#LIBRIEDINTORNI 📚 – I curiosi casi dell’editoria. Parte 1: sopravvivere tra lupi e menzogne ðŸ‘§ðŸ¼ðŸºðŸ—£

Di rado si parla di libri su quotidiani e riviste, telegiornali e trasmissioni radio e show televisivi al di fuori di intenti promozionali. Ma a volte capita. Soprattutto quando c’è da raccontare una storia nella storia: perché – e lo dice Oscar Wilde, non noi – «oh! Il pettegolezzo è delizioso!».

E siccome siamo nella stagione dei giramenti di testa (vuoi per l’alta temperatura vuoi per i flirt roventi) e delle letture sotto l’ombrellone, abbiamo deciso di inaugurare #LIBRIEDINTORNI di luglio e agosto con una bufala letteraria: quella della finta memorialista ebrea per miracolo sfuggita alla Shoah, Misha Defonseca, autrice del best seller da noi conosciuto col titolo di Sopravvivere coi lupi.

Piccola parentesi: il falso libro di memorie di sopravvissuti al genocidio della Seconda guerra mondiale sembra quasi essere diventato un sottogenere a sé stante: quello che potremmo chiamare “olocaustiano” (da “Olocausto”, a cui noi preferiamo però il termine Shoah). In realtà il fake memoir non è così recente e molti, di questi memoriali, parzialmente o del tutto inventati, sono state capaci di conquistare critica e pubblico. 

Per quanto riguarda i falsi a tema Shoah, capostipite è considerato L’uccello dipinto (1965) dell’ancora oggi fosco Jerzy Kosiński, che non solo ha spacciato il libro per una narrazione autobiografica, cercando di creare delle false prove per corroborare la sua versione dei fatti, ma ha anche razziato opere di autori europei poco conosciuti negli Stati Uniti per scrivere (probabilmente aiutato da molti ghostwriter di lingua inglese) la storia che gli ha dato la notorietà. 

Altri famosi (accertati o pesantemente sospettati) falsi a tema sono: 

  • In nome dei miei (1972) di Martin Gray, presunto contrabbandiere alla Robin Hood poi mandato a Treblinka e infine arruolato nell’Armata Rossa;
  • Memorias del Infierno (1978) di Enric Marco, impostore spacciatesi per un deportato a Mauthausen e Flossenbürg;
  • Frantumi. Un’infanzia 1939-1948 (1995) di Bruno Dössekker, firmato con lo pseudonimo di Binjamin Wilkomirski, in cui racconta la sua presunta fanciullezza trascorsa nel campo polacco di Majdanek a partire dall’età di tre-quattro anni;
  • Hannah: From Dachau to the Olympics and Beyond (2005) scritto da Jean Goodwin Messinger sulla base della falsa testimonianza della truffatrice Rosemarie Pence, spacciatasi per sopravvissuta al campo di Dachaue ed ex sciatrice della squadra olimpica tedesca;
  • Stoker: The Story of an Australian Soldier who Survived Auschwitz-Birkenau (1995) di Donald J. Watt, supposto sopravvissuto ad Auschwitz ed ex sonderkommandoassegnato a servire ai crematoi;
  • Il bambino senza nome (2007) di Mark Kurzem, che racconta la storia di suo padre Alex, bambino non ariano che finì con l’essere mascotte della propaganda nazista;
  • Angel at the Fence: The True Story of a Love That Survived (2009) di Herman Rosenbla, melensa storia di una coppia (lui ebreo, rinchiuso in un campo, lei una cristiana, che gli lancia cibo dalla recinzione) che si rincontra una volta adulta a un appuntamento al buio e si sposa; 
  •  Auschwitz. Ero il numero 220543 (2011) di Denis Avey, scritto insieme a Rob Broomby, sulle sue esperienze come soldato del Royal Army, finito volontariamente in un campo di sterminio per raccogliere testimonianze.

Ma qual è la storia (vera) di Misha Defonseca?

Un primo piano di Monique Ernestine Joséphine De Wael, in “arte” Misha Defonseca. © Mary Schwalm

Non esiste nessuna Misha “Mishke” Defonseca, ebrea nata nel 1934 da mamma Gerusha e papà Ruben (o, in ebraico, Reuven) e troppo piccola per ricordare il suo stesso cognome. La sua reale identità è quella di Monique Ernestine Joséphine De Wael, figlia sì di un Robert (Henri Ernest) e una Joséphine “Jerusha/Gerusga” Donvil, entrambe vittime del nazismo, ma certo non un’ebrea. E tanto meno, ancora bambina, ha intrapreso un viaggio di migliaia e migliaia di chilometri in compagnia dei lupi con il solo aiuto di una piccola bussola. 

Misha sostiene di aver attraversato Germania, Polonia, Ucraina, ex Jugoslavia, Italia e Francia, per poi tornare in Belgio, alla ricerca disperata dei suoi veri genitori (dopo stata “adottata” da dei benestanti borghesi che però non ne hanno buona cura): partita nel novembre del 1941 si ferma solo nella primavera del 1945. Dopo, come nelle migliori fiabe, il lieto fine, per quanto sofferto.

In realtà, lontana dai genitori, la vera Misha, cioè Monique, va a stare da alcuni parenti prossimi. Certo non è facile per lei, orfana e per di più «figlia del traditore»: sotto le pressioni dei suoi carcerieri, il padre ha infatti tradito i compagni di resistenza. E Monique non è sopravvissuta mangiando frattaglie e vermi, il suo letto non è stato un tappeto freddo di foglie né ha avuto come coperta il cielo stellato.

Sono andata lì fuori e ho mangiato del fango, per provare che sapore aveva.

– Misha racconta la sua infanzia

Sua nonna le faceva passare tutti i capricci!

– Emma De Wael, sulla cugina Monique, a Le Soir
Una vecchia foto che ritrae la piccola Monique De Wael.

Una volta adulta e sposata, nella seconda metà degli anni Ottanta arriva in America, nella cittadina di Millis. Lì si finge Misha e racconta le sue avventure immaginarie, arrivando a prendere in giro anche la comunità locale ebraica. Finisce con l’incantare pure Jane Daniel, della minuscola Mt. Ivy Press di Boston: la sua futura editrice, già affascinata dall’amore quasi eccessivo della concittadina per gli animali (vive con oltre due dozzine di gatti!), ascolta del suo “passato” e la convince a pubblicare l’incredibile storia che l’ha vista protagonista, nonostante l’iniziale insicurezza di Misha.

In prima battuta, ha detto che sarebbe stato molto doloroso, e poi ha detto che avrebbe voluto farlo per il figlio.

– Jane Daniel al The Boston Globe

 Per la stesura del libro, l’editrice le affianca l’amica e vicina di casa Vera Lee: saggista, ex professoressa di Lingue romanze ed ex direttrice della biblioteca del French Cultural Center. La coppia, messa insieme da Jane, si mette all’opera già dal 1995. 

Ma tra il duo creativo e la mente del progetto iniziano gli scontri: per Jane occorreva molto sentimentalismo, nel libro, e un innamoramento; alla fine propone a Vera di prendere un compenso per il lavoro svolto e di abbandonare il progetto o, se si rifiuta, di tagliare via tutti i suoi interventi. Vera cerca un avvocato mentre, a suo dire, Jane prova a metterle contro Misha (e non è il primo guaio legale per l’ex amica, che solo qualche anno addietro ha dovuto persino ritirare dal mercato un suo self publishing)! Piuttosto, Jane sostiene di aver salvato il progetto, rimediando a uno «stile di scrittura troppo giovanile» e che la versione voluta da Vera «conteneva numerosi errori storici».

La primissima edizione.

In ogni caso, ad aprile 1997, esce il libro con il titolo Misha: A Mémoire of the Holocaust Years. Con in copertina solo il nome della protagonista. Ma già prima dell’arrivo nelle librerie, la storia non convince proprio tutti.

Nell’estate del 1996, il giornalista e autore tedesco di origine polacca Henryk M. Broder riceve da un conoscente un ritaglio di giornale che racconta questa vicenda al limite del reale, e così parte per incontrare l’ormai matura sopravvissuta. Che, però, lo riceve con editrice, consulente legale e una richiesta: prima di pubblicare qualsiasi cosa sul suo conto, deve sottoporre loro il testo! Le premesse e il racconto inverosimile di Misha non persuadono Broder.

Uno dei libri di Henryk M. Broder pubblicato in italiano, dalla casa editrice Lindau.

E tra le persone a cui provano a essere richiesti i blurb (cioè frasi promozionali) ci sono due esperti della Shoah, che rifiutano e anzi avvertono della non plausibilità del libro: Debórah Dwork, secondo cui «l’intera faccenda era una fantasia», che poi sarà consulente per un documentario a tema andato in onda nel 2008 sul canale belga RTBF; e Lawrence L. Langer, che riceve una telefonata per dare un’occhiata al manoscritto, ma afferma chiaramente che «non è vero» e prega di non pubblicarlo poiché sarà fonte di imbarazzo.

Marsilio Editore ha, negli anni Novanta, pubblicato questo saggio di Debórah Dwork.

Le chieda come ha attraversato il Reno, nel bel mezzo della guerra, quando le SS stavano a guardia dei ponti ad entrambe le estremità. Trovi l’Elba su una mappa e chieda come una ragazzina ha potuto attraversare quel fiume. Lei non parla tedesco, è ebrea, malvestita, e nessuno chiede: “Chi sei, bambina?”.

– Langer racconta una telefonata con l’editrice

Langer condivide la storia di Misha con Raul Hilberg, uno dei massimi esperti della Shoah: anche lo studioso viennese la etichetta come impossibile.

Uno dei lavori più noti di Raul Hilberg pubblicati in Italia, qui in edizione Oscar Mondadori.

Si riesce però a trovare qualcuno di famoso che sponsorizza il libro: il Nobel e sopravvissuto Elie Wiesel lo definisce «molto commuovente» e la cofondatrice della North American Wolf Foundation, Joni Soffron, sostiene che le adozioni di esseri umani sono possibili da parte di un branco. Per quanto rare.

L’amorevole descrizione di Misha della vera natura dei lupi dissipa molti miti e tocca l’anima di tutti coloro che la leggono.

– il blurb di Joni Soffron

Altri favorevoli pareri di alto profilo sono quelli di Leonard P. Zakim, defunto direttore dell’Anti-Defamation League del New England (che definisce il libro «un terrificante must per chiunque sia interessato all’Olocausto») e lo storico e giornalista Padraig O’Malley.

Ma nonostante l’attenzione dei media, il libro non viene molto considerato dalla critica americana e le vendite non sono ragguardevoli (circa 5000 copie). In compenso, l’agente letterario John Taylor “Ike” Williams, a cui è affidato il libro per la vendita all’estero, riesce a piazzare l’opera. E la televisione e il cinema sembrano (ovviamente!) impressionati dalla bambina-lupo: la Walt Disney Company vuole trasformare il libro in un film e tra i grandi nomi interessati anche la Universal Pictures. Ma alla notizia dei contrasti tra le donne che hanno creato il quasi-caso editoriale tutto si blocca.

In Europa il libro funziona molto meglio, diventando un best seller e venendo tradotto in diverse lingue: presto è pubblicato in Francia dalla casa editrice Éditions Robert Laffont con il titolo Survivre avec les loups e le vendite decollano (supererà le 30.000 copie francesi). E pare che nemmeno alcune conoscenze del passato, che in Misha dicono di aver riconosciuto Monique De Wael, siano riuscite a trovare vera voce presso i media.

Un’edizione francese di Survivre avec les loups, oggi pubblicato dalla XO Editions.

Non solo rose e fiori per Misha, però: insieme a Vera fa causa, nel maggio 1998, a Jane. L’accusa? Non aver corrisposto loro i guadagni previsti dal diritto d’autore, aver nascosto i soldi delle vendite in conti offshore e non essersi mai molto prodigata per diffondere l’opera (se non addirittura averla ostacolata) in America. Ma dopo qualche anno, le due vincono la battaglia legale, causa maneggi dichiarati evidentemente truffaldini di Jane, a cui la corte impone di risarcire Misha e Vera per un totale di 32,4 milioni di dollari.

Ancora nel 2001, la falsa sopravvissuta sostiene la sua versione.

Questi sono i fatti, questa è la Storia.

– Misha al The Boston Globe

Il film Sopravvivere coi lupi, della francese Vera Belmont, esce nei vari Paesi europei tra 2007 e 2008. E accende il cuore del pubblico e di parte della critica.

Il trailer del film in lingua francese, attualmente disponibile in streaming legale su RaiPlay.it.

Su questa sfida – come raccontare l’Olocausto ai bambini – questa epopea (a volte soffusa di espressionismo) trova i suoi accenti più toccanti.

– Jean-Luc Douin su Le Monde

Ma accende anche la miccia definitiva della verità, perché la storia di Misha ora è ancora più nota al grande pubblico. Sulla faccenda indagano esperti (tra cui Sharon Sergeant, una genealogista del Massachusetts) e non. Persino alla regista vengono fatte delle domande, ma afferma (ovviamente!) di credere a Misha. La quale fa pubblicare su uno dei principali quotidiani francesi una risposta piuttosto seccata. Quasi infantile.

Se gli specialisti che mi accusano sanno tutto così bene, allora mi dicano anche cosa è successo ai miei genitori, perché sono stati di fatto arrestati e io non li ho mai ritrovati.

– Misha, sul Le Soir il 22 febbraio 2008
La locandina italiana del film, che ancora oggi non ha trovato distribuzione americana.

Ecco un assaggio delle contestazioni più autorevoli mosse al libro: una da parte del principale storico dell’Olocausto del Belgio, Maxime Steinberg, e l’altra di Serge Aroles, chirurgo ed esperto del tema del “bambino selvaggio”.

Siti come http://www.loup.org, o altri legati alla natura, mi hanno contattato per analizzare il caso di Misha Defonseca. […] È molto probabile […] che i neonati, finiti nella foresta a causa di guerre, carestie o solo abbandonati, siano stati allattati per un breve periodo [dai lupi]. Ma questo riguarda solo i più piccoli. E se questo ha indubbiamente alimentato il mito dei bambini-lupo, comunque Mowgli non esiste!

– Serge Aroles

È, nel vero senso del termine, una falsa testimone e per di più dà un’errata testimonianza perché in Sopravvivere coi lupi fa iniziare queste deportazioni quasi un anno prima di quando sono cominciate per descrivere la traversata dell’Europa nazista che una ragazzina ebrea di quattro anni avrebbe intrapreso da sola. La finzione letteraria non segue la strada della Storia. Per il resto, […] gli argomenti avanzati da Serge Aroles hanno confermano il carattere completamente fallace di un’operazione di manipolazione letteraria che sfrutta tutte le fantasie della Memoria e la credulità.

– Maxime Steinberg

Pochi giorni dopo l’infelice difesa su Le Soir, il 28 febbraio 2008, Misha, ora di nuovo Monique, confessa tutto sulle pagine dello stesso giornale. Ci tiene però a sottolineare che non ha avuto alcun intento malevolo ma che ha seguito solamente l’istinto, che sempre l’ha fatta sentire di essere più vicina agli animali che alle persone, e il cuore, che l’ha portata ad autoeleggersi ebrea perché in grado di capire molto bene i loro patimenti.

Una still dal film, con Misha (Mathilde Goffart) e il vecchio Jean (Guy Bedos).

«Mi hanno [i familiari] trattato male. Mi sentivo diversa. È vero che mi sono sempre sentita ebrea e […] è vero che mi sono raccontata, da sempre, […] un’altra vita, una vita che mi ha allontanato dalla mia famiglia, una vita lontana dagli uomini che odiavo. Questo è anche il motivo per cui sono appassionato di lupi, per cui sono entrata nel loro mondo. E ho mescolato tutto ciò. Ci sono momenti in cui è difficile per me distinguere tra ciò che è successo veramente e ciò che è era il mio universo interiore. Questo libro, questa storia sono miei. Non è la realtà, ma è stata la mia realtà, il mio modo di sopravvivere. Mi scuso con tutti coloro che si sentono traditi, ma li prego di mettersi nei panni di una bambina di quattro anni che ha perso tutto, che deve sopravvivere, che si tuffa in un abisso di solitudine e di comprendere che non ho mai desiderato altro che scongiurare la mia sofferenza.» 

– la confessione di Monique De Wael al Le Soir

E alla fine deve risarcire lei la sua vecchia editrice.

Misha era una donna […] con capelli biondi color platino e occhi azzurri […]. Indossava un abito con stampe a macchie di leopardo e portava pensati gioielli d’argento in stile nativi americani. Lunghe unghie finte, bianche, le facevano sembrare le dita degli artigli.

– Jane Daniel nel libro-confessione Bestseller!, nato dal blog omonimo

Ma com’è stato possibile per mezzo mondo lasciarsi ingannare da una storia fortemente immaginifica, se non palesemente incredibile, per undici anni? Perché, a differenza dell’altrettanto falso L’uccello dipinto, definito un capolavoro di «verità artistica […] ineccepibile» (così sul The New York Times), la fantasia di Monique è, invece, molto più goffa. Anche senza essere degli esperti del secondo conflitto mondiale e dando per scontato che la maggior parte del pubblico non verifichi le date, resta molto di cui sorprendersi leggendo queste truffaldine memorie (o anche solo guardando il film).

È, nel vero senso del termine, una falsa testimone che per di più dà un’errata testimonianza perché le deportazioni degli ebrei in Belgio iniziano il 4 agosto 1942 e solo ad Auschwitz in Alta Slesia, e non in Ucraina, come già si sa in Belgio già nel 1943.

– Maxime Steinberg

Durante la lunga strada percorsa, infatti, le imprese della bambina Misha sono straordinarie: riesce a entrare e uscire dal ghetto di Varsavia, più di una volta e senza troppi problemi; viaggia con una banda di combattenti della resistenza, dividendo con loro cibo e riparo; uccide un soldato tedesco che ha violentato una donna; e poi c’è la storia dei lupi.

Quando Misha Defonseca spiega che una lupa la sgridò per aver urinato come un maschio, sollevando la zampa, o che si ritrovò a ricoprire il ruolo di babysitter nel branco, ecco, nessuno le ha mai sparate così grosse […].

– Serge Aroles

E, come fa notare la genealogista Sharon, ci anche sono diversi riferimenti cristiani nel libro: è possibile che nessuno dei lettori (il testo è stato persino edito in lingua ebraica!) li abbia notati e trovati fuori posto? La ragione di quei dettagli è che la vera Misha, Monique, è nata cristiana, come ha anche provato un certificato di battesimo.

Una volta che ho iniziato a lavorare con Evelyne [Haendel, una collega belga], è diventato [un affare] personale. Mi sentivo orribilmente per il fatto che Evelyne dovesse ricordare così tanto per svolgere questo lavoro. È stato molto difficile per lei stare in piedi sui gradini del municipio di Schaerbeek – dove sua madre è stata presa per poi venir mandata ad Auschwitz. Ed essere lì per indagare su una donna che aveva commesso una tale, subdola frode.

– Sharon Sergeant al giornale Bostonia

Nonostante l’infanzia non idilliaca, bisogna chiedersi se Monique De Wael aveva il diritto di cimentarsi in una ricostruzione della sua vicenda personale e quello di raccontarla.

Da parte nostra crediamo di poter capire la necessità, forte, di un’evasione interiore. Persino quando la fantasia creata si dimostra ancora più dura della realtà vissuta. E sarebbe stato anche piacevole, magari importante, leggere la sua storia… se fosse stata presentata per ciò che è davvero: narrativa pura, una fiaba che potrebbe persino rivelarsi pedagogica. Ma non se trasformata in una truffa perversa, un modo facile per avere attenzioni e denaro.

A Misha, a metà tra Mowgli e Cappuccetto Rosso, non manca neppure la mantellina color del sangue.

Con le sue azioni, Monique è diventata effettivamente un lupo. Come desiderava. E con zanne feroci ha dilaniato la dignità della Memoria. Maciullato il suo corpo, ha offerto un lauto pasto ai saprofagi negazionisti e revisionisti. 

Molti si sono interrogati sulla faccenda (e su altre storie simili).

Cosa succede quando la verità viene dalla bocca di un bugiardo, di un impostore che racconta cose realmente accadute e anzi contribuisce a diffondere, tramite le sue bugie, la conoscenza di una realtà terribile e rimossa, che riguarda il destino degli uomini e il senso della loro vita? […] Ma da questo bugiardo si può forse imparare l’accanimento col quale ha ribadito la verità di quello che era successo nel lager.

– Claudio Magris per ilCorriere della Sera sul caso di Enric Marco, 21 gennaio 2007

Ci troviamo a non concordare con lo scrittore (e saggista, traduttore, accademico, senatore) friulano, perché, etica a parte, sono stati appunto stati i molti studiosi a sbugiardare l’autrice di Sopravvivere coi lupi proprio a causa delle vistose imprecisioni, che alterano la verità storica. «Sotto questo profilo, egli è molto meno bugiardo di chi minimizza la Shoah», sostiene Magris e noi pensiamo che ci sono tante storie (vere) che hanno ancora tanto da dire.

Dello stesso avviso diversi storicidella Shoah, per cui conta molto se un libro di memorie è vero o meno. 

E, infine, vorremmo ricordare che la menzogna è il cemento freddo e difficile da abbattere di molte dittature.

Stella di David, anche chiamata “stella ebrea”, che gli Ebrei vennero obbligati a indossare per segnalarsi tra gli altri.

– Ornella 🐱

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