#MARTEDÌCLASSICI – Zuffe letterarie. ✍️ Parte 2: Scott ed Ernest, nemiciamici 🥂💪

Benvenuti al secondo appuntamento col #MARTEDìCLASSICI di zuffe letterarie di questo mese. I nostri contendenti non sono altro che due giganti della letteratura americana: gli amicinemici F. Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway. Due opposti in tutto, i due forgiano a Parigi un’amicizia destinata a un triste epilogo ma attraversata da una costante rivalità, che oggi vogliamo raccontarvi.

I nostri due contendenti di oggi, gli amicinemici Ernest Hemingway e F. Scott Fitzgerald.

È una serata di fine aprile al Dingo di rue Delambre, a Parigi; un momento di riposo simile a molti altri per Ernest Hemingway, aspirante scrittore, marito fedele e padre amorevole. Seduto con due personaggetti insignificanti (che torneranno, neanche troppo velatamente, nel suo capolavoro prossimo venturo, Fiesta. Il sole sorgerà ancora), smaltisce la giornata di lavoro informandosi di questo o quel fatto, quando nel bar fanno il loro ingresso due sconosciuti; uno alto, simpatico, che gli piace immediatamente; l’altro, l’autore di fama internazionale F. Scott Fitzgerald.

Scott allora era un uomo che sembrava un ragazzo con un viso tra il bello e il grazioso. Aveva dei capelli ondulati molto chiari, la fronte alta, occhi spiritati e una delicata bocca irlandese con le labbra allungate che, in una ragazza, sarebbe stata la bocca di una bellezza. Il mento era ben disegnato e aveva orecchie proporzionate e un naso regolare, bello, quasi bellissimo. Questo non avrebbe dovuto dare come risultato un volto grazioso, ma quello veniva dal colorito, dai capelli biondissimi e dalla bocca. La bocca ti inquietava fino a che non arrivavi a conoscerlo e dopo t’inquietava ancora di più.

– E. Hemingway, Festa mobile

Agli occhi di Hemingway, imponente, peloso e maschio, Fitzgerald è minuto, con gambette troppo corte e una bocca inquietante, dalle labbra sottili. È un chiacchierone, che spara un fuoco di fila di domande imbarazzanti (persino se Hemingway abbia dormito con la moglie prima di sposarsi con lei!), e con una tolleranza all’alcool vergognosamente bassa. Ad accompagnare Scott, come Hemingway lo chiamerà nelle sue lettere, è l’ex-giocatore di baseball Dunc Chaplan, vecchio compagno di Fitzgerald a Princeton. Rilassato e gioviale (e con tutta probabilità, mai esistito), è lui a infilare Fitzgerald in un taxi quando lo champagne ordinato dallo scrittore finisce per andargli alla testa, lasciandolo verdognolo e comatoso.

Questo il loro primo incontro, così come Hemingway lo descrive nel memoir Festa mobile, iniziato nel 1957, trentadue anni dopo la fatidica serata al Dingo, e pubblicato postumo solo nel 1964. Un ritratto poco edificante di un Fitzgerald che, già nel 1925, ha già alle spalle tre romanzi, di cui un capolavoro, e due raccolte di racconti, alcuni dei quali pubblicati sul prestigioso e remunerativo Saturday Evening Post.

In essi, i personaggi fumano si divertono e rompono gli schemi, proprio come Scott e Zelda, sua moglie e musa. A New York, i due sono delle celebrità, e una presenza fissa sui giornali (memorabile è il tuffo di mezzanotte nella fontana di fronte al Plaza Hotel): il “cronista dell’epoca del Jazz” e “la prima flapper americana”, però, desiderano cambiare aria quando, nel 1924, si lasciano alle spalle gli Stati Uniti per approdare nel sud della Francia, per poi fare il suo ingresso in una Parigi fervente di attività intellettuale.

Fitzgerald con la moglie Zelda Sayre.

Hemingway è già a Parigi dalla fine del 1921, inizialmente inviato del Toronto Star Weekly; nel 1925 si è allontanato dal giornalismo per dedicarsi al suo vero grande amore, la narrativa, ispirato, a quanto si dice, proprio da Il grande Gatsby, a tutt’oggi indimenticato capolavoro di Fitzgerald. Al tempo del loro incontro, però, Hemingway non ha all’attivo che racconti e poesie, e due raccolte pubblicate solo in Francia in edizione limitata.

Ma la fortuna, che li ha fatti incontrare, è pronta all’ennesimo salto mortale: se Fitzgerald cesserà quasi totalmente di scrivere nel periodo parigino, imboccando una parabola discendente da cui non si riprenderà più, l’astro di Hemingway aspetta solo di ascendere; ed è proprio grazie a Fitzgerald che si compirà il miracolo.

Quando un uomo mi piace, voglio essere come lui – voglio perdere le qualità esteriori che mi conferiscono la mia individualità ed essere come lui.

– F. Scott Fitzgerald

Nella Parigi della Generazione Perduta (così definita dell’intellettuale Gertrude Stein), dove menti brillanti e originali si raccolgono dopo il Primo conflitto mondiale, perseguitate dai suoi orrori, l’amicizia tra Ernest e Scott si cementa rapida, soprattutto per iniziativa di un Fitzgerald profondamente affascinato dal nuovo compagno di bevute: più giovane di tre anni, Hemingway ha vissuto una vita ben più avventurosa di lui, che durante la guerra non ha prestato servizio oltreoceano (uno dei suoi grandi rimpianti giovanili, assieme a quello di non aver giocato a football a Princeton).

Rifiutato dall’esercito per problemi di vista ma sprezzante del pericolo come solo un vero maschio può essere, Hemingway si è arruolato volontario con la Croce rossa americana, come pilota di ambulanze; ferito, viene decorato dalle autorità italiane. Non solo: in Europa, come giornalista, intervista le più grandi figure dell’epoca, tra le quali Mussolini, e può vantare amicizie come Gertrude Stein ed Ezra Pound.

A sentire la prima moglie Hadley, Hemingway esercita un carisma irresistibile su donne, uomini e bambini, ma soprattutto sugli uomini; e non aiuta che Scott abbia una tendenza a idolatrare le sue amicizie maschili. Secondo il loro editor dell’Esquire Magazine che negli anni Trenta ospiterà gli scritti di entrambi, l’ammirazione di Scott per Ernest è stata fin da subito quasi vergognosa per un uomo adulto.

Esistono quarantasette finali inediti di Addio alle armi, pubblicato nel 1929. Ma è Fitzgerald a vincere questo round: Il grande Gatsby ne conta quarantotto.

Ma tanto lo adora, al punto da convincerlo a rivolgersi all’editore Scribner’s, facendo la sua fortuna, e a tagliare ben quattrocento parole dalla prima bozza di Fiesta (nonostante la risposta iniziale di Hemingway: «Baciami il culo»), tanto se ne sente in soggezione, come scrittore ed essere umano; secondo Hemingway perché non ha vissuto la guerra, il “setting perfetto”, che non solo velocizza l’azione, ma fa emergere riflessioni ed emozioni che altrimenti impiegano anni a maturare in un uomo.

E del resto, Hemingway si considera il più uomo tra gli uomini: si dipinge come un cacciatore, un boxer, un veterano di guerra e uno sciupafemmine; nonché come punto di riferimento di Scott per tutto ciò che è “da maschi”, come testimonia il leggendario episodio, riportato in Festa mobile, in cui Scott chiede a uno stupefatto Hemingway la sua sincera opinione sulla lunghezza del suo pene, definito “troppo corto” dalla moglie Zelda durante un litigio. Senza lasciarsi impressionare, Hemingway accompagna Fitzgerald nel suo ufficio (il bagno degli uomini) e lo rassicura benignamente.

«Lascia perdere quello che dice Zelda. Zelda è pazza. Non c’è nulla che non vada in te. […] Zelda vuole solo distruggerti».
«Tu non sai nulla di Zelda».

– E. Hemingway, Festa mobile
Maxwell Perkins, editor, fedele amico, editor e babysitter di Hemingway e Fitzgerald.

Rassicurare Scott diviene uno dei compiti fissi di Hemingway durante la fitta corrispondenza che i due intrattengono nel corso gli anni Trenta, quando Fitzgerald torna in patria con la moglie, portata avanti soprattutto tramite intermediari (principalmente Max Perkins che, da editor, si ritrova a dover ricoprire il ruolo di psicologo e consulente matrimoniale per entrambi). Hemingway, del resto, non ha remore a discutere di Fitzgerald alle sue spalle tanto con Perkins quanto con altre comuni conoscenze: molte sono, a suo dire, le cause dei suoi problemi come scrittore. Tra le sue preferite c’è la moglie Zelda: aspirante scrittrice a sua volta, secondo Hemingway la sua gelosia verso il talento del marito la porta a soffocarlo, a prosciugarlo. Zelda, per parte sua, ricambia cordialmente l’antipatia, definendo Ernest “un finocchio dal petto peloso”.

Altre volte, la colpa è dello stesso Fitzgerald: è troppo succube dell’alcol, scrive per soldi, pensa troppo ai pareri della critica, non riesce a pensare, non riesce ad ascoltare, si è innamorato dell’idea di essere un fallito…

E di certo Fitzgerald sta vivendo un momento di profonda debolezza quando, nella seconda metà degli anni Trenta, pubblica una serie di interventi sull’Esquire Magazine, poi raccolti nel 1945 nella silloge The Crack-Up. Due anni prima, nel 1934, ha dato alle stampe il suo ultimo romanzo, Tenera è la notte, accolto tiepidamente tanto dalla critica quanto dallo stesso Hemingway.

In parte basato su una coppia di comuni conoscenze, i Murphy, il difetto maggiore dell’opera, secondo Ernest è che Scott finisce per snaturare i suoi modelli, fino a trasformarli in una versione annacquata di se stesso, scrittore al tramonto, e della moglie, la cui sanità mentale è ormai declinante.

Caro Scott,
mi è piaciuto e non mi è piaciuto. […]
Sant’Iddio, hai fatto quel che ti pareva col passato e col futuro delle persone, dando vita non a persone ma a dei dannati casi di studio meravigliosamente falsi. Tu, che sai scrivere meglio di chiunque altro, che sei così schifosamente talentuoso che hai… che diavolo, Scott, per l’amor di Dio, scrivi e scrivi per davvero, non importa chi o cosa si farà male, ma non scendere a questi sciocchi compromessi.

– Hemingway a Fitzgerald in una lettera del 28 maggio 1934
Sarah e Gerald Murphy, amici tanto di Fitzgerald che di Hemingway, che fungono da modello per Dick e Nicol Diver.

Nonostante la lettera di Ernest sia piena di incoraggiamento, Fitzgerald non riesce a sentire che le critiche rivolte a se stesso come scrittore e come uomo, sposato a una palla al piede, incapace di vedere o ascoltare le persone e trasformarle in opera d’arte, nella bellezza keatsiana che tanto ammirava ai tempi di Princeton. Tanto più che, come scrive alla sua musa Sarah Murphy, la sua teoria è totalmente opposta a quella di Hemingway:

[…] La mia teoria, diametralmente opposta a quella di Ernest, sulla narrativa, [è] che ci vogliono almeno una mezza dozzina di persone per ottenere una sintesi abbastanza forte da creare un personaggio di finzione […].

– F. Scott Fitzgerald a Sarah Murphy

Ma è solo un’ulteriore delusione che accelera il suo declino, così ben raccontato dall’intervento Afternoon of an Author, in cui si paragona a un piatto scacchiato, buono per mettere il cibo in frigo ma non abbastanza per tirarlo fuori in compagnia. Si ritrae depresso, capace solo di alzarsi per andare dal barbiere e tornare a casa e buttarsi a letto a dormire, senza riuscire a scrivere una riga.

Il suo momento più cupo corrisponde a quello più brillante per il suo amico-rivale: quando non è occupato a lavorare, Hemingway si divide tra viaggi, caccia, pesca e conquiste amorose in ben tre continenti. Leggendo il pezzo di Fitzgerald rimane folgorato dallo sdegno; ed è allora che dà il colpo finale alla loro amicizia, ormai danneggiata quasi irreparabilmente: pubblica sull’Esquire Magazine il racconto Le nevi del Kilimangiaro.

Le nevi del Kilimangiaro è uno dei quarantanove racconti contenuti nella prima raccolta completa delle opere brevi di Hemingway, edita Scribner’s.

Storia di uno scrittore che sposa una donna ricca e rinuncia alla carriera per il denaro, morendo di cancrena durante un safari in Africa col rimpianto delle molte opere mai scritte, in esso Scott è nominato apertamente in un passaggio spietatamente polemico:

Ricordava il povero Scott Fitzgerald e la sua romantica soggezione verso di loro [i ricchi] e come un giorno avesse iniziato un racconto che cominciava: “Le persone molto ricche sono diverse da te e da me”. E come qualcuno avesse detto a Scott: “Sì, hanno più quattrini”. Ma Scott non lo aveva trovato spiritoso. Lui credeva che fossero una razza dotata di un fascino particolare e quando scoprì che non era vero fu un brutto colpo, brutto come tutti gli altri che aveva già ricevuto.

– E. Hemingway, Le nevi del Kilimangiaro

Sono due le fonti a ispirare Hemingway in questa velenosa frecciata: la prima è il racconto The Rich Boy, dello stesso Fitzgerald, il cui narratore riflette sulla condizione dei ricchi e afferma che essi sono diversi dagli uomini comuni, poiché mantengono una dolcezza e una profondità d’animo che i poveri perdono. L’altra fonte è un episodio realmente accaduto: a un pranzo a New York, a cui Hemingway partecipa con Perkins, Hemingway novello sposo di una seconda moglie abbiente, parla dei suoi contatti con i ricchi in Birmania, che passano il tempo a pescare e far festa, e si vanta di star cominciando a conoscerli; uno scrittore lì presente però gli dice che l’unica differenza tra loro e i ricchi è che questi hanno più quattrini, proprio la risposta fatta dare a Fitzgerald nel racconto.

Il quale, letto il pezzo, reagisce all’ultimo tradimento con una breve lettera.

Caro Ernest,
per favore smetti di scrivere di me. Che io abbia scelto di compormi un De Profundis non significa che i miei amici possano pregare ad alta voce sul mio cadavere. Senz’altro le tue intenzioni erano buone, ma mi ha fatto perdere una notte di sonno. E quando lo inserirai in un libro ti spiacerebbe togliere il mio nome? È un bel racconto – uno dei tuo migliori – ma quel “Il povero Scott Fitzgerald ecc.” me lo ha rovinato.
Il tuo eterno amico,
Scott

P. S. I ricchi non mi hanno mai affascinato, a meno che non si presentino con grande fascino o eleganza.

La riposta di Hemingway è andata perduta; resta un suo commento: dato che Fitzgerald si è messo così a nudo nei suoi interventi, ha pensato che “la caccia fosse aperta”.

Una vignetta esplicativa di R.E. Parrish.

Nonostante, dopo non poca intercessione da parte di Perkins, Ernest si convinca a rimuovere il nome di Scott dalla versione definitiva della sua raccolta completa di racconti pubblicata l’anno successivo per Scribner’s, che include anche Le nevi del Kilimangiaro, la loro amicizia finisce.

Ernest si avvia a lasciare il proprio segno nella storia nella letteratura anche in vita, mentre per Scott il riconoscimento giungerà solo dopo la morte. Entrambi, però, ripenseranno con rimpianto ciò che poteva essere: Ernest si rimangerà alcuni dei suoi aspri giudizi su Tenera è la notte, mentre per Fitzgerald, Hemingway sarà sempre “il migliore scrittore vivente del suo tempo”.

Dopo questa seconda zuffa letteraria, vi diamo appuntamento con la rubrica per la settimana prossima con altri “contendenti”. A presto!

– Lucrezia 🐵

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...