#MERCOLEDÌINDIPENDENTI & #DONNEOBLIQUE – Le autrici di Safarà Editore 🦉👭✍️

Una galleria di profili femminili, ogni ritratto un mondo immaginifico di colori e regole propri. Tutti hanno però qualcosa di inafferrabile, un elemento che non è immediatamente chiaro allo sguardo, misterioso, che lascia un’inesattezza nella coda dell’occhio e costringe a fare un passo indietro. Per mettere a fuoco le donne dentro cornici sbilenche.

Queste donne sono le autrici di Safarà Editore, realtà indipendente che sceglie le sue voci come note di una partitura e le orchestra in una sinfonia dalle diverse ma sempre armoniche commistioni.

E che, per immaginazione e personalità, sono oblique quanto il taglio dei libri safariani

Qui il focus sulla casa editrice di Pordenone, con estratti dall’intervista alla responsabile editoriale, Cristina Pascotto.

È nato spontaneo, come lo sboccio primaverile e il fluttuare della luna, il progetto #Donneoblique, per raccontare alcuni dei romanzi al femminile più trasversali del catalogo della casa editrice e, tramite queste opere, le loro autrici fuori dalle righe; donne che, nella vita come nella scrittura, non riescono a muoversi linearmente: Barbara Comyns, Eimear McBride, Mary Butts, Karin TidbeckNoémi Lefebvre

Ad ognuna di queste autrici oblique è stato dedicato uno dei cinque (numero felicemente esoterico) appuntamenti durante i sabati di maggio, per tradizione il mese femmineo, in live streaming con altrettante lettrici inclinate e in costante dialogo con la traduttrice e responsabile editoriale di Safarà Editore, Cristina Pascotto

Cinque artiste e cinque (più uno) libri per cinque incontri. Punte di un pentacolo di storie libere e portentose, con una sensibilità tutta muliebre che ha del soprannaturale.

Abbiamo invitato Martina Neglia (@rizortina), Giulia Valori (@ilparatesto) e Rosita Pederzolli (@storiesnotstandards) a formare una congrega dai bisogni sovversivi: adorare la scrittura alta, ma inaspettata e fuori dai cattedratici prontuari maschiocentrici, in ritrovi che hanno dello stregonesco, quasi dei sabba letterari; in estasi femminista, abbiamo parlato di levitazione e di una misteriosa epidemia, di sessualità caotica, di bottoni maledetti, di parole che creano e distruggono, di mucche inquiete che mugghiano alla luna. 

Grazie al senso critico delle nostre ospiti, sempre recettive al letterario e alle tematiche del mondo femminile, abbiamo (ri)scoperto, rispettivamente: McBrideButtsTidbeck. A inaugurare e salutare il progetto, invece, la lunare Comyns e l’elusiva Lefebvre.

L’elenco delle recensioni delle opere scritte delle #donneoblique di Safarà e firmate dal nostro gruppo: La ragazza che levita di Barbara Comyns (Sottolacopertina), A Bloomsbury e altri racconti di Mary Butts (Ilparatesto), Amatka di Karin Tidbeck (Storiesnotstandards e Sottolacopertina). 

Ricongiungiamo (per il momento) gli estremi di questa linea obliqua, modellandola, facendola dolce e potente torcendola, fino a creare un cerchio (figura che spesso inscrive il pentacolo) in cui ognuna di noi possa tracciare una storia personale del progetto. Abbiamo deciso di raccontarci tramite queste inafferrabili letture safariane e le donne che le hanno scritte: eccoci, allora, nell’ordine cronologico delle tappe del progetto #Donneoblique.

Il sessismo non c’entra. Anche se è un’accusa rituale, un processo alle streghe che ogni femminista convinta prima o poi subirà: ormai possiamo parlare, noi donne, ma dobbiamo ancora chiedere giustizia sottovoce, muoverci fuori dagli ambiti tradizionali in punta di piedi per non essere anche e persino vittime di un ridicolo paradosso. #Donneoblique non è un’apologia discriminatoria: dedicarsi ad autrici donne perché donne è una pratica in parte odiosa, spesso anche per chi ne condivide il sesso, ma necessaria per annullare le differenze. L’intento è promuovere l’eguaglianza attraverso la presa in considerazione di un unico genere sessuale (ecco il paradosso a cui ci costringe il patriarcato). Se pure esiste una generalizzata, concreta differenza tra scrittura maschile e femminile, è figlia bastarda dell’oppressione sociale, allevata in ambienti minuti da tempi immemori, troppo piccoli per far spaziare lo sguardo, e forzata alla pigrizia intellettuale dalla dipendenza dal maschile. Lo dimostrano gli sforzi di sfuggire al pregiudizio di autrici ormai celebri quanto coraggiose che, soprattutto a partire dalla modernità, hanno duramente lavorato per affermare i diritti delle donne anche nel virile mondo intellettuale. Ma, nonostante l’opera di Mary Wollstonecraft, Virginia Woolf e delle altre, ancora nel 2020 le scrittrici sono meno lette e apprezzate (perlomeno premiate). Perché catalizzano un’attenzione più flebile e portano quindi ridotti guadagni (ovviamente con debite eccezioni, molte delle quali però rientrano a pieno titolo nel ghetto della “scrittura da donne”), sono di norma meno considerate dalle case editrici. Safarà Editore, forse perché una realtà a maggioranza rosa, non cade nella paura poco lungimirante di ridotto interesse per firma femminile. La sua scommessa è duplice: puntare alla valorizzazione di autrici disattese e dimostrare che le donne non scrivono solo per donne. Barbara Comyns, due volte in catalogo con Chi è partito e chi è rimasto e La ragazza che levita, è un’autrice manifesto delle scelte safariane: estremamente contemporanea, poco inquadrabile, «pazza ma interessante» (così come descritta da Graham Greene) e con una vita da romanzo che non poteva non dar origine a un pensiero, e quindi a una narrativa, unici. E tra le diverse voci femminili di Safarà io non potevo non scegliere di parlare di lei, una scrittrice che sonda senza usare guantini di velluto la tragicomica condizione umana e, in particolare, l’identità spesso ingabbiata della donna; per poi ridere in faccia a quegli obblighi famigliari e sociali dannosi per la salute come inutili corsetti, con un autocompiacimento sovversivo degno delle streghe malvagie delle (odiate) fiabe edulcorate.

– Ornella (Sottolacopertina)

Durante la live con la gentilissima quanto capace Cristina Pascotto, ho parlato di Una ragazza lasciata a metà come di un romanzo perfetto per me per tre semplici motivi: è un esordio; è scritto da una donna; è strano. Scritto in pochi mesi e poi per anni senza editore, il primo romanzo Eimar McBride è una risposta a chi la forma romanzo cerca di dichiararla morta da un sacco di anni, o quanto meno la dimostrazione vivente di quanto ancora abbia dire, di quanto ancora possa rigenerarsi dal lascito dei grandi “maestri” che tanto ci piace nominare. McBride infatti attinge da un patrimonio anglofono, e nello specifico irlandese come lei, del flusso di coscienza e gioca con la lingua, con le sensazioni, in questo romanzo che segue la vita di una giovane dall’infanzia fino all’adolescenza ponendoci senza peli sulla lingua di fronte alla sua distruzione, dissoluzione. La protagonista senza nome che seguiamo si scontra col dolore, con gli schemi sociali ­­– anche per colpa delle posizioni religiose della sua famiglia – che provano a ingabbiare le bambine e le vogliono sempre composte, sempre educate. Subisce una violenza terribile e poi gioca al potere: non cede, anche qui, al ruolo della vittima. La lettura di Una ragazza lasciata a metà è una discesa dentro un vortice di sensazioni forti, tanto forti da rompere la lingua, la sintassi, perfino le parole. Dal racconto di Cristina Pascotto, McBride ha dimostrato di essere una persona obliqua anche nella vita, per audacia, per l’originalità del pensiero e per il coraggio di rispondere ai giornalisti maschi che ancora stentano a riconoscere il talento delle donne e rappresentazioni più autentiche. L’obliquità della persona si è quindi inevitabilmente vista anche in McBride scrittrice (dubito che le due cose siano mai separabili) e Una ragazza lasciata a metà fa tutto quello che la letteratura oggi dovrebbe fare: osare, provare a spostarsi un po’ più in là. Tocca poi a noi saperla riconoscere, valorizzare. E sarò sempre grata a Ornella e Lucrezia per aver creato questa finestra online in cui poter dare spazio e riconoscimento al talento di alcune autrici, tra passato e presente, ma sicuramente imperdibili.

– Martina (Rizortina)

Lucrezia e Ornella mi hanno proposto di partecipare a #Donneoblique per parlare di Mary Butts. Sapendo poi che ne avrei discusso direttamente con Cristina Pascotto, è apparsa come un’opportunità irrinunciabile. Ora che mi hanno chiesto di scrivere sull’incontro, penso che questa sia l’ennesima buona opportunità che mi offrono per spaziare. Partiamo dalla prima parte del nome del progetto: “donne”. Il discorso sulla donna e l’ondata del #Metoo ha fatto sì che il femminismo iniziasse a entrare nella nostra quotidianità. Qualcosa in questi ultimi anni è cambiato, in positivo. Non tutto. Probabilmente è per questa sensazione di realtà ancora in divenire che sentiamo la necessità di organizzare un progetto del genere. C’è ancora una precisa e chiara volontà di imporre un modello esclusivamente maschile nella letteratura? A volte ho come l’impressione che sia più una volontà ferrea del passato che per inerzia abbia ancora effetto e non perché sia realmente imposta, una perniciosa inconsapevolezza, un lassismo che mette dietro l’altro senza rendersene realmente conto. Non penso che oggi un editore dica: «No, non voglio pubblicare una donna»; il problema vero sta nel fatto che non chieda: «Perché ho così poche donne nel mio catalogo?». È questa pigrizia, questa faciloneria a dimenticare, che finisce per oscurare l’altro. Secondo termine: “oblique”. Ho già raccontato in una lunga recensione Mary Butts, questa outsider, questa strega, occultista, appartenente alla lost generation degli anni Venti. Allo sbando, senza punti di riferimento, ricerca l’assoluto e lo trova nel sacro della letteratura e nel profano della scuola di Aleister Crowley e dell’oppio. Come ha detto Cristina Pascotto è l’anello mancante tra Mary Shelley e il Bloomsbury group, tra le atmosfere magico-gotiche e il modernismo inglese; una scrittrice capace di spalancare portali mostrando come, cambiando la prospettiva, la realtà è capace di svelare scenari inediti e meravigliosamente o spaventosamente suggestivi. C’è chi potrebbe chiedersi cosa potrebbe raccontarci un’autrice di un secolo fa, cosa si può guadagnare nel leggerla. Forse la verità che è emersa durante queste dirette è che questo obliquo, queste scrittrici – che non hanno trovato una loro chiara collocazione perché hanno preferito muoversi e raccontare gli interstizi della nostra Storia –sono il diverso che dobbiamo abituarci ad ascoltare. Per quanto ci abbiano insegnato (imposto) che lo sguardo debba essere dritto e gli uomini sembrano avere (falsamente) una naturale predisposizione alla scrittura, è proprio nel confronto con questa letteratura che ci rendiamo conto di quale grande fortuna (nella perdita) sia la nostra: case editrici come Safarà decidono di lanciare una rete per recuperare quei sedimenti dimenticati, trovare nella ganga della produzione editoriale la pietra preziosa da estrarre. Leggere Mary Butts, conoscere le donne che Safarà propone, è una sfida a uscire da quella pigrizia e passività per cui ogni narrazione ci appare come ce l’aspettavamo. È appunto l’inaspettato e il disatteso, la torsione a piegarci e poi distenderci su romanzi o racconti che mostrano le potenzialità della letteratura che reputavamo inespresse o forse neanche immaginate. #Donneoblique è stato questo, raccontare voci a lungo inascoltate, in una forma che oggi sembra essere volutamente evitata: il dialogo. In un momento in cui i legami umani sono stati messi a dura prova e si è palesata la necessità della comunicazione senza che questo significhi imporsi, ecco un progetto che si basa sullo scambio reciproco avvenuto fra sole donne sulle donne. Così forse ci abitueremo che l’altro non sia motivo di diffidenza, ma di incanto. 

– Giulia (Ilparatesto)

Amatka di Karin Tidbeck è un romanzo distopico ambientato in una colonia grigia, fredda, scarna e un po’ deprimente, popolata da pionieri organizzatisi in una società burocratica, dove domina un Comitato Centrale che sorveglia il linguaggio. L’elemento weird del romanzo, infatti, è proprio la potenza del linguaggio, che letteralmente crea e distrugge la materia della colonia di Amatka, e che diventa metafora degli sforzi psicologici che le persone fanno per autoconvincersi che vivere in una società oppressiva è l’unico modo per sopravvivere. La protagonista, Vanja, è eroina suo malgrado in un viaggio che la condurrà dalla sicurezza della burocrazia alle incertezze e obliquità della poesia. Nella storia di Vanja impariamo che il linguaggio può creare o scardinare l’autorità, sia linguistica che politica, e assistiamo alle prime crepe nell’organizzazione del mondo tra le scartoffie e l’indolenza dei cittadini della colonia. La poesia infatti esce sempre dai confini di ciò che si dovrebbe dire: esonda, astrae, rilancia. E lo stesso fa Tidbeck con la sua prosa sobria, elegante e centellinata, che supporta l’idea di fondo del romanzo senza mai diventare didascalica e astenendosi da considerazioni morali. Un inno al ruolo della parola e della fantascienza nel reimmaginare il mondo, decostruirne le strutture e trovare soluzioni nuove, modelli nuovi per sopravvivere nel mondo.  Un libro che consiglio a chi ha amato La mano sinistra delle tenebre di Ursula K. Le Guin o Embassytown di China Miéville, e a chi piacciono le narrazioni che raccontano di cosa significa colonizzare mondi impossibili da capire e comprendere completamente, dei modi drastici in cui le società sopravvivono e della relazione tra linguaggio, realtà e pensiero.

– Rosita (Storiesnotstandards)

L’autoritratto in blu, esordio del 2009 della francese Noémi Lefebvre portato in Italia da Safarà Editore all’inizio di quest’anno, potrebbe ingannare per la sua brevità; invece è un’opera densa, multidisciplinare, che unisce micro a macrostoria, fallimenti personali a quelli di un intero continente. Il parto di una mente obliqua che serpeggia tra vicende novecentesche, arte, politica e femminismo, raccontata per mezzo di un febbricitante monologo interiore, quasi una Mrs. Dalloway sotto l’effetto di un’anfetaminica ansia sociale. Del resto, come abbiamo avuto modo di approfondire durante la live con Cristina, Lefebvre è una donna trasversale tanto quanto il suo primo (ma non unico!) figlio di carta e inchiostro: non solo scrittrice, ma politologa specializzata in Identità francese e tedesca che vanta anche un PhD in Musica. Non a caso è la musica di Arnold Schönberg, compositore di enorme statura e pittore minore dell’Espressionismo tedesco, a ispirare l’architettura (nonché il titolo e la materia) de L’autoritratto in blu. La storia di una donna che durante un volo Berlino-Parigi ripercorre la serie di sfortunati eventi che ha posto fine all’affaire con un musicista-compositore tedesco-americano ossessionato dall’opera del Batman della musica? O quella di un artista e di una musa logorroica, che rifiuta di essere silenzioso riflesso del genio creativo maschile? O, ancora, il racconto di un continente che di fronte a crimini inespiabili ha scelto di dimenticare per sopravvivere? Può un episodio di vita vissuta, così almeno ci racconta l’autrice, diventare tutto questo e molto altro? Sì. E sotto forma di una narrazione trascinante, animata da forze che ci allontanano dal suo cuore pulsante e doloroso per poi riavvicinarci da una prospettiva nuova. Lefebvre affonda e nella piaga di paura e vergogna e scava sotto la pelle delle nostre mancanze come esseri umani, dell’incapacità di comprendere gli altri così come noi stessi, interamente: siamo peggiori, ma anche migliori di quanto pensiamo. Una lettura che consiglio agli esploratori della coscienza umana, per chi non ha timore di riconoscersi in questo ritratto ed è affascinato dalla complessa trama di realtà e memoria che il romanzo ha l’ambizione di ricreare. Almeno per novanta minuti (tempo di lettura stimato) di «esperienza metafisica», per citare Cristina, che non potrò – non potremo – mai ringraziare abbastanza per aver voluto far parte di questa esperienza. 

– Lucrezia (Sottolacopertina)

Ogni diretta è stata per noi un piccolo gioiello e un amuleto contro l’ignoranza sullo stato eterogeneo e insieme interconnesso della letteratura femminile. Ringraziamo ancora una volta, oltre a Cristina di Safarà Editore, anche Martina, Giulia e Rosita: non si sarebbe potuto fare senza di voi.

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