Olive sia stata per Angela tutto il contrario.

I coniugi Goulding (lei assistente sociale, lui psichiatra) hanno fondato la terapia ridecisionale, che combina il quadro teorico dell’analisi transazionale con le tecniche di intervento della terapia Gestalt. In Italia, Astrolabio ha pubblicato Il cambiamento di vita nella terapia ridecisionale.

La famiglia è ripiegata su se stessa, i rapporti sociali sono ridotti al minimo e Angela si trova a crescere in un clima claustrofobico, caratterizzato dalla presenza costante della madre che continua a trattarla come una bambina nonostante gli anni passino. Come spesso accade in molte situazioni di questo tipo (analoghe a quelle che incontro quotidianamente nella mia attività) i segni di disagio esistenziale emergono progressivamente. Angela comincia a essere in sovrappeso e a manifestare una spiccata balbuzie, unita ad alcune fobie (ha paura degli attacchi nucleari, delle malattie). È facile leggere questi sintomi come l’espressione di un malessere interiore derivante proprio dal rapporto con la madre, incapace di prendersi cura di lei da un punto di vista emotivo, sorda ai suoi bisogni interiori, lontana dalle sue esigenze reali di giovane adolescente, che ha bisogno di essere sostenuta nel processo di crescita.

La balbuzie esprime molto bene il silenzio obbligato a cui Angela è stata costretta da entrambi i genitori; la sessualità è un argomento bandito in casa Stalker e lei si ritrova in una duplice impasse: non può esplorarsi (racconterà da adulta di un episodio in cui il padre la rimproverò aspramente per aver posto delle domande sulla comparsa dei peli corporei) ma non può neppure tenere nascosti questi cambiamenti, né controllarli.

Questo forte senso di soffocamento e l’impossibilità di avere controllo su di sé hanno un’incidenza fortissima sulla sua formazione: è possibile che il suo carattere individualista, in difficoltà nelle relazioni affettive e sentimentali e che emergerà successivamente, derivi in proprio da qui, dalla sua personale lotta contro il controllo genitoriale.

Per quanto la parola possa essere ormai abusata, è vero che una crescita “armoniosa” sia strettamente correlata alla qualità del rapporto con le figure di riferimento e all’equilibrio del proprio ambiente. Nella vita di Angela, invece, le relazioni familiari distorte, la scarsa presenza di amici, le difficoltà relazionali vissute in questa prima parte della sua esistenza gettano le basi per un’adolescenza turbolenta e difficile.

Angela comincia a manifestare il rifiuto per il cibo. La dieta ferrea a cui si sottopone sfocia in una forma di anoressia che rappresenta un’ulteriore “riconquista” del controllo sul suo corpo, poco per volta estesa anche ad altri aspetti del Sé, tra cui il linguaggio e le abitudini. Angela cambia modo di vestire, scegliendo tacchi, abiti attillati e appariscenti; fuma e comincia ad usare le parole per provocare, soprattutto i genitori, utilizzando espressioni colorite e parlando di sesso in modo disinibito.

Articoli sul cibo (e non solo su quello) saranno raccolti in Expletives Deleted, raccolta di saggi pubblicata a fine anni Novanta da Fazi Editore con il titolo La donna pomodoro. Eros, cibo e letteratura.

L’adolescenza rappresenta un momento delicato per via dei rapidi cambiamenti che apporta sia da un punto di vista fisico che sul piano emotivo. È una fase della crescita che passa tanto più facilmente quanto più i genitori sanno fornire una sponda sicura entro cui il/la giovane può iniziare ad esplorare la propria indipendenza.

Per Angela, che non può far affidamento sulla presenza dei genitori come argine, rappresenta invece il momento in cui comprende che il rapporto con sua madre rispecchia quello che Olive ha avuto con Jane e capisce che l’unico modo per spezzare la catena è quello di allontanarsi da questa dinamica. Prova a gettare un’ulteriore barriera attraverso gli studi. La giovane vorrebbe infatti iscriversi a Oxford, ricercando quindi una distanza anche fisica dalla famiglia, ma è costretta a rinunciarvi perché i genitori manifestano la volontà di seguirla.

L’ultima possibilità pare essere il matrimonio. Angela incontra per caso Paul Carter e i due cominciano una relazione che, per lei, non rappresenta tanto l’esito di una tensione amorosa ma costituisce una via di fuga. Accetta le richieste di Paul, prima di fidanzarsi ufficialmente (per lei, un ulteriore gesto di ribellione dalle richieste genitoriali che l’avrebbero voluta impegnata esclusivamente nella carriera lavorativa) e successivamente di sposarlo nell’autunno del 1960.

Angela è ormai ventenne e, in chiave pedagogica, è possibile affermare che abbia già concluso le sette tappe del primo ciclo di sviluppo. Secondo Pamela Levin, che ha ideato questa teoria, il processo di crescita può essere definito come un percorso composto da sette stadi che cominciano nell’infanzia e terminano intorno ai vent’anni per poi ripetersi ciclicamente nel corso della vita.

Rappresentazione grafica del ciclo evolutivo di Pamela Levin. © counselingjet.it

La vita adulta di Angela porta con sé tutte le mancanze e i bisogni inespressi delle fasi precedenti. Il matrimonio si rivela da subito un disastro e con Paul (che deciderà di lasciare ufficialmente solo molti anni dopo) si troverà ad agire esattamente come sua madre si è comportata nei suoi confronti, cioè con lotte di potere sempre in bilico tra il bisogno di esprimere la propria indipendenza a scapito di quella altrui, e la necessità di non essere fagocitata dalla presenza dell’altro.

Il fatto che in molte delle sue relazioni (non solo con Paul ma anche con gli amanti che incontrerà successivamente) Angela si trovi a ripetere in maniera molto simile il medesimo copione è significativo del fatto che i cicli di sviluppo avviati in età adulta risentano delle sue lacune infantili in merito a quei “compiti di sviluppo” non raggiunti.

Se è vero che l’infanzia di Angela non è stata particolarmente facile e felice, è anche lecito supporre che sia stato proprio quel carico di bisogni inespressi e quella necessità di esplorare il corpo e la sessualità che l’ha portata riflettere sul ruolo della donna, sugli stereotipi di genere e sui rapporti di potere nelle relazioni.

Tale riflessione è presente in molte delle sue opere e con essa esprime una visione che in parte asseconda le teorie femministe della seconda ondata ed in parte se ne distanzia. Pur esprimendo tutta la sua contrarietà nei confronti del patriarcato, ritiene che uomini e donne siano fondamentalmente simili, adottando una visione diametralmente opposta da quella delle femministe della differenza.

«E se nell’uomo c’è la belva, essa trova il suo corrispettivo nella donna»: così una madre spiega alla figlia il rapporto tra uomo e donna nel film In compagnia dei lupi di Neil Jordan, tratto dalle fiabe di Angela. Sopra, una foto dal set.

Secondo Carter le donne hanno una responsabilità forte nel mantenimento di questo status quo: nell’incolpare gli uomini del loro atteggiamento aggressivo e dominante, esse cospirano a loro volta per mantenere lo status di “sesso debole”. L’unico modo di combattere il patriarcato e uscire da questa impasse è rifiutare le differenze di genere.

La camera di sangue, l’opera che forse più di tutte l’ha resa celebre, rappresenta proprio il tentativo di decostruire il genere e gli stereotipi all’interno di uno dei veicoli culturali più potenti, le fiabe, poiché i loro valori sono introiettati soprattutto durante l’infanzia e quindi acquisisti in modo per lo più inconsapevole.

La camera di sangue, per la prima volta pubblicata da Giangiacomo Feltrinelli Editore, è riedita adesso da Fazi nel primo volume de Nell’antro dell’alchimista.

La sua reinterpretazione delle fiabe più celebri, da La bella e la bestia al Gatto con gli stivali, passando per la drammatica Barbablù con cui tante autrici si sono confrontate (basti pensare alla celebre Clarissa Pinkola Estés nel suo Donne che corrono coi lupi), è portatrice della sua visione a proposito dei rapporti affettivi, del matrimonio (quasi sempre un fatto drammatico, come nel caso di Bella che viene ceduta alla Bestia solo perché il padre perde con lui a carte), delle relazioni tra i sessi. Le donne sono le protagoniste, raccontano tramite simboli soprattutto della propria fioritura sessuale, e spesso sono altre donne, quelle forti, col carattere risoluto di nonna Jane, a salvarle.

La sua riflessione sulle tematiche femministe colloca l’autrice in una posizione molto più vicina a quelle degli attuali studi di genere ed è in questi aspetti che, a mio parere, si rivela tutta la forza del pensiero di Carter, che più che mai, oggi, ha bisogno di essere riscoperto e approfondito.

Alessia Dulbecco

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