INTERVISTA a Francesca Rohr Vio: Roma matrona e “Le custodi del potere” 👩 🏛♀️

Siamo felici di ospitare un’intervista a Francesca Rohr Vio, docente all’Università Ca Foscari di Venezia di Storia delle donne e Storia romana e autrice del saggio Donne e politica alla fine della Repubblica romana pubblicato da Salerno Editrice nel 2019.

Qui la nostra recensione del volume, disponibile in edizione cartacea e digitale.

Le custodi del potere di Francesca Rohr Vio sono donne che, soprattutto a partire dal II secolo a.C., interferirono nella scena politica, anche se perlopiù all’interno degli spazi domestici e in maniera indiretta. Come l’autrice ha specificato spesso, il loro agire è comunemente accettato all’interno di particolari condizioni: se riconducibile agli antichi modelli femminili, riservato e attuato all’interno dei circoscritti ambienti casalinghi. 

Le donne sono le protagoniste degli affreschi pompeiani della Villa dei Misteri: forse raffigurano i preparativi per un matrimonio, o il rito d’iniziazione di una sposa a Dioniso.

Da quelle donne ci separano oltre duemila anni, ma sembra che i progressi non siano stati, in rapporto al lasso di tempo trascorso, così grandi: tutt’oggi il nostro sesso molto spesso non viene seriamente preso in considerazione, o addirittura è osteggiato, quando le sue opinioni e azioni esulano dai tradizionali ambiti femminili; e i posti di comando, fino a ieri di appannaggio esclusivamente maschile, sono ancora principalmente occupati dagli uomini. 

Professoressa, questa pubblicazione è una naturale tappa del suo percorso di ricerca o è frutto anche di un’esigenza più schiettamente “privata”, legata alla realtà della nostra contemporaneità caratterizzata da una forte ineguaglianza di genere?

Negli anni Novanta, quando ho iniziato a occuparmi della storia di Roma antica, la storia politica ha sollecitato la mia curiosità ed è diventata il fulcro dei miei interessi di ricerca. Studiavo le congiure e più in generale il dissenso maturato contro Augusto, all’inizio dell’esperienza imperiale. La passione per la storia politica mi ha accompagnata negli anni, sollecitandomi a indagare l’età tardo repubblicana, quando si venivano disfacendo le strutture dello stato repubblicano e di fatto si creavano le premesse per il principato. Il mio interesse è stato rivolto inizialmente ai protagonisti “ufficiali” della scena politica, ovvero gli uomini, espressione dell’aristocrazia al potere ma anche delle famiglie italiche emergenti. Ma poi la mia attenzione è stata attirata da un soggetto diverso: le matrone. Escluse dalle magistrature e dalle assemblee, tradizionalmente confinate a occuparsi della vita familiare, per molto tempo prive degli strumenti intellettuali necessari per la vita pubblica, in un tempo di guerra civile come il I secolo a.C., e quindi di emergenza, queste donne contribuirono alla vita politica di Roma. La storiografia antica non dedica loro ritratti esaustivi, non riflette dal punto di vista teorico su questa trasformazione, ma conserva segmenti delle loro iniziative: lo scopo degli autori antichi non è scrivere una storia al femminile, probabilmente priva di interesse per gli storici e per i loro lettori, ma raccontare la storia; se fino ad allora era stata declinata solo al maschile, con rarissime eccezioni, ora invece comprende anche l’azione di alcune matrone. Costoro non sono delle fautrici di un’emancipazione in senso moderno che ambiscono a una parità di genere: sono donne che operano con il fine di custodire, come suggerisce il titolo del mio libro, il potere, di preservarlo per le loro famiglie e i loro uomini, in attesa della fine dell’emergenza e del ritorno alla pace e alle regole del vivere civile. Queste figure hanno attirato il mio interesse di storica della politica anche perché hanno superato la dicotomia, forte nell’esperienza romana di altri periodi, tra vita della comunità e genere femminile e quindi l’attenzione nei loro confronti è stata in primo luogo da storica della politica più che da storica di gender studies. Ma conoscere l’esperienza delle donne romane è stata per me anche occasione per avvicinare in modo più consapevole il nostro presente. Il mondo romano è molto differente dal nostro e deve essere studiato con la consapevolezza di questa diversità. Diverso contesto, diverse categorie di pensiero, diversi problemi, diversi codici di comportamento. L’attualizzazione è sempre un processo pericoloso, che richiede molte cautele. Ma la storia romana è la radice della nostra identità e può rappresentare uno strumento interpretativo del nostro tempo. Le disuguaglianze dell’oggi a cui fate riferimento in alcuni casi non prescindono dalla realtà sociale del mondo romano. La società patriarcale romana ha legittimato il primato maschile: poneva tutta la famiglia, e quindi anche le donne, sotto l’autorità del capofamiglia, che aveva facoltà di deciderne la vita e la morte, come si trattasse di sue proprietà. Tanti casi di violenza contro le donne oggi sono determinati proprio da una malsana idea di possesso. L’accesso alla formazione culturale nell’esperienza romana fu l’esito di un processo lungo, che raggiunse risultati apprezzabili dal II secolo a.C.; la capacità di acquisire e gestire risorse economiche proprie venne acquisita attraverso un percorso legislativo complesso. Questi erano, e sono anche ora, requisiti importanti per agire nella propria comunità; per molto tempo furono patrimonio esclusivo degli uomini romani e in alcuni contesti escludono ancor oggi le donne, impedendone l’affermazione. Conoscere le nostre radici aiuta quindi a capire il nostro tempo e a migliorare il nostro presente.

Noi l’abbiamo conosciuta tramite la sua biografia su Fulvia, moglie “dimenticata” di Marco Antonio più volte citata anche in questo volume. Perché pur essendo una donna decisa, di potere, coinvolta in una fitta rete di relazioni e in vicende che si prestano bene a essere materia di narrazioni, è una figura decisamente ignorata?

Fulvia è a mio parere una delle figure femminili più interessanti della tarda Repubblica romana. Una matrona che ha inciso nella storia del suo tempo attraverso capacità, intraprendenza, determinazione. La storiografia in più occasioni fa riferimento all’azione di Fulvia (l’anomala gestione del corpo del suo primo marito assassinato, Clodio; il suo secondo matrimonio che sancì il passaggio di Scribonio Curione dalla parte conservatrice a quella cesariana; i molti interventi a difesa degli interessi del terzo marito Antonio e della sua famiglia; il coinvolgimento nella politica di quest’ultimo e anche in contesti di guerra) ma l’interesse primario delle fonti non è mai questa donna; diversamente le sue azioni sono ricordare quando hanno delle ricadute sugli uomini del tempo: i suoi mariti, ma anche suo cognato Lucio Antonio o suo genero Ottaviano, il futuro Augusto. Non abbiamo quindi un suo ritratto, ma tessere diverse di un mosaico: non ricostruiamo il quadro completo, ma delineiamo un ritratto che restituisce momenti importanti del suo profilo biografico. Certo non è sufficiente collegare queste tessere per risalire al suo vissuto: Fulvia è stata una matrona scomoda in vita e quindi è stata diffusamente screditata, soprattutto dagli avversari politici dei suoi mariti, e in particolare di Antonio. Ciò ha contribuito all’inquinamento della sua memoria, che recepisce molte delle accuse canoniche rivolte alle donne: la gelosia, l’avidità, la crudeltà. È necessario rimuovere questo strato di accuse strumentali per delineare un quadro storico coerente.

Denario con Nike alata dalle fattezze di Fulvia: la moglie di Marco Antonio è la prima donna non mitologica ad apparire sulle monete romane.

E com’è nato il suo interesse per questa peculiare matrona?

Fulvia è stato il primo personaggio femminile che ho studiato in modo ampio. Mi ci sono avvicinata per un progetto editoriale di EdiSes che intendeva dedicare una serie di monografie a personaggi significativi del mondo greco e romano. Con Giovannella Cresci, il mio maestro, abbiamo pensato a una coppia e quindi lei ha scritto di Antonio e io di Fulvia. Questo studio mi ha tanto appassionata da dare avvio a una serie di ricerche sulle donne nel mondo romano e in questo ho spesso dialogato con Alessandra Valentini, mia allieva, che ha già dedicato due libri alle donne romane: Matronae tra novitas e mos maiorum. Spazi e modalità dell’azione pubblica femminile nella Roma medio repubblicana (Venezia, 2012) e Agrippina Maggiore. Una matrona nella politica della Domus Augusta (Venezia, 2019).

Un saggio sulle trasformazioni nel ruolo sociale e pubblico delle donne nella nuova realtà del Principato attraverso la vicenda di Agrippina Maggiore, nipote di Augusto.

L’azione femminile manca principalmente di coralità: se anche si creano contatti tra donne o una comunione di sforzi, si tratta pur sempre di azioni di soggetti singoli e non di un corpo unico femminile; poi però cita l’ordo matronarum. Un associarsi che, sebbene il precedente celeberrimo e legittimante (le Sabine supplicanti), sembra racchiudere il germe di una forza rivoluzionaria: per esempio quando i triumviri le tassano pesantemente, le matrone si oppongono ed eleggono una rappresentante (Ortensia, che vince la causa). Ancor più pensiamo alla folla, non solo dell’Urbe, che chiede di abrogare la legge suntuaria Oppia, cioè contro il lusso: un’unione che supera i confini dell’ordo.

Rapite e violentate dai Romani, le Sabine esercitarono poi l’ordo matronarum per interrompere il conflitto tra il popolo d’origine e la loro nuova famiglia. Qui Il ratto delle Sabine di Francesco Allegrini.

Perché le donne non danno seguito a simili episodi, essere presenti come categoria invece di partecipare individualmente, e spesso “passivamente”, alla vita pubblica? Dipende anche da un’assenza generalizzata del bisogno di avvicinare sfera maschile e femminile?

La storia tardo repubblicana vede effettivamente le donne agire in prevalenza in forma individuale, ma talvolta in coppia (madre e figlia; nuora e suocera) e in alcune occasioni anche in gruppo. Gli episodi leggendari immortalano donne che operano in gruppo: le Sabine, ma anche la schiera di giovani al seguito di Clelia e le matrone che inducono Veturia e Volumnia, madre e moglie di Coriolano, a recarsi in ambasceria presso il loro congiunto divenuto capo dei Volsci e persuaderlo ad abbandonare l’assedio di Roma. Questi episodi non sono resoconti precisi di fatti storici, ma spesso conservano preziose informazioni sul tempo in cui la loro memoria è stata costruita: forse nella tarda repubblica tali racconti subirono parziali operazioni di riscrittura, funzionali ad assicurare precedenti che legittimassero le iniziative corali delle matrone di allora e quindi testimoniano sia il verificarsi di queste modalità di azione sia la preoccupazione di assicurare loro una veste di legittimità. L’azione collettiva si sceglie nel I secolo a.C. sempre come soluzione estrema, quando le opzioni tradizionali (ad esempio la ricerca di una mediazione maschile) non sortiscono effetti. È un modo di agire che porta le donne a manifestare lungo le strade, e quindi a valicare il confine domestico, e pertanto viola il codice di comportamento femminile: è un’azione di rottura, potenzialmente efficace ma pericolosa, perché promossa dalla componente più debole della comunità al di fuori delle regole. Le donne dispongono di un network: l’ordo matronarum, che purtroppo non conosciamo in tanti aspetti, almeno dal III secolo riunisce come un’associazione le donne espressione delle famiglie della classe dirigente, mogli e figlie di senatori e cavalieri. Attraverso questo strumento le donne mantengono tra loro un collegamento costante e possono velocemente consultarsi, come dimostra l’aneddoto sulla madre di Pretestato. Tuttavia non è uno strumento funzionale alla promozione di rivendicazioni che alterino l’equilibrio sociale. In primo luogo le donne vi accedono non per requisiti propri ma per la collocazione sociale dei propri uomini, ovvero come mogli di qualcuno o figlie di qualcuno. Inoltre per quanto si può capire dagli sporadici riferimenti nella tradizione, l’ordo si attiva in particolare in relazione alle pratiche del culto, ovvero in quell’ambito in cui le donne sono chiamate a svolgere attività in sedi pubbliche. Il culto è uno dei doveri delle matrone nei confronti della comunità: attraverso di esso contribuiscono ad assicurare la buona disposizione degli dei, la pax deorum. Le donne, infatti, che non hanno diritti di cittadinanza equiparabili a quelli degli uomini ma sono cittadine romane se sono figlie di cittadini romani, sono tenute a concorrere alla vita della comunità come gli uomini che combattono per Roma e amministrano lo stato, ma con altri mezzi: la procreazione di cittadini, l’officiare il culto degli dei, il supportare anche economicamente la comunità. L’azione in pubblico, e non all’interno della casa, e il riunirsi nell’ordo matronarum non sono quindi strumenti di emancipazione, ma, al contrario, soluzioni consentite perché funzionali al benessere della comunità che si regge su un equilibrio sociale. Nelle poche occasioni in cui scendono in piazza le donne non promuovono con la loro azione rivendicazioni per un miglioramento della propria condizione o per l’equiparazione con la componente maschile della comunità; rivendicano il ripristino di diritti sottratti, diritti riconosciuti come propri delle donne, in una realtà che attua e reputa corretta una dicotomia tra maschile e femminile, origine per entrambe le parti di doveri e diritti specifici.

Pur non essendo interessante unicamente alle questioni femminili nell’antica Roma, in quanto donne e femministe siamo naturalmente propense a leggere biografie e saggistica a tema. E per tutta una serie di ragioni, principalmente culturali, sono soprattutto le studiose, più dei colleghi uomini, a occuparsi di personaggi femminili. Ovviamente esistono numerose eccezioni (pensiamo alle biografie di Lorenzo Braccesi su Giulia Maggiore e Livia).

Due ritratti di donne romane dal noto grecista Lorenzo Braccesi: Giulia, la figlia di Augusto (Editori Laterza, 2012) e Livia (Salerno Editrice, 2016).

C’è stato un uomo, nella sua carriera, che direttamente o indirettamente l’ha ispirata, aiutata? E ci può segnalare l’attività di un collega che, con particolare sensibilità, si interessa alle donne romane?

Io sono una storica donna e per molti anni mi sono occupata di una storia romana che ha avuto per protagonisti e narratori uomini del passato: politici, militari, sacerdoti e storiografi. Penso, infatti, che qualsiasi sia il soggetto, esso possa essere studiato sia da ricercatori uomini che da ricercatrici donne: ciò che conta è il metodo storico, che deve essere unico a prescindere dal tema di ricerca a cui lo si applica. Troppo spesso gli studi sulle donne nel mondo antico sono stati banalizzati da approcci più aneddotici che scientifici e questo ha fatto sì che la ricerca seria su questi temi abbia faticato ad affrancarsi dai sospetti di dilettantismo e ad acquisire dignità scientifica. Forse è anche questa diffidenza che allontana tanti studiosi capaci dai temi “al femminile”.
Nella mia esperienza di studio, ho imparato molto dai lavori e anche dal confronto con studiosi uomini di storia al femminile. Ad esempio François Chausson, che è professore a Paris 1 Panthéon-Sorbonne, è stato il promotore e dirige insieme a me, a Francesca Cenerini e a Isabelle Cogitore, il gruppo di ricerca GIEFFRA (Groupe International d’Etudes sur les Femmes et la Famille dans la Rome Antique): insieme abbiamo partecipato a tanti convegni internazionali e le sue pubblicazioni sul tema sono di particolare interesse. Alfredo Buonopane, che insegna all’Università di Verona, coniuga i suoi interessi primari di epigrafia con spazi di ricerca dedicati alle donne romane, soprattutto in età ciceroniana, e il suo punto di vista è prezioso per tematiche sulle quali io stessa lavoro. Tom Hillard, Anthony Barrett, Richard Bauman e tanti altri hanno contribuito in modo significativo alla conoscenza delle matrone romane.

Tornando all’oggetto dello studio, sono molto interessanti le menzioni del silenzio muliebre: se in casa possono parlare e persino insegnare ai figli (sebbene, perlopiù, in contesti emergenziali), le donne ammirevoli di norma non si servono della voce per esprimere bisogni e devozione ai loro uomini e alla famiglia. 

Livia fu una delle donne che seguirono il modello esemplare di moglie obbediente, discreta e rispettosa delle tradizioni, che fu alla base della propaganda famigliare di Augusto.

La parola è dell’uomo: opinione condivisa al punto tale da poter essere considerata a tutti gli effetti una sorta di censura del pensiero e delle emozioni femminili? E in qualche modo è possibile tracciare il percorso della costruzione di questo importantissimo privilegio maschile?

Secondo il pensiero romano la parola pubblica è esclusivamente dell’uomo: cioè significa parola nelle assemblee popolari, nel senato, nel foro, nei tribunali, presso i soldati, a cui i generali si rivolgono nel loro ruolo di combattenti ma anche di concittadini prima della battaglia ma anche, come ad esempio Cesare, in occasione di importanti e controverse decisioni. Quindi con la parola gli uomini monopolizzano anche la politica, che dalla parola nasce. Il concetto è così importante che gli uomini officiano un culto per Aio Locuzio, il dio della parola, quella voce che ha avvertito, inascoltata, i Romani in occasione del sacco di Roma compiuto dai Galli Senoni al comando di Brenno nel 390 a.C. Le donne dispongono della parola, ma possono usarla, correttamente, solo nel loro ambito di competenza, ovvero la casa e la famiglia, e questa parola si presta anche a usi distorti e impropri, quando scade nel pettegolezzo. Proprio da ciò origina uno degli stereotipi contro le donne: la chiacchiera diffusa e inappropriata che si vuole caratteristica frequente di chi appartiene al genere femminile e che diventa l’accusa topica contro le donne che si intende delegittimare.  E in questo la distanza di secoli tra il mondo romano e il nostro mi sembra molto tenue. Proprio per proteggere dai pettegolezzi le donne romane praticano il culto di Tacita Muta, una divinità dal nome doppio, come Aio Locuzio. Ma mentre il nome del dio si costruisce sui due verbi della parola, quello di Tacita Muta si struttura su due aggettivi del silenzio. Tacita Muta era una ninfa, racconta Ovidio, che riferì alla sorella Giuturna i propositi di Giove, pronto a sedurla. Formulò la stessa confidenza a Giunone, moglie tradita, e la vendetta di Giove andò a colpire proprio la sua facoltà di parlare: le fece tagliare la lingua e la destinò all’Ade, ammonimento per tutte le donne che fossero tentate di usare male la propria voce. Dunque parola pubblica agli uomini, silenzio pubblico alle donne, ovvero, rispettivamente, coinvolgimento ed esclusione dalla vita della comunità. Questa bipartizione di competenze non ha un punto di inizio nella storia romana: fin dall’età arcaica è innestata in una visione secondo cui è la natura a rendere diversi uomini e donne e tali differenze, che garantiscono l’equilibrio sociale, affidano agli uomini la gestione dello Stato e difesa con le armi della comunità e consegnano alle donne il compito primario della procreazione, garanzia di crescita della comunità, e della cura della famiglia, nonché della trasmissione di valori che perpetuano nei secoli uno stesso modello esistenziale e anche una stessa struttura politica oligarchica. Se le donne avessero dei freni nell’esprimere i sentimenti non possiamo dire. La storiografia antica non si interessa di questi aspetti, privilegiando i racconti di guerra, le questioni politiche e istituzionali, la cerimonialità religiosa. Conosciamo aspetti dei sentimenti attraverso la poesia, la commedia e la tragedia, ma in questi casi la ricostruzione è ostacolata dalla lente deformante del filtro letterario. Anche le iscrizioni sepolcrali che talvolta esprimono sentimenti come il dolore per la perdita, la nostalgia, l’affetto in vita, sono confezionate di frequente attraverso un linguaggio stereotipato, che difficilmente consente di leggere in controluce dinamiche emozionali reali.

La parola non è però il solo appannaggio maschile: c’è un breve ma interessantissimo accenno a fine volume che ricorda come quelli cheoggi vengono comunemente considerati nomi propri di donna in realtà sono dei nomina, nome gentilizi declinati al femminile, ovvero quelli delle rispettive gentes (stirpi di appartenenza), ereditati dai padri e quindi assimilabili ai cognomi moderni. Quando all’interno di una famiglia vi sono più donne generalmente si aggiungono aggettivi numerali; nessuna, salvo rari soprannomi, ha un nome che le appartiene in quanto persona unica e che la distingue dalle altre. 

Ubi tu Gaius ego Gaia: con questa formula la sposa sigillava il rito matrimoniale, segnando il trasferimento nella nuova famiglia, con la patria potestà che passava dal genitore al marito.  (Particolare da Nozze Aldobrandini, alla Biblioteca Apostolica Vaticana.)

La matrona che per matrimonio si lega a un altro nucleo mantiene il nomen (e, nella tarda Repubblica, anche il cognomen): le donne, nell’ottica onomastica, sono espressione passiva di potere? L’individualità femminile esiste nella cultura romana o, anche in questo senso, le singole donne sono più paradigmi che esseri umani in carne e ossa?

Le donne romane non hanno valore in sé stesse; viene loro riconosciuto un valore per la famiglia di origine e per la società in cui vivono perché possono unirsi in matrimonio a un uomo. Attraverso il matrimonio, e prima il fidanzamento formalizzato che può coinvolgere anche donne giovanissime, la donna è quella componente della famiglia paterna che garantisce l’alleanza con un’altra gens, quella del marito, e che grazie alla sua fertilità può assicurare nei figli una continuità a quell’alleanza anche oltre la possibile fine del matrimonio.  Nella famiglia acquisita la donna sarà ambasciatrice della famiglia di origine e il suo nome, a cui a volte si affianca quello del marito, assicurerà immediata evidenza all’accordo che suo tramite si è prodotto in una famiglia in cui tutti gli altri componenti, a parte sua suocera, condividono uno stesso gentilizio diverso dal suo. Nella casa coniugale accanto alle immagini degli antenati del marito la donna posiziona quelle degli avi del proprio padre, che diventano gli antenati comuni dei figli nati dalla nuova coppia. 
Le donne romane, come dicevamo, entrano nell’ordo matronarum in quanto figlie o mogli di un uomo; partecipano a culti femminili patrizi o plebei a seconda dell’appartenenza del padre e del marito a un gruppo o all’altro; sono cittadine se il padre lo è e grazie a questa condizione possono sposare uomini romani. La loro vita presenta margini di indipendenza assolutamente ridotti.

Tra le molte figure femminili discusse nel libro, una delle più interessanti è la già citata Ortensia, figlia dell’illustre oratore Quinto Ortensio: a una prima lettura, la sua può sembrare un’azione protofemminista ma nel saggio si sottolinea come, anche se fuori dal canone, l’intervento della matrona rimarca le differenze tra i sessi; paradossalmente, la posizione di Ortensia è assolutamente conservatrice. Addirittura lo storico Valerio Massimo ne giustifica la condotta facendo di lei mera coda del padre. 

Docta puella da Pompei, con stilo e tavolette cerate, ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli: prima identificata con Saffo, è facile immaginare Ortensia nei panni della figura senza nome.

Tuttavia, le chiediamo, farsi portavoce di una categoria poco rappresentata, appropriarsi (sebbene temporaneamente) di un ruolo precluso alle donne, infrangere le norme comportamentali e mettere bocca su questioni politico-economiche (pur a causa dell’eccezionalità della situazione), non è comunque considerabile come una forma di emancipazione? E le parole di Valerio Massimo non potrebbero avere anche un intento normalizzatore, per rendere più consono alla tradizione un agire di potenzialmente sovversivo?

Certamente la testimonianza di Valerio Massimo non è neutra: l’opera in cui è ospitata la memoria di questo episodio, i Facta et Dicta Memorabilia, è funzionale a trasmettere modelli di comportamento e quindi a condizionare il pensiero e la condotta dell’aristocrazia di età tiberiana. Conosciamo però l’episodio anche da Appiano e Quintiliano, le cui opere rispondono a finalità diverse. L’azione di Ortensia a mio parere manifesta una notevole progressione nelle libertà femminili, ma credo che si tratti di una circostanza conseguente all’emergenza delle guerre civili e non l’esito di un percorso pianificato inteso ad ampliare gli spazi di autonomia femminile. Mi spiego meglio. Non sappiamo se Ortensia scrisse da sé il discorso che pronunciò; non sappiamo se ebbe dei suggeritori: magari quei parenti o amici conservatori che si tenevano nascosti per sfuggire alle proscrizioni dei triumviri e che erano alleati dello stesso padre di Ortensio, morto da poco meno di dieci anni. Certo il messaggio affidato a quelle parole corrispondeva a una rivendicazione della situazione pregressa: le donne non sono coinvolte nella politica e quindi non devono sostenere le spese militari. Una constatazione della differenza di cui abbiamo parlato tra compiti maschili e femminili e una rivendicazione delle conseguenze di tale diversità, non una richiesta di equiparazione. Anche le finalità di Ortensia sembrano indirizzare alle stesse conclusioni: l’obiettivo è preservare dei patrimoni che probabilmente comprendevano non solo i beni delle matrone ma anche molti dei beni dei loro uomini, opportunamente trasferiti per essere protetti dalle confische triumvirali. Ortensia quindi rappresentava sì gli interessi delle matrone, ma più probabilmente gli interessi anche dei loro uomini e più in generale delle famiglie. L’attribuzione delle parole di Ortensia al padre, il grande oratore, credo fosse un modo per giustificare l’azione di una donna che parlava in pubblico, ai magistrati, e si intrometteva in questioni politiche e finanziarie, ma che apparteneva a una famiglia che molti non avevano interesse a delegittimare. Lo stesso primo tentativo di Ortensia, che per raggiungere i triumviri si rivolse alle loro donne, dimostra la sua preoccupazione di agire conformemente ai dettami del costume. Fu l’opposizione di Fulvia, che contrastava la parte conservatrice, a costringerla a violare il mos maiorum.

Del resto l’intromissione femminile negli spazi pubblici (in relazione agli affari dello Stato) è un’azione pericolosa che può portare la donna a essere soggetta a un giudizio negativo, addirittura destabilizzare l’equilibrio dell’intera Repubblica. E ognuna ne è perfettamente consapevole. In tempi più recenti, non pochi i casi in cui le donne si sono schierate contro il volere istituzionalizzato, hanno sfidato l’opinione pubblica e ne sono uscite galvanizzate (ad esempio le fondamentali proteste del Sessantotto).

Le glandes plumbeae, antiche versioni dei moderni proiettili, spesso recano iscrizioni ingiuriose nei confronti dei nemici: quando Fulvia si immischiò nella lotta tra triumviri, nel suo campo ne furono lanciate con frasi sessuali rivolte alla matrona (come «io cerco il clitoride di Fulvia»).

Secondo lei, quali potrebbero essere le emozioni di una donna della Roma di fine Repubblica-inizio Impero che opera (o anche valuta solo la possibilità di operare) in contrasto con modelli e tradizione? 

La gran parte di queste donne agiva a tutela della propria famiglia e probabilmente viveva tensioni e preoccupazioni proprio per il destino tragico o l’incertezza del futuro per i propri familiari. La famiglia era del resto, come dicevamo, il contesto di vita di queste donne: senza i propri mariti, i propri padri, anche i propri figli, non avevano alcuna collocazione nella comunità cittadina. Spesso si sposavano per ragioni molto lontane dall’affetto; ma i loro mariti erano necessari e soprattutto le disgrazie di questi ultimi si sarebbero riflesse sul futuro dei figli: il figlio di un romano dichiarato nemico pubblico avrebbe perso l’onore ma anche il patrimonio necessario per la carriera politica. Certo agire in aperta violazione delle pratiche e delle regole, mettere a rischio la propria rispettabilità, diremmo oggi, rappresentava una scelta estrema; ma i tempi duri della guerra richiedevano modi nuovi di agire.

A suo avviso esiste (se non tra I e II secolo a.C. in un altro punto della storia di Roma) una donna che, nell’ottica del tempo, con le sue azioni porta riconoscimento all’intero sesso femminile più che alla famiglia d’appartenenza o alla propria persona? Se sì, chi e quali sono le circostanze del suo agire?

Le donne che assicurano fama al genere femminile sono, in una prospettiva inversa rispetto a quella odierna, quelle che riproducono nel modo più fedele le linee guida definite per il comportamento femminile in età arcaica. Nel rispetto di una visione per cui ciò che è antico è positivo perché rappresenta le fondamenta della grandezza di Roma e la novità deve essere accostata con circospezione perché altera equilibri positivi, chi si discosta dall’esempio garantito dai propri antenati non merita pubblico riconoscimento. Così le matrone di cui Roma riconosce il merito e a cui per questo garantisce una visibilità che le rende modello sono coloro che contribuiscono al consolidamento della tradizione e alla sua diffusione. Ad esempio Lucrezia ottiene un indiscusso plauso perché si uccide dopo che la sua pudicitia è stata violata: lei, vittima di stupro, è consapevole che la sua dignitas non può essere ripristinata e si dà la morte, innescando così la vendetta dei suoi familiari che determina la cacciata di Tarquinio il Superbo, padre del suo aggressore: Lucrezia diviene simbolo positivo per le matrone dei secoli a venire. Ottavia e Livia vengono proposte come modelli all’opinione pubblica da Augusto e in tale operazione comunicativa rivolta alla classe dirigente di Roma e delle province le due matrone incarnano i valori tradizionali che sono il fondamento della rifondazione augustea dello stato. Anche Cornelia, che pure inaugura una radicale trasformazione del ruolo femminile alla fine del II secolo a.C., rientra in questo progetto, attraverso la valorizzazione della statua a lei dedicata e l’enfatizzazione degli aspetti più tradizionali del suo profilo: la maternità e la custodia della memoria familiare.   

Lucrezia ispirò a lungo, diventando soggetto di innumerevoli ?: tra i molti, Lucas Cranach il Vecchio la rese protagonista di diverse tele.

Prima di salutarla e ringraziarla nuovamente per la sua grande disponibilità, le chiediamo se è già al lavoro su un nuovo testo e se può anticiparci qualcosa.

La pubblicazione di un libro richiede un lungo tempo, necessario per la ricerca, ma anche per la sedimentazione delle interpretazioni e delle idee e per la riflessione sulle conclusioni a cui si addiviene. Nei prossimi mesi mi dedicherò a portare a termine lavori specialistici già impostati, più circoscritti, alcuni dei quali incentrati sulle matrone romane. Vorrei anche continuare il mio impegno nella Public History: ritengo fondamentale, infatti, che la ricerca non rimanga patrimonio fruibile solo dagli addetti ai lavori all’interno delle Università e dei Centri di ricerca, ma sia tema di una comunicazione a un pubblico più largo, che possa soddisfare interessi, passioni, curiosità. Sono persuasa che la storia antica sia un patrimonio prezioso per la nostra società, garantendo insegnamenti fondamentali per la crescita e la consapevolezza dei nostri concittadini. Vi ringrazio molto, quindi, per questa opportunità, che mi ha consentito di ritornare su temi a me cari con un pubblico che spero possa condividere come voi queste mie passioni.

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