#JUSTREAD ✍️ – Recensione de “L’autoritratto in blu” di Noémi Lefebrve 🖼 ✈️ 🎵

Immaginate di trovarvi tra le mani un libriccino – poco più di cento pagine nella sua edizione italiana – dall’aria alquanto innocua. Un riposante intervallo tra volumi ben più corposi, se non fosse che L’autoritratto in blu, esordio del 2009 di Noémi Lefebrve recentemente arrivato nel nostro Paese grazie ai tipi obliqui di Safarà Editore, è una lettura rapida solo per propria precisa volontà – sì, come fosse qualcosa di vivo – di trascinarvi in un vortice, risucchiarvi per novanta minuti nell’occhio del suo ciclone. 

Ne uscirete prima di quanto vogliate, frastornati come dopo un giro sulle montagne russe, o un viaggio nel tempo.

Il comandante di bordo ha detto qualcosa ma non so cosa, lo steward ha fatto vedere come respirare con la maschera e come mettersi il gilet di salvataggio e non ho guardato. Avevo esattamente un’ora e trenta minuti per cambiare lingua.

La trama è di una semplicità estrema: durante un volo Parigi-Berlino, una donna ripercorre i giorni passati nella capitale tedesca e l’avventura con un pianista-compositore ossessionato, come lei, dall’Autoritratto in blu di Arnold Schönberg. Questo è quanto. E poi c’è la complessa architettura che sorregge questa microstoria che subdolamente si fa macrostoria, in cui ansie e fallimenti personali si allargano fino a contenere un intero continente, l’Europa, nel suo periodo più buio: la Seconda guerra mondiale.

Nel suo Autoritratto (1910), Arnold Schönberg si dipinge privo di un orecchio, forse con un riferimento a van Gogh – anche lui un reietto, artisticamente parlando. 

Storia, filosofia, arte, femminismo, nevrosi e rapporti umani sono le note di Lefebrve, politologa e studiosa di musica. E come note le dispone nel suo spartito, ispirata da quel metodo che ha regalato a Schönberg, pittore espressionista minore e compositore di fama mondiale, l’eternità e un soprannome: il Batman della musica. Schönberg dà al pubblico non ciò che desidera, ma ciò di cui ha bisogno. E per avere una comprensione più profonda del libro, è da lui che bisogna partire. 

Di origini ebraiche, per la maggior parte autodidatta, la particolarità di questo compositore-pittore è l’aver fatto confluire nella sua musica le idee dell’Espressionismo tedesco: l’arte va creata da un punto di vista soggettivo, che tenga in conto l’effetto delle emozioni sulle nostre percezioni. Su questa falsa riga, attorno al 1920 Schönberg elabora il metodo della dodecafonia, per cui tutti i dodici suoni appaiono lo stesso numero di volte e nessuno prevale sugli altri, producendo una musica ambigua, spesso poco apprezzata – quanto lo furono i suoi quadri dal Terzo Reich. 

La faccia di Schönberg alla faccia dei nazisti, aveva le palle quello Schönberg, si era detto il pianista come ogni volta che pensava a Schönberg, lo diceva tra sé e sé, in piedi davanti all’Autoritratto in blu, averle o non averle, lo schiaffo del blu contro il cielo radioso della campagna ridente, Scheisse ai nazisti molto prima che sfilassero a Monaco. 

Come in musica, la libera associazione è alla base dello stile pittorico di Schönberg.

Così Lefebrve: animato da forze tanto centripete quanto centrifughe, il romanzo sembra allontanarsi dal suo nucleo fondamentale ma finisce per riproporre ossessivamente gli stessi temi, ogni volta da una prospettiva leggermente diversa, e solo guardato a volo d’uccello, come la mappa di una città, rivela la complessa architettura e il suo senso finale. Il meccanismo ricorda La recherche proustiana: un pensiero evoca un ricordo, che a sua volta ne evoca un secondo e così via; il tempo è una pozza informe sartriana, e se il lettore si muove per epifanie, i personaggi più che agire pensano, pensano, pensano. 

Questo è il romanzo dei due. Sono tre personaggi che si muovono sulla scena – la protagonista, la sorella che viaggia con lei, il pianista-compositore con cui ha un’avventura – ma mai interagiscono se non in coppie. Inoltre, presi singolarmente, sono personaggi duplici o quantomeno ibridi: la protagonista parla francese e tedesco; la sorella suona due strumenti; il pianista è, appunto, anche compositore. Soprattutto, duplice e ibrido è il principio ispiratore del tutto: Schönberg, e il suo autoritratto – non è tutto già lì, lo sdoppiamento, nell’atto di ritrarre se stessi? 

L’idea dello sdoppiamento è evidente già dalla copertina italiana – per il progetto grafico di Giuseppe D’Orsi, raccontato in una interessante nota esplicativa a fine volume.

E persino L’autoritratto, il quadro, il primo ponte tra la protagonista e il suo amante, si sdoppierà, divenendo un’opera musicale e poi letteraria

Non c’è una sola verità, ma almeno due. Se la voce narrante è quella della protagonista, una Mrs. Dalloway sotto le anfetamine della propria ansia sociale, che macina parole su parole nell’esporre i sintomi e diagnosticare la causa prima del difetto tragico che l’affligge: l’eccessiva “disinvoltura”, la presunta incapacità di prendere a cuore tanto i piccoli gesti di tutti i giorni quanto la catastrofe novecentesca che ha scosso la storia umana. Il suo solipsismo è interrotto, fluidamente ma bruscamente, dagli interventi della sorella – che di lei sembra dare un’interpretazione piuttosto differente – e dell’artista – che, invece, pare descrivere tutta un’altra persona. 

In questa narrazione inaffidabile, dove gli appigli stanno nel mezzo, ci muoviamo nei cieli sopra Berlino, assolutamente consapevoli di quanto accade attorno alla protagonista. Un po’ come ne La modificazione di Maurice Blanchot, non a caso uno dei padri del Nouveau Roman e che sembra essere una delle influenze sul romanzo; anche lì un viaggio in treno, anche lì il flusso della coscienza disseziona un rapporto amoroso.

Ma ci muoviamo anche nei ricordi di una Germania più concreta, fatta di caffè letterari, mostre, teatri, cinema. I luoghi di una cultura in preda alla paralisi, educata a tacere.

Anche ci fosse una guerra atomica l’atmosfera del Cafeé Einstein non cambierebbe affatto, mi dicevo quella volta come me l’ero giaù detto un’altra volta, ma non so se con sollievo o ironia o indifferenza né quella volta né l’altra, si leggerebbe sul giornale degli effetti disastrosi che la guerra atomica ha avuto sulla popolazione di Berlino, annientata in toto e polverizzata in ogni sua parte, della completa distruzione del quartiere di Charlottenburg, della sparizione definitiva dell’Europa Center e delle ultime pietre della Gedaöchtniskirche andate in briciole, la chiesa del ricordo traducevo a me stessa, ricordo di che, non ricordo della rovina ma ricordo del nulla, si leggerebbe in prima pagina che sono andate in briciole tutte le belle, grandi case della Kurfuösternstrasse insieme a tutti gli abitanti del quartiere, distrutti in massa, fin davanti alla porta dell’Einstein, il tutto mentre si ascolta tranquillamente quel grazioso concertino di Mozart.

In effetti la condizione imbavagliata della Berlino somiglia a quella della protagonista, che si vorrebbe ben diversa dalla creatura dalla logorrea incontenibile, che oppone la propria «barbarie [alla] cultura al Café Einstein, dove le idee non fanno rumore bensì arrivano all’intensità nel silenzio della parola scritta e alla profondità nella meditazione della carta stampata»; e che accavalla sotto il tavolo gambe «come serpenti», incapace persino di star ferma composta, 

scorgendo nello specchio del Café Einstein la mia faccia da ragazza inopportuna, nessuna traccia di scimmia nello specchio, lo scimmiottamento come limitazione e l’imitazione come garanzia di urbanità, la scimmia urbana assente dallo specchio in cui la ragazza inopportuna e priva di urbanità si vede com’è, cosa fai qui, lontana dalla scimmia, in fondo cosa vuoi, a saltare da un ramo all’altro davanti allo specchio come un imitatore di scimmie, con l’inumanità dell’animale che non scimmiotta l’uomo ma scimmiotta la scimmia, imitando d’istinto saltavo sopra qualsiasi cosa. 

Café Einstein è una delle caffetterie più rinomate della capitale tedesca, al confine tra Schöneberg e il Tiergarten. © Lilli Beigbeder

L’insistenza, da più di una prospettiva, sulla donna che dovrebbe essere capace di tacere si traduce nell’idea della musa silente che partecipa all’arte solo in quanto lo specchio in cui l’artista scopre se stesso. 

Questo è più che evidente nella figura – poliedrica: «[…] sono prima di tutto un pianista eppure prima di tutto un compositore» – del pianista-compositore, l’altra voce principale della narrazione, sebbene i suoi siano pensieri filtrati: alquanto ironico, tenuto conto che nessuno come lui cerca, inconsciamente, di imporre il silenzio alla protagonista.

In cerca di ispirazione, la trova a seguito della visita a una mostra – realmente avvenuta – a tema musica e Terzo Reich, alla vista dell’Autoritratto. Un’epifania non diversa a quella di Lily Briscoe, la pittrice amatoriale di Gita al faro di Woolf, che si verifica in parte proprio grazie alla protagonista che facciamo fatica a identificare, così come viene descritta, con la donna che ci siamo abituati a conoscere.

Nell’edizione del 2006 Oxford World’s Classics in copertina campeggia At the Edge of Cliff di Dame Laura Knight, con protagonista una donna contro uno sfondo di un intenso blu.
 

La donna si ritiene parte di una ben precisa categoria di ragazze, quelle

[…] che parlano troppo e di cui si conoscono gli inconvenienti, che generazione dopo generazione hanno sempre esasperato chi gli sta intorno, rovinato la vita ai mariti, ai figli e agli amanti, che non si limitano mai al silenzio comprensivo necessario alla felicità, le ragazze che vogliono così intensamente partecipare alla felicità collettiva con le loro chiacchiere disinvolte da distruggerne la possibilità, che chiacchierano di qua e chiacchierano di là senza mordersi la lingua tre volte, pensando ogni volta che avrebbero dovuto mordersi tre volte quella loro linguaccia lunga, pensandoci troppo tardi però […].

Tuttavia il pianista-compositore ha di lei un’immagine ben diversa: 

[…] avrebbe ascoltato il pianista senza la tradizionale, insopportabile indulgenza femminile e lui sarebbe stato turbato, come lo era stato la prima volta, da quella comprensione non femminile in una ragazza così femminile e proprio per questo, si dice ora che attraversa la foresta brandeburghese, e ripensa alla ragazza benché senza alcuna  volontà di ripensarci, quella comprensione non femminile della ragazza è la cosa più seducente in lei, in realtà in qualsiasi ragazza, una ragazza comprensiva è poco seducente ma una ragazza che capisce come capisce questa ragazza, in quel modo non femminile, ossia a-femminile e per così dire contro-femminile, il colmo del turbamento, se la ragazza avesse capito il pianista con quella banale condiscendenza non avrebbe avuto voglia di incontrarla per caso qui alla mostra, mentre la sua non-condiscendenza, proprio in quella sarebbe voluto incappare, ovviamente per puro caso davanti all’Autoritratto in blu di Schönberg […].

Non tanto un oggetto del desiderio, ma la levatrice silenziosa dei pensieri dellartista al parto dell’immaginazione. Né l’uomo ha parole più umane per la compagna con cui condivide la casa e la vita, che si limita a definire il proprio «accompagnamento abituale», sospettata di intrattenere una relazione con lui attratta solo dalla fama ma lodata in quanto pilastro di una routine favorevole alla creazione. Una creazione che sembrerebbe essere appannaggio maschile.

Eppure, se in questo volume non troverete un femminismo urlato, tra i tanti paradossi e ironie che fanno da fondamenta alla narrazione, c’è spazio anche per la protesta verso un mondo dell’arte maschiocentrico. Esempio involontario ma lampante è quello della protagonista stessa che, nonostante paia ridotta a musa passiva, è una donna colta, perfettamente a proprio agio nel discutere di arte, musica, storia, filosofia e letteratura; non si sente in diritto di dire la propria, però, e auspica per sé il silenzio: canzonatorio che si renda vittima della pratica del mansplaining – atteggiamento propriamente maschile di spiegare a una donna qualcosa di cui lei è esperta, con l’idea di saperne di più di lei – coniugato in musica

Non so niente di musica, sono seduta di fronte a un pianista virtuoso e gli spiego in che modo bisogna appoggiare le dita sui tasti, ecco, per l’esattezza, ciò di cui sono capace. Gli spiego, io, il modo migliore di agire, come se il pianista virtuoso aspettasse me per scoprire finalmente il modo migliore di procedere, come dovesse meravigliarsi di tutti quegli espedienti pianistici che gli avrei fornito con generosità perché potesse migliorare la sua tecnica e diventare ancora più virtuoso grazie a me. Ne sono capacissima, tenere una masterclass per un grande pianista di fama internazionale.

Discreta è la protesta, e così anche la rivalsa: tenuto conto che L’autoritratto in blu è un volume in parte autobiografico, possiamo immaginare che la stessa eroina, riordinando i pensieri, abbia assunto un ruolo attivo, facendosi autrice e non più solo oggetto della narrazione, tanto quanto il pianista-compositore in musica e, prima ancora, Schönberg per immagine.

«Noémi Lefebvre scrive come un’autentica compositrice.» – Le Figaro littéraire

L’arte, nelle sue varie sfaccettature, il suo rapporto con la politica e l’idea di memoria storica si intrecciano a eventi e pensieri più schiettamente personali che coinvolgono la protagonista: il ponte è ancora una volta Schönberg. Il pianista-compositore, alle prese col problema dell’impossibilità della musica dopo che essa si è legata al nazismo e all’orrore dell’Olocausto, ricorda una frase in particolare del suo idolo: «L’idea di non aver scritto nulla di cui vergognarmi è il fondamento della mia esistenza morale»

L’intima vergogna di un popolo – quello tedesco, ma anche quelli di tutta Europa – per aver partecipato all’atrocità della Seconda guerra mondiale viene alleviata dalla disinvoltura da cui la protagonista si sente affetta; spesso la vediamo rimproverarsi per aver mancato di ricordare istantaneamente la rilevanza di una data o di un luogo in questo contesto – e anche il pianista-compositore ha un complesso rapporto con la propria arte e con un pubblico che sembra non comprendere quanto essa sia stata, in passato, messa a servizio di immorale e amorale. 

Nella protagonista, la vergogna pubblica si fa privata: per qualcuno che vede la disinvoltura come un difetto tragico, piuttosto ricorda J. Alfred Prufrock di T.S. Eliot, tanto conscio dello sguardo della società da sentirsene paralizzato e cercare di evitare ogni contatto; ma se il protagonista del poema – a tutti gli effetti l’esordio da professionista di Eliot – Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock rimane sulla soglia del ritrovo conviviale in cui sente si consumerebbe la sua immolazione, la donna di Lefebrve ha fatto quel passo, e ora se ne pente nella privacy dei propri pensieri. 

Qui è possibile ascoltare l’intepretazione dell’attore Jeremy Irons della poesia di Eliot in occasione di un ciclo di letture su BBC Radio 4.

Alla vergogna pubblica e privata ne L’autoritratto in blu si lega l’idea della «felicità collettiva», per cui ogni individuo dovrebbe prendere parte alla società dando un contributo al generale miglioramento; ma persino la felicità collettiva è soggetta alla perversione se piegata da un’ideologia politica corrotta.

La radice della vergogna della protagonista – che non anticipo – non è diversa da quella di quei gruppi sociali oppressi che, a rigor di logica, non dovrebbero provarne. E come una vera eroina modernista, la vediamo dibattersi e dibattere con sé stessa, trovando sollievo nella compagnia della sorella, e in un finale che lascia aperta ogni possibilità. 

Ci sarebbe ancora da scavare attraverso gli strati di questa narrazione, prima di arrivare a toccarne il nocciolo, ma questo lo lascio a voi se vorrete leggere L’autoritratto in blu: ma se lo farete tutto d’un fiato o vi fermerete negli snodi tra i ragionamenti della sua autrice, assicuratevi di avere tempo per riflettere. Perché anche voi, come la protagonista, a fine lettura – più confusi, forse, ma sicuramente più ricchi – sentirete il bisogno di riordinare i pensieri.

– Lucrezia 🐵

Titolo: L’autoritratto in blu

Autrice: Noémi Lefebvre

Casa editrice: Safarà Editore

Pagine: 120

Anno (Italia): 2020

ISBN:  9788897561989

Prezzo: 16,00 €

Ebook: 7,99 €

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