INTERVISTA a Karin Tidbeck: “Amatka”, la distopia della parola 🗣💬✍🏻

Come forse ricorderete, qualche mese fa abbiamo letto e recensito Amatka di Karin Tidbeck, una delle bellissime proposte oblique di Safarà Editore: un romanzo distopico incentrato sul potere delle parole. Siamo state felici (ma non sorprese) di ritrovarlo in lizza per l’edizione 2020 di Modus Legendi e ci è sembrata l’opportunità perfetta di fare una chiacchierata con la sua autrice.

Amatka è stato uno dei cinque finalisti dell’ultimo Modus Legendi e il terzo libro più votato. Qui l’opinione di Angelo Di Liberto sul romanzo.

Karin ci ha raccontato del mondo emerso dai suoi sogni, delle grandi questioni di cui si è popolato ma anche del processo creativo prima di arrivare alla pubblicazione e persino della sua parola italiana preferita.

Lasciamo allora parlare Karin e partiamo con lei alla volta della misteriosa Amatka (scrollate in fondo alla pagina per leggere l’intervista in lingua originale).


SOTTOLACOPERTINA: Abbiamo letto che non ha iniziato a scrivere Amatka partendo da zero, ma che è una strutturata rielaborazione di alcune tue poesie. Puoi spiegarci questo interessante processo di creazione, quasi metaletterario?

KARIN TIDBECK: All’inizio degli anni Duemila, ho cominciato a prendere nota dei miei sogni. Facevo sogni spettacolari di vasti paesaggi, flora e fauna dall’aspetto bizzarro, macchinari alieni. Dato che certi luoghi erano ricorrenti, è diventato un progetto in cui ho costruito una mappa dei miei sogni fino ad ottenere un continente. In seguito, pensai che la maniera migliore di comunicare qualcosa di assai strano e complesso in modo semplice fosse per mezzo della poesia. Volevo condensare queste immagini in qualcosa di quanto più semplice possibile. Tutto ciò è diventato una silloge poetica che ho chiamato Ivory and Horn. Non sono riuscita a venderla a un editore, così l’ho messa da parte e l’ho adattata in una prosa breve. Dato che neanche questo è servito, sono andata più a fondo e ho ampliato alcune delle idee di base. Il mio punto focale era: cosa succederebbe se esistesse un mondo mutevole quanto un paesaggio onirico? Come sarebbe viverci? Come sarebbe la società, e cosa farebbe la gente per sopravvivere? Ho tracciato la mappa di un mondo che rispecchiasse il continente dei miei sogni. È apparsa una protagonista: Vanja. Era la mia esploratrice in questo paesaggio. Tutto questo processo, dall’appuntarmi i miei sogni al manoscritto completo, è durato circa otto anni.

S: Negli ultimi anni il genere distopico ha visto nuova vita e fortuna, uscendo anche dalle nicchie di lettori di speculative fiction (venendo letto e apprezzato da persone che non sanno nemmeno cosa sia). Per quale ragione si scrive e legge tanto a tema? Letture catartiche che portano fuori le paure più profonde e le pongono sul piano della fiction (fantastica, per di più), quindi relegandole nei confini bizzarri ma ben delineati della fantasia? O, piuttosto, monito, se non espressione, dalla fobia generale circa la fine del mondo per come lo conosciamo? (Domanda bonus: tu sei spaventata dal futuro, Karin?)

KT: Le distopie possono significare molte cose per molte persone, perciò è difficile dare una risposta univoca. Hanno fatto parte della fantascienza sin dalla nascita del genere, e la loro popolarità è cresciuta nei momenti di agitazione politica. In parte, si tratta di descrivere le apprensioni della società odierna; non concepisco la fantascienza come profezia, ma piuttosto può essere un modo di raccontare la nostra società attraverso la lente fantascientifica. Gli scrittori non vedono il futuro più chiaramente di quanto non faccia chiunque altro. Ma naturalmente, in parte si tratta anche di parlare delle paure per il futuro. Di venire a patti con ciò che potrebbe essere, ma anche di pensare a soluzioni e sopravvivenza. Ho speranze e timori per il futuro. Siamo posti di fronte a enormi problemi, ma abbiamo anche idee e tecnologie che prima non avevamo.

S: Nonostante l’apparente passività, Vanja è una dei pochi disobbedienti. Nata per essere una figlia perfetta del sistema, si allontana dalla volontà creatrice. La sua disobbedienza è sottilmente giocosa (penso all’episodio infantile della marcatura della matita: ricorda uno scioglilingua!) e le sue azioni non portano a un “bene” scintillante, meritevole di collettiva lode. Mi ha ricordato un po’ il nostro Pinocchio, bambino di legno che tutti vogliono far diventar a forza un ragazzo vero come gli altri e che, invece, nonostante in qualche modo si sforzi di seguire le direttive del padre, della madrina eccetera, esce fuori dal percorso che gli altri vogliono per lui. Sbaglia, va incontro a non pochi problemi, piange e spesso se ne pente ma (nel finale originale) non si “ravvede” per nulla. Puoi parlarci di come hai dato forma al personaggio di Vanja?

KT: Il processo di creazione di un personaggio somiglia al resto del mio processo di scrittura: si basa sulla spontaneità e sul gioco. Mi piace fare cose come intervistare il personaggio; o fingere di essere il personaggio e scrivere alcune memorie o scene dalla prospettiva di quella persona. Il fatto che io sia una roleplayer ha avuto un’enorme influenza: concepisco la creazione di un personaggio proprio come fa un roleplayer, e cioè, quando scrivo, non scrivo da un punto di vista esterno, ma interno al personaggio. Immagino di essere lui, più che scrivere di lui. Inoltre, non sento di dover inventare nulla. Il personaggio è già lì, immagino: tutto quello che devo fare è scoprire chi sia. Parlare con lui, fare domande, mettermi nei suoi panni.

S: Nella nostra recensione abbiamo definito Amatka sì una distopia, ma “gentile”. Ci sono regole e punizioni, ma i cittadini possono godere di una solida sicurezza e di una certa, inaspettata libertà (è concesso il trasferirsi, far domanda di un altro lavoro, leggere e radunarsi in gruppo, spendere come si desiderano le tessere, rilassarsi in centri ricreativi, scegliersi un compagno senza restrizioni di genere). Una caratteristica che allontana il romanzo dalla tradizione narrativa del genere distopico, ma lo avvicina alla sensibilità del lettore. Alla sua realtà. La società amatkiana sembra davvero avere tanti punti in comune con la nostra (di Paesi cosiddetti “sviluppati”). Pensiamo al tuo, in particolare: la Svezia. All’apparenza isola felice, fondata sul rispetto e sulla comunione, sembra che in realtà (anche se poco denunciato) la situazione non sia così desiderabile: la tua è una critica al tuo Paese, anche? E se sì, in che misura? Che tipo di influenza ha avuto, nella creazione di Amatka, la società in cui vivi?

KT: Il mio non è un romanzo di critica politica, o che. Ho preso spunto dal mio Paese natale, ma non ho scritto con l’intento di criticare alcun elemento in particolare della società svedese. Non è quel tipo di storia. Quello con cui ho lavorato, in realtà, è stata la mia crescita tra i socialisti, e gli ideali diffusi tra gli intellettuali di sinistra degli anni Settanta. C’erano idee sulla comunità, sull’unione e la solidarietà che mi hanno sempre affascinato. C’erano alcune comuni di impianto rigidamente socialista in Svezia negli anni Settanta che idealizzavano i principi della Cina maoista o della Russia sovietica, secondo cui la gente si impegnava a vivere. Ho pensato, cosa accadrebbe se una di queste comuni diventasse molto grande? E se questa comune poi trovasse un portale su un altro mondo? Cosa succede quando gli ideali borghesi irriducibilmente socialisti della Svezia degli anni Settanta incontrano un mondo dove nulla è costante? Qui sta l’esperimento.

Un altro elemento era la questione del genere e della sessualità. Ero stanca di distopie dove le donne e le persone queer vengono oppresse. Sono giunta alla conclusione che in una vera utopia/distopia socialista, il genere a cui appartieni o chi ami non avrebbe importanza, fintantoché sei un leale cittadino che fa la propria parte. Non è totalmente vero che in Amatka vi sia parità di genere – la regola per cui chiunque possa debba produrre un numero stabilito di figli (in modo da preservare un numero stabile di abitanti) è terribile e va a colpire con forza le donne (dato che la gravidanza è invasiva e rischiosa) e chi non vuole figli. È uno dei traumi di Vanja – non vuole avere figli, ma la società vuole che li abbia. Però, nessuno batte ciglio quando lei e Nina instaurano una relazione. Il fatto che Vanja sia queer non la rende una cattiva cittadina. Ok, ho divagato – ma immagino che l’approccio più o meno progressista della Svezia in materia di genere e sessualità abbia giocato un ruolo.

S: La prosa: sciolta, semplice e diretta, senza articolate raffinatezze letterarie. È la maniera che preferisci per raccontare le tue storie o, data la materia di Amatka, ti è sembrato il linguaggio più adeguato con cui trasmettere questa storia in particolare?

KT: Nell’originale svedese, volevo usare una prosa che fosse trasparente e non oscurasse la storia. Mi sono detta che più i concetti e le idee erano complicati, più la prosa doveva essere semplice. Ho anche pensato al modo in cui i cittadini delle colonie usano la lingua, e volevo che la prosa lo riflettesse. Nella scrittura c’è il minor numero possibile di metafore, sinonimi e omonimi, dato che di fatto sono proibiti nella lingua di Amatka. In compenso, la prosa nel mio prossimo romanzo The Memory Theatre al confronto è ricca, perché si adatta bene alla storia.

Il prossimo romanzo dell’autrice, The Memory Theatre, da lei stessa definito «a Shakespearean interdimensional caper with gore, or a story about finding your way home», verrà pubblicato dalla casa editrice Pantheon Books.

S: Hai lavorato in prima persona alla traduzione in lingua inglese. Volontà comprensibile da parte di chi mostra tanta attenzione verso le parole. Puoi raccontarci questa tua esperienza? E per quanto riguarda l’edizione italiana, ti sei in qualche modo interfacciata con la traduttrice (e editor Cristina Pascotto)?

KT: Ho tradotto il manoscritto e poi, dato che era la mia prima traduzione, ho ingaggiato un traduttore bilingue per aiutarmi a sistemare la prosa. Il tutto è stato un processo lungo e difficile, perché non avevo alcuna esperienza pregressa con la traduzione. Ma nessun altro voleva farlo, quindi ho dovuto pensarci io. Non ho mantenuto molti contatti con la signorina Pascotto mentre il libro veniva tradotto in italiano – preferisco non metterci granché mano quando qualcuno sta traducendo il mio libro in una lingua che non capisco.

S: Il futuro sembra troppo impaziente per concentrarsi ancora a lungo sulle parole. Senza allarmismi: la parola non sparirà (non a breve, forse mai), ma sembra soffrire un po’ della competizione di altri medium espressivi più immediati e universali (si dice che la nostra è la società delle immagini: pensiamo anche solo ai caratteri limitati dei social e al loro forte appeal visivo). Come vedi il rapporto tra queste diverse forme di comunicazione?

KT: L’ultima volta che ho guardato le statistiche, in realtà non si leggevano meno libri. Mi posso sbagliare. Credo davvero che gli audiobook prenderanno più spazio, e questo cambia l’esperienza che facciamo delle storie. Non tutti i libri sono adatti a diventare audiobook, soprattutto se sperimentano con l’ortografia o le convenzioni tipografiche (mi chiedo cosa succederebbe a Casa di foglie o a Fiori per Algernon, per esempio). Però, non mi preoccupo per il futuro dei libri. Le storie ci saranno sempre, e le racconteremo in maniere differenti. Il racconto è il motore dell’umanità. Ma così come cambia l’umanità, lo stesso accadrà ai modi di narrare una storia. La parola scritta, vista nel contesto della vicenda umana, è relativamente recente. Raccontiamo storie da molto più a lungo. Che si raccontino storie nei nuovi media una progressione naturale. Penso che quello succederà è che coesisteranno diversi modi di narrare. Non ho scritto solo libri; ho anche creato storie interattive e organizzato giochi di ruolo dal vivo in cui le storie venivano raccontate a più voci. Non vedo il problema.

S: Restando sempre sul tema: l’italiano è “la bella lingua”, tra le più studiate al mondo. C’è una parola del nostro vocabolario che conosci e ti ha colpito nel profondo?

KT: Ne ho parlato con un conoscente italiano. Siamo stati d’accordo sul fatto che certe parole sono belle perché hanno un suono piacevole; altre sono belle per ciò che significano. È raro che una parola sia bella sia nel suono che nel significato. Non ho studiato l’italiano, ma in compenso ho fatto latino classico a scuola, dunque ho qualche vaga idea delle radici della lingua. Una parola a cui sono affezionata è “crepuscolo”.

Ecco l’edizione italiana di Amatka, pubblicata da Safarà Editore a settembre 2018 con traduzione di Cristina Pascotto. Foto @sottolacopertina

Here is the original interview.

SOTTOLACOPERTINA: We heard you didn’t write Amatka from scratch; rather, the novel is a reworking of some of your earlier poems. Can you tell us more about this fascinating, almost meta-literary, creation process?

KARIN TIDBECK: In the beginning of the 00’s, I started writing dreams down. I was having some very spectacular dreams about vast landscapes, odd flora and fauna, alien machines. Because some of the places would return again and again, this turned into a project where I mapped the dreams out as a continent. Then I thought that the best way to express something deeply weird and complicated in a simple fashion must be through poetry. I wanted to condense these images into something as simple as possible. That became a poetry collection I called Ivory and Horn. I couldn’t sell it to a publisher, so I scrapped it and turned it into short prose. When that didn’t work, I dug deeper and developed some of the concepts. My main thought: what if there was a world as mutable as the dream landscape? What would it be like to live there? What would a society look like, and what would people have to do to survive? I drew up a map of the world that mirrored my dream continent. A main character emerged: Vanja. She was my explorer in this landscape. The whole process, from the noting down of dreams to the finished manuscript, took about eight years.

S: Over the last few years, the dystopian genre has found new sap and popularity, stepping out of the speculative fiction niche (gaining circulation and appreciation even among “uninitiated” readers). In your opinion, why is it such a popular topic to read and write about? Are these cathartic reads that bring out our deepest fears, that act them out in (mostly fantasy) fiction, therefore banishing them to the bizarre yet well-marked borders of our imagination? Or rather, are they a warning, if not the manifestation of the general Doomsday phobia? (Bonus question: does the future scare you, Karin?)

KT: Dystopias can be many things to many people, so it’s hard to give one single answer to that. They have been a part of science fiction for as long as the genre has existed, and have become more popular in times of political unrest. One part of it is talking about worries for our current society; I don’t see science fiction as a prophecy, rather it can be a way of speaking about our society through a science fictional lens. Writers don’t see the future any more clearly than anyone else does. But of course, another part of it is talking about fears for the future. Either coming to terms with what might be, but also to imagine solutions and survival. I have hopes and fears for the future. We are facing enormous problems, but we also have ideas and technology that we did not before.

S: Despite her apparent passivity, Vanja is actually one of the few disobedient characters. Born to be a perfect child of the system, she turns away from that creative power. Her disobedience is subtly playful (we are thinking about the pencil incident in her childhood: that’s a tongue-twister for you!) and her actions don’t lead to a clear-cut, commendable “good”. We were somewhat of reminded of our very own Pinocchio, the wooden child everyone wishes to see turned into a regular boy; however, despite some halfhearted attempts to follow the directions of his father, godmother and so on, he strays from the path others have chosen for him. He makes mistakes, he gets into his fair share of trouble, he weeps and often repents, but (at least in the original ending), he isn’t necessarily “reformed”. Can you tell us more about how you created Vanja?

KT: The process of creating a character resembles the rest of my writing process: it relies on spontaneity and play. I like to do things like interview the character, or pretend I am the character and write some memories and scenes as that person. The fact that I’m a roleplayer has been a huge influence: I think about character creation much like a roleplayer does, in that when I write, I don’t write from an outside perspective but from inside the character. I imagine that I am them, rather than write about them. I also don’t feel like I have to invent anything. The character is already there, I imagine: all I have to do is find out who they are. Talk to them, ask questions, put myself in their shoes.

S: In our bookreview, we did describe Amatka as a dystopia, but a “gentle” one at that. Sure, there are rules and punishments, but the citizens do enjoy some robust social security and some degree of unexpected freedom (they are allowed to move city, to apply for a different job, to read and gather together, to spend their “money” as they please, to relax at recreation centers, to choose a partner without gender restrictions). All of which distances the novel from traditional dystopian literature yet brings it closer to the sensibility of the readers. To their reality. Amatkian society appears to share some traits with our own (the so-called “developed world”). Namely, your own country: Sweden. A seemingly happy place, founded on respect and fellowship, yet, as it turned out, the situation isn’t actually so ideal. Are there any points of criticism raised against your country in the novel? If so, to what degree? How did the society you are immersed influence the creation of Amatka?

KT: My novel isn’t a political criticism of anything, really. I drew inspiration from my home country, but I didn’t set out to criticize any particular elements of Swedish society. It’s not that kind of story. What I did work with was my upbringing among socialists, and the ideals among the leftist intellectuals of the 1970s. There were ideas around community, unity and solidarity that always fascinated me. There were some hard-line socialist communes in Sweden in the 1970s that idealized the principles of Maoist China or Soviet Russia, and where people strived to live accordingly. I thought, what if one of those communes had grown really big? What if such a commune later found a portal into another world? What happens when Swedish middle-class hardcore socialist ideals of the 70’s meet a world where nothing is constant? That was the experiment.

Another element was the question of gender and sexuality. I was tired of dystopias where women and queer people are oppressed. I figured that in a true socialist utopia/dystopia, it wouldn’t matter what gender you are or who you love, as long as you are a loyal citizen who does their part. It’s not entirely true that gender roles in Amatka are equal – the rule that everyone who can, must bear a proscribed number of children (in order to preserve a stable number of inhabitants) is horrific and hits women (because pregnancy is invasive and risky) and people who don’t want children hard. That’s one of Vanja’s traumas – she doesn’t want to bear children, but society wants her to. However, no one bats an eyelid when she and Nina form a relationship. Vanja being queer isn’t what makes her a bad citizen. Okay, so that was a tangent – but I guess that Sweden’s more or less progressive approach to gender and sexuality plays its part.

S: The prose: effortless, no-nonsense and straightforward. Is this how you like tell your stories or, because of its subject-matter, did this feel like the most appropriate style for this one in particular?

KT: In the Swedish original, I wanted to use prose that was transparent and didn’t obscure the story. I figured that the more complicated the concept and ideas, the simpler the prose would have to be. I also thought about the way that the citizens of the colonies used language, and wanted the prose to reflect that. There are as few metaphors, synonyms and homonyms as possible in the prose, since those are effectively forbidden in the language of Amatka. In comparison, the prose in my upcoming novel The Memory Theatre is comparatively lush, because it fits the story.

S: You were involved in the process of translating the novel into English firsthand. Understandably so, especially as someone who seems so interested in words. Can you tell us more about this experience? As for the Italian edition, did you get a chance to work with the translator (and editor Cristina Pascotto) at all?

KT: I translated the manuscript and then, because this was my first translation, hired a bilingual translator to help clean the prose up. The whole thing was a long and difficult process, as I had no previous experience of translation. But no one else would do it, so I had to. I didn’t communicate much with Ms. Pascotto during the translation to Italian – I prefer to be quite hands-off when someone is translating my work into a language I don’t understand.

S: The future seems to be way too impatient to bother with words for much longer. We don’t mean to sound like alarmists: words aren’t going anywhere (not for the foreseeable future, perhaps not ever), however, the written language does seem to be lagging behind other, more direct and universal, kinds of media (they say ours is a world of images: just think about how social networks impose character limits on posts and the emphasis put on their visual appeal). How would you describe the relationship between these two different forms of communication?

KT: The last time I looked at statistics, people weren’t really reading less books. I could be wrong. I do think that audio books will take up more space, and that changes how we experience stories. Not all books do well as audio books, especially not if they also experiment with spelling or typography (I wonder what happens to House of Leaves or Flowers for Algernon, for example). However, I’m not worried about the future of books. There will always be stories, and we will tell them in different way. Story is the engine of humanity. But just like humanity changes, so will the ways in which we tell a story. The written word, seen in the context of human history, is fairly new. We have been telling stories for much longer. Telling stories in new media is a natural progression. I think what will happen is that the different forms of telling stories will co-exist. I haven’t just written books; I have also written interactive stories and organized live-action roleplaying games where stories are told collaboratively. I don’t see a problem.

S: While we are on the subject: Italian is the “most beautiful language”, one of the most studied in the world. Is there any word in our vocabulary that you know which holds special meaning for you?

KT: I spoke to an Italian acquaintance about this. We agreed that some words are beautiful because they have a lovely sound; others are beautiful because of the meanings they hold. It’s rare that a word is beautiful in both sound and meaning. I haven’t studied Italian, but I did study classical Latin in school, so I have some inkling of the roots of the language. A word I am fond of is “crepuscolo”.

Ancora grazie a Karin per essere stata nostra ospite… e attendiamo con impazienza l’arrivo del suo prossimo lavoro in Italia!

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