#JUSTREAD 👁 – Estratto da “Racconti ritrovati” di Emanuel Carnevali 🇮🇹 🏚 🇺🇸

D Editore scava ancora nel passato di Emanuel Carnevali e restituisce al lettore la produzione dello scrittore e poeta fiorentino, uno degli «scrittori maledetti del ventesimo secolo», un perdente, che «muore da fallito, proprio come da fallito ha vissuto» (così nella prefazione firmata da Emidio Clementi, scrittore e fondatore dei Massimo Volume). Un autore già deceduto in vita, oscurato dalla fatica e dall’encefalite letargica che gli impedisce di prendere in mano la penna e battere sulla macchina da scrivere.

Muore tragicomicamente, soffocato da un tozzo di pane. Non falliscono però i sentimenti, le idee e le parole di Carnevali.

Ho scritto questo […]; sono uno scrittore e scrivo di persone e di cose […].

– Emanuel Carnevali, Racconti di un uomo che ha fretta. Primo racconto

In occasione dell’imminente presentazione del volume alla libreria I Trapezisti di Roma, a cui parteciperemo insieme all’editore Emmanuele Jonathan Pilia e il curatore di collana Valerio Valentini, ai lettori del blog offriamo un capitolo dell’ultimo racconto dal trittico Racconti di un uomo che ha fretta, l’unica narrativa lunga di Carnevali a non esser stata pubblicata postuma. Il racconto, il preferito dall’autore tra i tre, esordisce sulla rivista letteraria The Little Review nel 1920.

Uno scritto innegabilmente autobiografico sull’istituzione della casa negli Stati Uniti e la transitorietà degli immigrati, per sempre figli stranieri anche tra le braccia della terra d’adozione.

Una foto di Emanuel Carnevali. A destra, lo scrittore ritratto da Martina Marzadori, che ha illustrato la copertina de Il primo Dio nell’edizione D Editore nonché autrice dell’immagine in apertura.

I ricordi piangono e vestono a lutto, tutti i ricordi lo fanno. Ho lasciato lei e la casa. Avrei potuto dipingere le pareti mezze blu e mezze rosa, e avrei potuto disegnarvi nel mezzo un girasole dalla testa pesante e pensierosa. Avrei potuto disegnare i miei incubi sui muri della mia camera da letto e ridere di loro dopo averli elevati a forma d’arte. Avrei potuto intrecciare ghirlande di foglie di quercia e di acero delle Palisades tutt’intorno e avrei potuto cospargere il pavimento di sabbia e di ciottoli e la mia camera di cenere. Avrei potuto comperare fazzoletti di seta e issarli alla finestra, ogni giorno uno diverso dall’altro. Avrei potuto piantare fagioli, prezzemolo e belle di giorno in una cassetta piena di sporcizia, fuori, sulla scala di sicurezza, dove è proibito mettere “cose ingombranti”. E avrei potuto scrivere un trattato di gran successo per dimostrare come i mangiaspaghetti infrangano tutte le leggi degli Stati Uniti.

Ma non l’ho fatto, non sarebbe stato sufficiente, e una scelta è una scelta e io ho scelto la ribellione. Me ne sono andato.  

Me ne sono andato. Sono di nuovo un vagabondo. Sono un inquilino. In una Camera Ammobiliata. Una delle case dei senzatetto, degli orfani, delle puttane, dei papponi, delle zitelle povere, dei poveri scapoli, degli omosessuali, delle giovani stenografe che non se la passano bene, dei camerieri e dei portieri, le case degli inutili e degli stranieri. La tipica Casa Americana, la Camera Ammobiliata. Il Nuovo Mondo è stanco della famiglia. Il Nuovo Mondo manda al diavolo i ceppi europei della famiglia e crea una nuova istituzione – un’istituzione transitoria nel transitorio Nuovo Mondo – la Camera Ammobiliata. La Camera Ammobiliata dà con misere braccia il benvenuto ai disperati ribelli della terra. Sono un tipico americano, vedete? Sconosciuto. Nessuno mi conosce e, per compenso, tutti mi conoscono, perciò parlo in maniera cruda e democratica a ciascuno nello stesso modo, perché non amo nessuno in particolare. Nella Camera Ammobiliata si lascia cadere regolarmente la sporcizia del corpo e del cervello – il vento non entra mai a portarla via – la Camera Ammobiliata è l’insieme delle mie frattaglie spirituali e materiali, conosce tutto quello che in me non va, come l’orribile cadavere di un uomo morto di malattia sa esattamente tutto quello che in quell’uomo non andava. Non sa nulla di ciò che è buono in me. Perciò non mi può riconoscere e io non posso essere un eroe, qui. Devo essere lo spregevole sciocco che sono ai suoi occhi.  

Le vecchie case, dove possono vivere le vecchie famiglie, sono color della terra, sorte dalla terra come gli alberi – in primavera hanno i loro boccioli, in estate i loro frutti. La vera Casa Americana è la Camera Ammobiliata. I ricchi, la borghesia! Non lasciatevi ingannare in proposito: le loro case sono imitazioni irreali e brutte, e ci sono gli alberghi. Alberghi e camere ammobiliate. E concubine, papponi, intermediari e i loro cacciatori di teste. La TAVOLA CALDA e il RISTORANTE. Se si può mangiare al ristorante tutta la vita, si può anche dormire in una Camera Ammobiliata o in un albergo tutta la vita. Forse sono in pochi, o forse in molti, perché dovrei saperlo io? Sono forse cieco dalla miseria? Oh, Cristo, sto piangendo! Se non vedo bene è perché ho gli occhi pieni di lacrime! Ve lo dico io, ho conosciuto troppe persone che non sapevano nulla dei vecchi canti negri e nulla del New England e delle torte che si fanno – o si facevano – là e che sono la tradizione del paese, e ho conosciuto molti che non sanno come i grattacieli appaiono tremendamente – e forse felicemente – sacrileghi. Questi sono i senzatetto, e io sono uno di loro. Non mangiano come gli altri uomini, non dormono come gli altri uomini, non vedono i loro colori. Perché avete tolto i colori dalle vostre città? Presto diventeranno tutti ciechi. Non sono i colori la sostanza della nostra vista? Non determinano, non definiscono la nostra vista? Voi, chimici, ingegneri, medici d’America, voi avete reso grigio questo paese. Perché maneggiate soltanto cose grigie, perché tutto diventa grigio nelle vostre mani? Volete che perdiamo tutti la vista? Uno scienziato dice che c’è poesia nelle macchine – ma chi diavolo vuole la poesia! Stiamo parlando di colori, di sapori e di profumi. Perché togliete la gioia dalle arance e dalle albicocche, perché uccidete i frutti? E chi è che vuole soffocarci con quel fumo? Siete voi, scienziati? O chi altri potrebbero essere? Non è possibile che siano solo gli scienziati. È una cosa passeggera? È per i bambini? Non sono uno sciocco! Vorreste che facessi una protesta migliore, più specifica, vero? Ma questa è la mia protesta e quella di un milione di greci – oh, li avete visti i bei greci che lavorano nelle cucine e nei ristoranti, e li avete sentiti? Cantano ancora i canti delle loro montagne! – e di un milione di italiani –, li avete visti tornare a casa dal lavoro infagottati in due giacche, un golf, due grosse paia di guanti per combattere il freddo, la pelle del collo dura come la corteccia? Be’, loro dicono: America, donne senza colore, frutta senza sapore. E forse hanno ragione. Non vedete i milioni di ragazze, quasi tutte povere e giovani operaie, imbellettate e incipriate, che sembrano maschere del Giorno del Ringraziamento o grotteschi visi di morti? Parlerò meglio di questo un’altra volta – credo che questa sia un’importante denuncia da fare – ma ora non ho tempo, me ne vado, me ne devo andare, me ne devo andare, me ne devo andare.  

Loro, le stanze ammobiliate, mi ripresero. C’è sempre un bordello per una prostituta e c’è sempre qualcuno con un morboso desiderio per lei, non importa quanto vecchia e ammalata sia; così le camere ammobiliate mi ripresero. Faccio dei grandi segni al cielo davanti alla mia finestra, la notte. Dico, dico, è meglio non andare avanti a questo modo, faresti meglio a fermarti; manda un messaggio ai giovani, «che la battaglia è inutile e che l’unica buona maniera di comportarsi è quella che richiede alla fine il suicidio». Dedico una preghiera per quelli che sono nella mia stessa grave condizione, i pensionanti, i clienti degli alberghi, gli habitué delle sale cinematografiche. Non credo alla rivoluzione. Quando gli uomini si fanno avanti per uccidere, io mi chiudo nella mia camera, mi siedo e qualche volta voglio morire e qualche altra mi metto a piangere. Vengono a trovarmi i ricordi, solo i ricordi, non gli amici. Gli amici sono mele colte dall’albero del proprio frutteto: nessun frutteto, nessun albero, nessun umico. Qualcuno che mi conosce ne soffre anche, e mi dice: «Io ti sono amico». Ma nessuno sa che io non soffro soltanto, ma vado anche avanti, vado avanti, vado avanti. Piango lacrime che sono diamanti e gocce d’argento e di zaffiri quando un raggio di luna ne forgia il profilo: così dietro il mio dolore c’è la bellezza, e io la seguo. Sono un vagabondo, e grido fra i relitti dei miei ricordi e i miei fallimenti come un bambino pazzo fra i suoi vecchi giocattoli, che sono sempre nuovi per lui. Non vi inganno, non vi ho mai detto che parlo con Dio. E non parlo nemmeno con voi, perciò lasciatemi stare. Non capisco mai chi e che cosa sia Dio; qualche volta è un simbolo sentimentale. Sono un vagabondo. Dio significa casa, famiglia, padre, madre, moglie, fratelli e sorelle. Niente di tutto questo, qui. Son venuto nel paese in cui ci sono soltanto vagabondi e bugiardi e spettri… I bugiardi ridono e dicono di avere una famiglia e la madre e le sorelle e vanno in giro parlando del “nostro Paese”. So che sono bugiardi perché parlano della “loro antica gloria” e dei “bei tempi antichi” – ma questo è un Nuovo Mondo. Gli spettri svolazzano spaventandoci con drappi di seta giapponese e cinese e con sudari europei. Ne conosco alcuni: una donna grassa che fuma i sigari, un uomo d’affari che ha le basette alla D’Artagnan, uno sdentato puzzolente dagli occhi assonnati che si arrabbia con tutti e poi s’inchina a loro dicendo: «Sono così triste», un donnaiolo, un affarista che è stanco della sua faccia.  

Ho lasciato, in un paese veramente vecchio, un’antica casa. C’era troppa tristezza in essa. E nessuna via d’uscita, perché erano tutti troppo saggi. La casa era stanca di stare in piedi sui suoi muri e udire le grida della vecchia gente che vi moriva dentro. Se mai il gran vento che io, un vagabondo, conosco così bene, investirà quella casa, la taglierà in strisce come un pezzo di carta, la accartoccerà e la disperderà. Son venuto dove non ci sono case. Non ne ho ancora viste. Forse, giù nel Sud, o a ovest… Oppure su, a nord. Ma non dove sono stato io. Sono stato in giro, mi sono guardato attorno e ho occhi e non sono uno studioso di statistica e poi… non parlo a nessuno in particolare. E mi sono sposato e ho avuto una casa. È stato un errore.  

Ora sono di nuovo un vagabondo che semina parole da un buco della tasca e conosco soltanto altri vagabondi come me e li esorto a vagare senza meta. A vagare e ad andare, di fretta, come faccio io. Quando siamo stanchi, ci riuniamo e cantiamo vecchie, vecchissime canzoni che nessuno all’infuori di noi capisce, e ci chiamiamo l’un l’altro “fratello” e “artista”. E spesso piangiamo insieme, quando ci rendiamo conto che non ci possono essere fratelli senza che ci sia una famiglia, né artisti senza che ci sia una casa… quando ci rendiamo conto che siamo anche bugiardi. 

Titolo: Racconti ritrovati

Autore: Emanuel Carnevali

Casa editrice: D Editore

Pagine: 156

Anno (Italia): 2019

ISBN: 9788894830439

Prezzo: 13,90 €

Ebook: 5,99 €

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