#JUSTREAD ✍️ – Recensione di “Le custodi del potere. Donne e politica alla fine della Repubblica romana” 👩 🏛♀️

Che hanno a vedere le donne e la politica? Nulla, se si vuol conservare la tradizione antica.

– Valerio Massimo

La preoccupazione circa il “femminile” delle donne è una lunga, lunghissima storia. Ancora pretesa e pretestuosa materia del controllo virile nel nostro XXI secolo, la codificazione dell’identità muliebre nell’antica Roma è un affare di ordine capitale

Sono gli uomini, attraverso parole pubbliche e private, a definire forma e ruolo delle donne, a influenzarne la percezione collettiva e a tramandarne la memoria ai posteri. Con le epistole viaggiano, di calamus in calamus, modelli da elogiare insieme agli antimodelli da condannare. In commentari e testi letterari si perpetuano canoni costrittivi o si manifesta, molto più frequente della benevolenza, la misoginia romana. E da defunte, le bonae feminae sono celebrate dagli uomini con orazioni funebri ed epigrafi. Persino sui proiettili si incidono iscrizioni (diffamatorie) sulla donna del nemico, da lanciare nel campo avversario per bersagliarne l’onore.

La parola è un privilegio virile, espressione sociale e strumento politico. Il silenzio, una fondamentale qualità femminea

Domi mansitcasta vixitlanam fecit: una delle forme di locuzioni latine che celebrano la donna rimasta in casa, pudica, a filare la lana per tutto il corso della sua esistenza.

Le patrizie venivano allevate fin da giovanissime per essere future mogli discrete e madri prolifiche.

La matrona, apoteosi della donna romana, è casta, semplice e cheta, devota osservatrice dei riti e dei culti famigliari, si muove all’interno dello spazio domestico e le sue occupazioni sono di natura prettamente casalinga.

Il silenzio femmineo è persino culto tramite la dea Tacita Muta, che veglia sull’adeguato uso delle lingue delle donne, troppo inclini alle chiacchiere, dopo che le è stata strappata la propria per aver parlato a sproposito.

Guai a dimenticare specificità e confini femminili fissati dal mos maiorum, le tradizioni morali degli antenati, eredità di un’età protostorica in cui i patres hanno stabilito le norme sociali. Non corrispondere all’immagine stabilità dalle antiche norme è sovvertire l’intera comunità: dall’ordo, la regola, all’extraordinarius, ciò che è extra, ovvero fuori, dall’ordine naturale delle cose. 

Ma è proprio in occasione di stati emergenziali che le donne, con sempre più frequenza, sono coinvolte nella vita istituzionale da cui, normalmente, vengono escluse. Il tempo è quello instabile degli ultimi due secoli avanti Cristo e a sottolineare come la realtà femminile sia molto più vivida e scollata rispetto alla canonica, uniforme figura della reclusa donna preimperiale è Francesca Rohr Vio con il volume Le custodi del potere. Donne e politica alla fine della Repubblica romana edito Salerno Editrice nel 2019.

Tra le figure femminili oggetto di studio dell’autrice un posto d’onore spetta a Fulvia, la terza moglie del celebre Marco Antonio.

Una pubblicazione inserita in Piccoli saggi, la collana della casa editrice dedicata a testi «di facile lettura di argomento storico e letterario».

Le custodi del potere mantiene la promessa: il quadro delineato della condizione femminile in Roma antica è completo e risulta chiaro anche a chi è estraneo alla materia; sicuramente preziosa è l’esperienza di docente dell’autrice, che all’Università Ca’ Foscari di Venezia insegna Storia romana e Storia delle donne nel mondo romano

L’indagine si articola in due macrosezioni: nella prima parte del volume, inevitabilmente più corposa, le matrone invadono la vita pubblica senza varcare i confini loro imposti, cioè quelli della casa cui appartengono; nella secondadominae e honestae feminae agiscono al di fuori di essa, si riversano nelle piazze e nelle strade, accedono ai tribunali, lasciano l’Urbe e conquistano un posto negli accampamenti militari. 

Le intromissioni limitate alla sfera privata e riconducibili a comportamenti in linea con i valori della romanità sono le più accettabili, se non addirittura apprezzate da coevi e autori successivi: gli esempi antichi e le prescrizioni del mos maiorum vengono considerati prove ontologiche del confarsi alla matrona della dimensione casalinga; dimensione che, nonostante le interferenze tese all’esterno e che quindi si ripercuotono sulla società, resta esigenza prioritaria della sua condotta.

Come il caso di Turia, moglie di un uomo a noi sconosciuto che la celebra tramite epitaffio: in una vita di rigoroso anonimato, spicca la determinazione con cui difende i propri interessi e quelli del marito grazie a provvedimenti giudiziari e di carattere politico: riesce a ottenere il perseguimento penale per gli assassini dei genitori; protegge i beni che erano del padre dalle pretese dei parenti; bada al patrimonio del marito in esilio e ne perora la causa. L’operato di Turia può sembrare sorprendente e dice molto del ruolo delle donne alla fine della Repubblica. La sua intraprendenza è tuttavia giustificata agli occhi dei coevi perché esercitata in funzione della pietas, la devozione famigliare e una delle principali virtù femminili; inoltre la sua condotta è esemplare: Turia è pudica e preparata a obbedire agli obblighi imposti dalla società e al volere dello sposo.

Una vecchia foto dell’epigrafe Laudatio Turiae, incisa alla fine del I secolo a.C.

In ogni caso, come ben spiegato dall’autrice, anche all’interno della casa la donna ha occasione di poter influenzare gli uomini, e quindi la politica. Svolge una serie di compiti che le permettono di plasmare la prole: racconta storie, trasmette i valori e, in assenza degli uomini, si occupa della loro istruzione; non a caso il capitolo dedicato si intitola Educare i figli, educare i cittadini. Tesse relazioni con la stessa abilità con cui intreccia al telaio i fili di lana, facendo il suo ingresso in nuove famiglie e influenzando, se non proprio decretando, le unioni a venire. Partecipa ai banchetti con gli uomini, apprendendo notizie e strategie, magari interviene persino nelle discussioni. 

Ma non solo vita pulsante: attraverso la propria dipartita o quella dei famigliari le donne incontrano la politica. La cura delle spoglie, la gestione del lutto e la celebrazione del defunto (o della defunta) sono importantissimi strumenti di propaganda; e così il suicidio femminile, che rende attrici totalmente attive le donne che lo compiono. La morte è anche una delle occasioni che spingono le matrone ha lasciare la domus e interferire nella vita della comunità. 

Come il resto delle interferenze al di fuori della riservatezza delle mura domestiche, se il comportamento delle donne si discosta dalla prassi, nella quasi totalità dei casi la conseguenza è la condanna morale: l’uso delle parole strutturate in discorsi, l’abbandono della compostezza e il relazionarsi con uomini non appartenenti alla famiglia le allontana dal modello femminile, condannandole.

Ci sono però casi in cui, date le contingenze estreme e l’interesse pubblico delle azioni intraprese, le donne che le compiono sono addirittura celebrate: famoso è il caso di Ottavia Minore, sorella di Ottaviano, che accompagna sino ad Atene i soldati inviati dal fratello allo sposo Marco Antonio. Ma anche i vincoli famigliari legittimano il suo agire (viaggiare e prodigarsi per l’alleanza tra fratello e marito sono mosse riconducibili alla pietas) e, naturalmente, il trattamento di favore del futuro Augusto ha il suo fondamentale peso.

La vita della sorella maggiore di Augusto, fin dall’entrata in scena del fratello, si inquadra nella luce politica.

In ogni caso, lodate o criticate, tra la forte crescita economica (che solleva le donne dalle tradizionali incombenze domestiche), l’accrescimento delle loro capacità patrimoniali e le emergenze della tarda Repubblica che tengono lontani gli uomini (o li portano alla morte), le matrone sempre più spesso rappresentano mariti e figli e interferiscono nella politica.

Le Romane, quindi, ambivano all’eguaglianza con i loro uomini? La professoressa Rohr Vio avvisa: la maggiore autonomia e l’accesso a luoghi e compiti tipicamente maschili non deve intendersi come esigenza della popolazione femminile di raggiungere la parità dei sessi; per lo meno, non restano tracce che lo dimostrino. Non a caso le azioni delle donne hanno carattere individuale e quasi senza eccezione a giocare un ruolo solo le dominae, di rango elevato, con alle spalle un contesto culturale privilegiato e un nome di famiglia importante. Soprattutto, finita la parentesi emergenziale, costante è la loro involuzione.

Una donna che medita: affresco di Villa di Arianna dell’antica Stabia.

Come Ortensia, figlia dell’illustre oratore Quinto Ortensio, che nel 42 a.C., nel foro, parla in difesa del diritto delle matrone di non farsi carico dei doveri maschili: l’obiettivo è quello di non sacrificare parte del patrimonio per sostenere le spese militari del secondo triumvirato; di fatto, Ortensia si batte per mantenere una divisione rigida dei compiti.

Voi […] se ora ci togliete anche il patrimonio, ci porterete a una condizione indegna della nostra nascita, del nostro modo di vivere, del sesso femminile. […] Perché dobbiamo pagare noi, che non siamo partecipi di cariche pubbliche, di onori, di comandi militari, insomma di vita politica, che voi vi contendete con risultati così infelici?

Sono ancora lontanissimi gli appelli modernisti di Mary Wollstoncraft e Olympe de Gouges. E anche le proteste protofemmiste, decisamente anteriori, di Christine de Pizan, Margherita di Navarra e Mary Astell sembrano estranee al pensiero della donna romana.

Ma anche se non c’è ricerca di parità tra uomo e donna, è innegabile che il potere diventa affare femminile tra II e I secolo a.C.: la sistematicità degli episodi è un segno che la condizione femminile conosce quasi un rovesciamento, anche se limitata a quelle di una certa condizione sociale, e le Romane non possono certo vantare la medesima libertà e gli stessi diritti delle Etrusche.

Le Romane mostrano uno spirito di iniziativa e un raggio d’azione, sebbene limitati a situazioni improvvise o provvisorie, impensabili per le Greche, secondo la prassi orientale più vicine alle schiave.

Parlare di donne e politica è allargare i confini dell’esiguo spazio loro (a noi) accordato, nel passato così come nel nostro presente. L’autrice cerca di concedere più attenzione possibile a ogni donna presente nel volume, approfondendo l’elenco di nomi con storie personali che aiutano a capire meglio gli ultimi due secoli della Repubblica e a rendere ognuna di loro qualcosa di più di mera figlia, sorella, moglie, madre di uomini. Come, invece, quasi senza eccezioni sono invece raffigurate.

Una lettura consigliata per chi vuole percorre le prime fasi della storia femminile in Occidente e, in particolare, scoprire le radici di una delle prime forme di stravolgimento dei ruoli tradizionali: nonostante la specificità della pubblicazione e la fatica che a volte coglie nel tenere traccia di relazioni e parentele delle molte protagoniste, l’esposizione diretta dell’autrice e il breve riepilogo alla fine di ogni paragrafo tematico aiutano la lettura che, altrimenti, risulterebbe ostica per i non addetti ai lavori.

– Ornella 🐱

Titolo: Le custodi del potere. Donne e politica alla fine della Repubblica romana

Autrice: Francesca Rohr Vio

Casa editrice: Salerno Editrice

Pagine: 136

Anno (Italia): 2019

ISBN: 9788869733697

Prezzo: 22,00 €

Ebook: 12,99 €

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