#LEGGIAMOANGELACARTER ✍️ – Il Giappone di Angela Carter 🇯🇵 🍣 🎇

In questo solstizio d’estate, che dà il benvenuto ufficiale alla stagione calda, sfuggiamo all’afa volando insieme ad Angela Carter in Giappone, che con il suo minazuki (l’antico nome di giugno, letteralmente e paradossalmente “il mese senza acqua”) di pioggia rinvigorisce l’animo e la verde terra.

Grazie al contributo della scrittrice milanese Francesca Scotti, da oltre dieci anni giapponese d’adozione e per amore, continua il progetto #LEGGIAMOAngelaCarter, alla riscoperta della meravigliosa signora del fantastico inglese.

Francesca è anche autrice de L’origine della distanza (Terre di Mezzo Editore, 2013). Un Giappone dai riflessi sorprendenti, una storia d’amore che «porta con sé il segreto della distanza».

Forte della sua esperienza, con una vita divisa tra l’Italia e il Giappone, Francesca ci racconta con spiccata sensibilità l’incontro di Angela con un Paese a metà tra silenzioso passato e brillante modernità, una nazione di irresistibile fascino e odiose contraddizioni agli stupiti occhi di donna gaijin.


Sono arrivata via aria, nell’oscurità. Quando la notte discese sull’oceano, molte stelle sconosciute balzarono fuori nel cielo; mentre ci avvicinavamo a terra, lì sotto di me cominciò a sbocciare una confusione così irregolare di piccole luci che mi era difficile essere certa se il cielo stellato fosse sopra o sotto di me. Quindi l’aeroplano salì o discese dentro una città elettrica dove nulla era ciò che appariva essere a prima vista e io ne fui completamente confusa. Fui presa dalle vertigini.

– Edmund Gordon, The Invention of Angela Carter

Atterrare a Tokyo insieme ad Angela Carter è per me sempre emozionante. Ora che la pandemia sta tenendo lontano la mia quotidianità dal Giappone, qualunque forma di vicinanza e di ricongiungimento è preziosa. Parte dell’interesse che esercita su di me questa scrittrice dallo sguardo affilato, carnale e poetico, capace di inventare storie fantastiche e allegoriche ma sempre consapevoli dei nodi del reale, è legato al suo tempo giapponese e al suo racconto – esplicito o implicito – di questo Paese – mondo, universo.

È il 1969 quando la Carter torna a Tokyo, dopo aver già visto la città due anni prima, con l’intenzione di fermarsi qualche tempo. Ha vinto un importante premio letterario, il Somerset Maugham Award, il cui scopo era quello di permettere a giovani e promettenti scrittori di arricchire il proprio bagaglio di conoscenze tramite viaggi e residenze all’estero, e – come si legge nella biografia The Invention of Angela Carter di Edmund Gordon –, dopo essere stata negli USA con suo marito, decide di impiegare il premio per andare da sola in Giappone. 

Il Giappone di quegli anni non è più il Paese in ricostruzione dell’immediato dopoguerra e non è ancora la superpotenza economica e culturale degli anni Ottanta: comunque Tokyo era già all’epoca la città più grande del mondo e, nelle parole della Carter stessa, «probabilmente la più non-noiosa città del mondo» («probably the most non-boring city in the world»). 

Del Giappone scrive la poesia:

In questa lingua i fuochi d’artificio si chiamano hannabi [sic], che significa “fuoco di fiori”. Per tutta l’estate, ogni sera, si vede ogni sorta di fuochi d’artificio, dai più umili ai più elaborati, e una volta andammo a un’ora di treno da Shinjuku per assistere a uno di quegli spettacoli pirotecnici che fanno sui fiumi affinché le acque scure ne moltiplichino i riflessi.

Senza trascurare le criticità: 

La parola che si usa per dire “moglie”okusan, significa la persona che occupa la stanza più interna e che raramente ne esce o forse mai. Dato che spesso sembravo sua moglie, ero frequentemente soggetta a questo trattamento, benché mi ci opponessi con tutte le forze.

Entrambi i frammenti provengono dal racconto Souvenir dal Giappone, il primo della raccolta Fuochi d’artificio edita nel Regno Unito nel 1974 e da poco ripubblicata in Italia da Fazi nel bel libro Nell’antro dell’alchimista. Tutti i racconti (vol. 1) traduzione di Susanna Basso e Rossella Bernascone, prefazione di Salman Rushdie.

L’elaborazione grafica in copertina è di Francesco Sanesi, art director della casa editrice. Oltre alla raccolta, Fazi Editore ha riportato sugli scaffali i romanzi Figlie sagge e Notti al circo.

«Ho incominciato a scrivere brevi prose quando vivevo in una stanza troppo piccola per scriverci un romanzo» annota lei stessa nella postfazione alla raccolta, lasciando intuire come i volumi della vita a Tokyo (dentro e fuori metafora) inevitabilmente abbiano agito anche sul respiro e sull’estensione della narrazione. 

Nonostante le storie non siano tutte ambientate in Giappone né siano sempre presenti elementi che esplicitamente lo richiamano, certamente queste pagine (e anche altre della sua produzione futura) si nutrono delle esperienze profonde che la Carter vive in quel periodo: la relazione con un uomo giapponese più giovane di lei, la vita nella complessa e caotica ma allo stesso tempo per certi versi rassicurante Tokyo, l’isolamento linguistico e culturale, le interazioni umane. Passa molto tempo in un caffè di Shinjuku (anche allora uno dei quartieri più animati della città) che funge da luogo di incontro per gli stranieri residenti (all’epoca, ancora rari): quel luogo è un autentico crocevia di storie. 

Mi piace immaginare Angela Carter muoversi in quelle cartoline di una Tokyo che non ho potuto incontrare, e che ora è presente solo in filigrana nella megalopoli. La Carter ha vissuto con il suo compagno a Meguro, attualmente una delle zone residenziali più ambite e costose di Tokyo, ma all’epoca ancora costellata di casette dalla semplice fattura. Della zona la Carter dice: «Sembra sempre che sia domenica pomeriggio… È difficile trovare una parte noiosa di Tokyo, ma Dio mio, ce l’ho fatta». 

Anche l’interazione con un quartiere dove non soltanto è l’unica donna occidentale, ma anche la componente della prima coppia mista residente lì, è costellata da episodi di sospetto e incomprensione: i bambini le fanno scherzi e dispetti, le anziane del vicinato la guardano con diffidenza e, almeno a quanto percepisce l’autrice, disapprovazione per il suo stile di vita. 

La Carter condivide con il lettore molte riflessioni sul Giappone e sui giapponesi: lo strumento della scrittura diventa così anche preziosa lente, organo di indagine. In particolare a captare la sua attenzione sono la condizione della donna, le regole della socialità, e anche la lingua, da lei vissuta come barriera ma allo stesso tempo come oggetto di fascinazione. 

Come può accadere agli stranieri senza una preparazione culturale specifica, la Carter talvolta scivola in un certo orientalismo e incorre in qualche generalizzazione, traendo dal suo personale vissuto lezioni universali: l’approccio appare giudicante ma più verosimilmente l’intenzione è quella di comprendere. Questa comprensione tende però ad avvenire riportando a categorie conosciute quanto si potrebbe spiegare altrimenti. Dalla brevissima esperienza di lavoro, svolta probabilmente più per curiosità che per bisogno, in un hostess bar (un locale dove i clienti pagano per il piacere di poter bere e conversare con giovani donne) a Ginza, la Carter raccoglie materiale per un articolo decisamente critico sulla relazione tra i sessi in Giappone. Il modo in cui trova quell’impiego è rocambolesco e allo stesso tempo molto “giapponese”, come si legge in Oriental Romances, il capitolo dedicato al Paese nella raccolta di scritti Nothing Sacred:

La mama-san [proprietaria dell’hostess bar] spiegò che, come attrazione speciale durante la stagione festiva, aveva originariamente pensato di vestire le sue quindici ragazze in colorati abiti nazionali di varie parti del mondo. A causa, tuttavia, di un errore del tipografo, le cartoline promozionali del suo evento recitavano “Durante i giorni prima di Natale i vostri drink saranno serviti da ragazze incantevoli e attraenti… da ogni parte del mondo”. Dunque, dovette uscire e cercare una manciata di straniere […]. 

«Negli interstizi programmati fioriscono mostruose passioni», scrive sempre in Souvenir dal Giappone. Le passioni e le pulsioni la affascinano, la incuriosiscono, e soffre molto perché le sue esplorazioni, anche in questo senso, sono limitate dalle barriere linguistiche e dal suo rapporto esclusivo con Sozo (sebbene verso la fine del suo soggiorno la coppia si scioglierà e la Carter avrà una relazione con un giapponese di origine coreana ancora più giovane). Pare infatti che la decisione di lavorare, seppur brevemente, nello hostess bar sia stata maturata anche in risposta a questo bisogno. 

Se da un lato la Carter desidera e prova a sentirsi parte del Paese in cui vive dall’altro si ritrova in qualche modo costretta nella propria “bolla” di straniera (donna, europea, economicamente indipendente): non parla la lingua, e ha difficoltà ad interagire con l’ambiente circostante. Sempre Gordon riferisce delle rare occasioni in cui uscì a bere con gli amici del suo compagno giapponese Sozo: si rifiuta di semplificare il suo inglese per renderlo più comprensibile e parla sempre in modo elaborato e raffinato. Agli occhi di un gruppo di uomini giapponesi dell’inizio degli anni Settanta appare dunque esotica, ma intimidatoria. «Un po’ come una fenice o un unicorno», scrive lei stessa. 

È quando la Carter è più diaristica e meno “didattica” o quando coagula l’esperienza nell’invenzione che il suo talento le permette di raggiungere quanto altrimenti rimarrebbe sottotraccia: con uno sguardo sensibile e attento è capace di interpretare aspetti autentici della realtà anche in mancanza di coordinate derivanti da uno specifico studio. Sia nella sua letteratura, sia nelle riflessioni spontanee che scambia nella corrispondenza con la sua amica Carole Roffe, ci sono immagini sorprendentemente puntuali e allo stesso tempo molto delicate: nel raccontare la visione dei fuochi d’artificio che servirà poi da spunto a Souvenir dal Giappone, la Carter descrive quanto accade attorno a lei con magia e stupore, dai poliziotti che portano lanterne di carta anziché torce elettriche per essere più in linea con l’atmosfera, al riflesso dei fuochi nell’acqua del fiume. «La poesia piccolo-borghese di questa nazione – che è così armonica e così commovente». 

Nell’articolo Pastorale di Tokyo, scritto per la rivista New Society, si leggono osservazioni acute sull’autorità delle anziane (rappresentate da una «fragile, onnipotente nonnina che regge una verga d’acciaio dietro pareti di carta»), su vicinato e convivenza («bisogna coltivare una certa intimità; l’intimità rende il sovraffollamento tollerabile»). 

Sempre a sostegno di questa sua capacità di intuire e decodificare nella raccolta Fuochi d’artificio leggiamo:

Vivere armoniosamente richiede una terribile disciplina. […] Ma, come a celebrare proprio quello che temono, hanno trasformato l’intera città in una sala di specchi che continuamente genera gallerie di apparenze sempre mutevoli, tutte meravigliose e nessuna tangibile. […] Aveva il fascino meditabondo di un fiore giapponese che sboccia soltanto quando lo si immerge nell’acqua, poiché anche lui rivelava le sue passioni attraverso un mezzo altro da sé: la sua eroina, la marionetta Lady Porpora.

All’approssimarsi della sua partenza dal Giappone, la Carter si rende conto di quanto il tempo trascorso in quel Paese sia stato fondamentale per la sua formazione. Ha avuto due relazioni sentimentali intense; ha vissuto nella più grande città del mondo ma anche, per un breve periodo, in un villaggio sulla riva dell’oceano; ha provato l’incomunicabilità ma è sempre stata circondata da parole; ha vissuto, donna occidentale convivente con un uomo più giovane di lei, come un soggetto ai margini, ma ha anche regolarmente presenziato alle feste all’ambasciata britannica, conoscendo intellettuali e diplomatici. È stata davvero la più straordinaria delle esperienze: «Ho raccolto così tanto». 

Ritrovare nelle storie di Angela Carter e nelle sue parole immagini che per me non solo fanno parte di un “album giapponese”, ma incarnano quegli aspetti che mi hanno permesso di sviluppare un profondo attaccamento per questo Paese, mi ha resa felice. Non si tratta solo della bellezza, della cultura poetica e altissima del Giappone, è anche nelle ruggini, negli ostacoli, nelle nevrosi, nelle semplici premure quotidiane per lo spazio e per il tempo che risiede, a mio sentire, parte del suo incanto e certamente del suo mistero. 

Quando penserò a questa città, ricorderò sempre le cicale che frinivano incessantemente ogni notte d’estate, raggiungendo un crescendo lacerante nell’alba fosca.

Francesca Scotti

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